10/11/13

REPORT DI VIAGGIO DALL’INTERNATIONAL WORK CAMP 2013: Palestina, un viaggio nell’apartheid

Le politiche israeliane discriminano e limitano i movimenti dei palestinesi. Difficile l’accesso all’acqua. Le colonie sono off-limits. Giornalisti sotto pressione. Colpiti adulti e bambini

Un popolo straordinario che nonostante la martellante occupazione israeliana riesce a mantenere il suo equilibrio interiore. Questa è la loro più grande vittoria, una grande resistenza pacifica, che trova forza dall’anima e dal cuore grande di una terra bistrattata da decenni. E uno Stato che porta avanti un’occupazione militare che infrange il diritto internazionale, così come il diritto umanitario e persino il diritto militare. Spinta dal desiderio di mettere piede su una terra di cui scrivo da anni, decido di partire per partecipare alla III° edizione del campo di lavoro internazionale organizzato dal comune di Ramallah in collaborazione con Assopace Palestina. E’ il 13 agosto, il mio volo atterrerà a Tel Aviv e da lì mi muoverò per Gerusalemme, poi verso Ramallah. Sono sull’aereo, in direzione di arrivo. L’assistente di volo ricorda: “Le autorità israeliane raccomandano di non fare fotografie”. Guardo dal finestrino, non ci metto molto a capire il perché. Si intravedono molte basi militari, con cacciabombardieri. Una volta atterrata, mi accoglie l’atmosfera surreale dell’aeroporto internazionale Ben-Gurion. Passati i controlli di rito – dovuti ad “inconfutabili ragioni di sicurezza”, per molti una assurda e palese umiliazione – mi avvio finalmente verso l’uscita. C’è una statua di Ben-Gurion, guardandola riaffiorano in me alcune delle sue dichiarazioni risalenti agli anni in cui era primo Ministro in Israele e in riguardo alla pulizia etnica del popolo palestinese: “C’è bisogno di una reazione brutale e forte, dobbiamo essere accurati nei tempi, nei luoghi e su coloro che dobbiamo colpire. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo fargli del male senza pietà, donne e bambini inclusi. Altrimenti non è una reazione effettiva. Durante le operazioni non c’è bisogno di distinguere tra innocenti e colpevoli”. Continuo a camminare, non riuscendo a fare a meno di pensare ad alcune delle parole più brutali dichiarate dal politico israeliano: “Dobbiamo usare il terrore – raccomandava Ben-Gurion nei suoi primi anni di militanza -, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre per ripulire la Galilea dalla popolazione araba”. E per le autorità israeliane quest’uomo è stato talmente da buon esempio da meritarsi onorificenze così manifeste. Spesso osservare anche la punta dell’iceberg, aiuta a capire meglio quello che c’è sotto.

LIBERTA’ CALPESTATE
Israele è uno Stato che ha trainato l’apartheid anche nel ventunesimo secolo. Ha creato una gigantesca macchina discriminatoria dandogli il nome di “sicurezza”. Le politiche israeliane discriminano e limitano i movimenti di tutti i palestinesi, invece di essere dirette esclusivamente verso particolari individui ritenuti pericolosi per la “sicurezza”. Ogni giorno libertà e diritti di un intero popolo vengono calpestati. Lo sanno i palestinesi così come lo sanno molti israeliani, che si riuniscono in gruppi ed associazioni per cercare di contrastare tutto questo. Ci sono centinaia di organizzazioni umanitarie israeliane che collaborano con i Territori occupati per cercare di mitigare gli effetti devastanti di una situazione disumana che va avanti da oltre un secolo. Ci sono israeliani, ad esempio, che se ne stanno quotidianamente ai checkpoint per cercare di aiutare qualche palestinese a passare, a non essere respinto nonostante debba attraversare la barriera per guadagnarsi il pane quotidiano. Per questo è preferibile parlare di Stato di Israele piuttosto che di “israeliani”, perchè a non tutti sta bene ciò che a loro nome generazioni di classi dirigenti stanno portando avanti. Nella Cisgiordania ci sono 125 colonie – senza contare le 15 in Gerusalemme Est -, e 98 avamposti che negli anni si sono trasformati in vere e proprie colonie. Poi dal 2002 un’infinita colata di cemento armato sta tirando su il muro della separazione, al fine di costruire un enorme ghetto. Oltre 700 chilometri in nome dell’apartheid.

