17/01/13

Buon Anno Sarajevo, giovani con il fardello della guerra sulle spalle

Un capodanno i cui fuochi d’artificio ricordano il frastuono delle bombe. Buon Anno Sarajevo è una pellicola che mira ad entrare nell’Io di ognuno di noi, attraverso 90 minuti di sensazioni che rappresentano la guerra con grande realismo. La giovane regista bosniaca, Aida Begic, ha vissuto quell’inferno e dopo Snijeg (Neve), suo primo lungometraggio, ha sentito il bisogno di tornare a raccontare. Questa volta sono storie di vita di oggi, di giovani che sono cresciuti nel post-conflitto. Una rappresentazione di quegli stati d’animo di chi pur essendo sopravvissuto, lo squarcio infetto della guerra se lo porta dentro, per sempre. Nel film non s’intravede neanche un mutilato, ma tutti i personaggi presenti, manifestano segni indelebili nell’anima e nella mente. I protagonisti sono due fratelli, Rahima e Nadir, rispettivamente di 23 e 14 anni, che vivono a Sarajevo. I ragazzi sono sopravvissuti alla guerra in Bosnia, che ha portato via i loro genitori, la tranquillità e il diritto di vivere una vita normale. Dopo anni trascorsi in orfanotrofio, i due riescono ad uscirne grazie a Rahima, che trova un lavoro come cuoca in un locale gestito da un uomo egoista ed avaro. Tutto lo staff che lavora ai fornelli sente stretto quotidianamente al collo il cappio della lotta alla sussistenza. Nedim, invece, deve fare i conti con i compagni di scuola che lo etichettano come “orfano” e lo deridono.

Il ragazzino reagisce vestendo i panni del “duro”, ruolo che di sicuro non gli appartiene, ma che lo porta su una brutta strada. Una rissa a scuola provoca non pochi guai in casa dei fratelli protagonisti. Nadir picchia un bambino che aveva insultato la sua mamma, rompendogli l’iPhone. Quel bambino però è il figlio di un ministro e da lì cominceranno una serie di guai sia per Nadir che per Rahima, che fino all’ultimo tenta di risolvere la faccenda nel modo più pacifico possibile, vista la sua profonda devozione all’Islam. Ed è anche per il velo che la ragazza porta quotidianamente sul capo che il fratello la disprezza poiché esso rappresenta per lui un’ulteriore fonte discriminatoria. Si capisce dalla riservatezza di Rahima, che è una ragazza forte e sensibile. Una piccola donna che incassa in silenzio i colpi inflitti da incessanti discriminazioni di natura economica, sessuale e sociale, sfogando nel buio della notte le sue lacrime. Si respira anche il clima di corruzione e malgoverno che tuttora risiede in Bosnia, malgrado siano trascorsi 16 anni dalla fine della guerra. Un popolo ancora oggi maltrattato, la cui speranza sembra stata sterminata dalle bombe, con un futuro strappato da un’oligarchia politica che vive cibandosi delle rovine di un conflitto che ha portato la morte per oltre 100.000 uomini, donne e bambini. Nonostante questo, lo sguardo della gente onesta che campa con l’affanno, sembra non spegnersi. Mai. Dal film si percepisce in ogni istante l’ansia, l’angoscia e il dolore che una guerra lascia dentro, anche a distanza di tanti anni. Quelle sensazioni che nessun telegiornale ha mai trasmesso. Storie di vita reali, di esseri umani che fanno percepire la vera dimensione della realtà, neanche lontanamente percepibile da una semplice notizia di cronaca. Menzione speciale a Cannes 2012 nella sezione Un Certain Regard, il film rappresenta la Bosnia Herzegovina come miglior film straniero ai prossimi Oscar. Sperando che ce la faccia a rientrare nella cinquina.

Buon Anno Sarajevo
Djeca
Regia: Aida Begic
Interpreti: Marija Pikic, Ismir Gagula, Bojan Navojec
Produzione: Bosnia Herzegovina/Francia/Turchia/Germania, 2012
Durata: 90′
Distribuzione italiana: Kitchen Film, 3 gennaio 2013

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura

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