IL MURO DI GERUSALEMME
Per la strada verso Gerusalemme il muro e un checkpoint mi danno il benvenuto. Con lo
Sherut, un taxi collettivo, passiamo attraverso un quartiere ortodosso. Scorgo dal finestrino tre bambini che ridono sotto al poster di due persone uccise e sanguinanti. Non riesco a capire cosa c’è scritto sopra quel poster, ma forse è meglio così. Arrivo a Gerusalemme. Una città che nonostante tutto regala un’intima pace interiore. Secondo le leggi israeliane i residenti palestinesi di Gerusalemme Est non sono né cittadini israeliani né abitanti della Cisgiordania. Hanno un permesso di soggiorno che gli permette di vivere nella città. Tale permesso può essere revocato dalle autorità israeliane qualora esse sostengano che “Gerusalemme non è il centro di vita” del titolare del permesso. Inoltre, i palestinesi residenti in Cisgiordania hanno non pochi problemi ad entrare a Gerusalemme. Per loro è obbligatorio il possesso di un permesso speciale e il passaggio ai controlli presso uno dei quattro checkpoint che circondano Gerusalemme. Per i cittadini israeliani e per i coloni non sono previsti permessi speciali. Ben 98 checkpoint fissi ostacolano la libertà di movimento dei palestinesi in Cisgiordania. Passeggiando tra i vicoli che ospita la porta di Damasco, s’incontrano parecchi sciuscià, ragazzini che in cambio di pochi spiccioli svolgono commissioni per adulti. Se si torna indietro giusto di qualche pagina della storia italiana, non mi sembra tanto distante dal nostro Paese la vita di questa terra. Mi metto in viaggio per Ramallah. Percorrendo la strada ci fermiamo perché incontriamo un posto di blocco. Un soldato israeliano sale sull’autobus per controllare i “permessi” ed eventualmente portare con sé “intrusi palestinesi” senza lasciapassare. A noi europei non guarda neanche. Ma d’altronde noi abbiamo un passaporto. Abbiamo un pezzo di carta che ci riserva dall’essere uccisi in strada, arrestati, umiliati senza motivo. Secondo un recente rapporto di Human Rights Watch “le politiche discriminatorie israeliane controllano molti aspetti della vita quotidiana dei palestinesi che vivono in aree sotto l’esclusivo controllo israeliano e tali politiche non hanno alcuna concepibile ragione di sicurezza”. Arrivata a Ramallah, scopro una città meravigliosa. Caotica di sicuro, ma con le sue straordinarie peculiarità. A Ramallah, per qualche istante, quasi ci si dimentica dell’occupazione. Quasi ci si dimentica che a nove chilometri da lì ci sono 3 colonie che contano migliaia di abitanti e sei avamposti. A molti villaggi palestinesi nei pressi di Ramallah sono state chiuse le strade per raggiungere la città. Oltre ad aver confiscato migliaia di ettari di terre palestinesi per costruire gli insediamenti, le autorità israeliane hanno anche reso quasi impossibile l’accesso dei palestinesi alle terre agricole, in particolare a quelle vicine alle colonie. L’accoglienza al campo internazionale è calorosa, la municipalità di Ramallah, nelle persone di Asad Hussary e Sana Barakeh, accoglie internazionali e palestinesi giunti nel campo di lavoro. Molti palestinesi che avrebbero dovuto partecipare al campo, non sono riusciti a raggiungere Ramallah poiché sono stati respinti da vari checkpoint. Asad e Sana sono stati giorno e notte con il gruppo di volontari, coordinando le attività e i lavori, offrendo quel mix così raro di professionalità e umanità insieme.

L’ACCESSO ALL’ACQUA E’ LIMITATO
Le giornate passano tra lavori manuali di decoro urbano, supporto a lavoratori edili, visite in altre località, ma anche preziosi incontri con operatori, politici ed attivisti. Nella Valle del Giordano, la situazione ci viene spiegata da un operatore della Maan Foundation. “Ci sono moltissime colonie israeliane nella Valle. Un tempo molte comunità palestinesi del posto possedevano coltivazioni di banane, ma la costruzione delle colonie ha distrutto tutto. Ha soprattutto limitato l’accesso all’acqua e molti palestinesi si sono visti costretti ad andare a lavorare nelle colonie. Ci sono molti terreni che Israele ha riservato per allevare i suoi animali, in cui i palestinesi non hanno assolutamente accesso. Altri campi sono stati definiti “riserva naturale”. La Valle del Giordano comprende quasi la metà dell’Area C. I confini municipali di ogni colonia, come nel resto della Cisgiordania, sono controllati dall’esercito. E guai ad avvicinarsi. Poi se sanno che sei un giornalista, non importa di quale nazionalità tu sia, aprono il fuoco. E’ successo a due reporter su commissione dell’UE. Dalla vedetta hanno intravisto una telecamera e hanno aperto il fuoco. Le colonie sono off-limits. Residence esclusivi per coloni. E solo per esserci avvicinati al muro che costeggiava una colonia esclusivamente per fotografare alcuni graffiti, sei soldati si sono affacciati urlandoci di allontanarci con mitra e telecamera alla mano. E’ stato stimato che poco meno di 10 mila coloni detengono il controllo del 50% dell’intera valle, mentre oltre 60 mila palestinesi hanno possibilità di accesso su meno del 10% del territorio nonostante Israele non goda di alcun diritto di proprietà sulle terre della zona. La Valle è stata da sempre un obiettivo strategico per Israele, che negli anni ha occupato l’area per accaparrarsi il controllo dell’intera rete idrica, proibendo ai palestinesi anche di costruire pozzi. A causa della mancanza di acqua le comunità di palestinesi locali stanno cercando un modo per riciclarla. Un operatore di un progetto di sviluppo idrico è stato arrestato per 8 mesi e 4 giorni; senza neanche sapere nulla in merito all’arresto. Gli hanno chiesto solo il nome. Quando fu rilasciato gli dissero che era stato arrestato per errore, a causa di un’omonimia.

I PRIGIONIERI PALESTINESI NELLE CARCERI ISRAELIANE
Il giorno seguente partecipiamo ad un’assemblea circa la situazione dei prigionieri
palestinesi nelle carceri israeliane. Tutte persone arrestate, che non sanno quando usciranno dal carcere. Molti prendono parola, quasi tutti parenti di persone che sono in carcere per i motivi più assurdi. Tra gli oratori, una bambina che piangendo esterna tutta la sua rabbia per l’arresto del giovane padre. “L’ultima volta che ho visto mio padre avevo due anni. E quando lo hanno arrestato non c’è stato concesso neanche di salutarci. Non posso godere dell’affetto di un padre. Vorrei solo un suo abbraccio”. Una anziana signora interviene poco dopo. Ha in mano la fotografia del figlio su una sedia a rotelle: “Mio figlio è stato arrestato mentre dimostrava contro le discriminazioni israeliane a Qalqelya. Mentre era in carcere è scoppiato un ordigno che gli ha fatto perdere le gambe. “Mio figlio ha bisogno di aiuto e di cure che in carcere non gli stanno assicurando” urla con dolore la donna. I coloni che vivono in Cisgiordania, nonostante gli insediamenti non siano stati formalmente annessi ad Israele, si avvalgono del sistema giuridico israeliano. Di conseguenza non sono soggetti alla legislazione militare, come invece lo sono i palestinesi. Con il regolamento 5757, “Regolamento di emergenza su reati nei Territori occupati e competenza ed assistenza legale” emanato dal Ministero della Difesa israeliano nel 1967, è stata ufficializzata una disparità di trattamento penale e legale degli imputati che garantisce ai coloni israeliani maggiori libertà e garanzie giuridiche, invece negate ai palestinesi. A due popolazioni sulla stessa area sono applicati due sistemi giuridici diversi. In particolare per quanto riguarda la modalità di arresto, il periodo massimo di detenzione prima del processo, il diritto ad avere un avvocato difensore, la pena massima consentita per legge, il rilascio di prigionieri, il trattamento degli stessi durante il periodo di prigionia. Oltre a violare il principio di ugualianza di fronte alla legge, la presenza di due sistemi di leggi evidentemente diseguali infrange anche il principio giuridico della territorialità, per cui “un unico sistema di leggi deve applicarsi a tutte le persone che vivono nello stesso territorio”. E’ la volta di Hebron, città in cui la vita dei palestinesi è stata resa ancora più difficile dall’intensificarsi dell’occupazione, quindi dalla creazione di 7 colonie nell’area urbana e dalla presenza di 17 checkpoint. Un protocollo firmato da Israele e OLP nel 1997 prevede la divisione amministrativa della città in due aree: H1 amministrata da una giunta palestinese e H2 sotto il controllo dell’esercito israeliano. Ai cittadini palestinesi è ancora vietato di passare per Shuhada Street, via nevralgica della città, nonostante il protocollo preveda la riapertura.

LA VIOLENZA MILITARE ISRAELIANA
Per chi vive in H2 anche andare a comprare il cibo diventa una difficle impresa, qualche volta mortale. Nelle ore del coprifuoco durante la seconda Intifada, nel 2002, Imnran Abu Hamdiyya, 17enne palestinese, fu arrestato dai soldati. In quel periodo l’esercito israeliano ad Hebron era solito usare pratiche molto inusuali di tortura ed uccisione dei palestinesi. Il ragazzino fu preso e messo di forza in una jeep. “Come vuoi morire?” gli dissero porgendogli tre fogli con scritto “ti spacchiamo la testa”, “ti gettiamo dalla jeep”, “ti spariamo”. Imnran scelse di essere gettato dalla jeep in corsa, così fu fatto. Ad oggi, la violenza militare israeliana non si è attenuata di certo. Mohammad Al-Salaymeh è stato ucciso lo scorso dicembre nel giorno del suo diciassettesimo compleanno. Era a casa con la famiglia, la mamma gli chiese di andare a comprare una bella torta per festeggiare. Il ragazzino si avviò verso un piccolo negozio vicino casa sua, nei pressi di un checkpoint. Un soldato israeliano gli sparò. Il 12 dicembre è il giorno in cui era nato, ma anche il giorno in cui fu ucciso. Mohammad era un ottimo ginnasta e, nonostante la giovane età, era riuscito a vincere numerosi campionati importanti, rappresentando la sua Palestina. Secondo dati Unicef, negli ultimi dieci anni circa settemila bambini sono stati arrestati, interrogati, perseguiti e/o imprigionati secondo il sistema giuridico israeliano. “Molti bambini sono arrestati nel cuore della notte nelle loro case – si legge nel rapporto “Children in Israeli military detention”(2013)-, da soldati armati fino ai denti. Si svegliano dalle urla dei soldati, che ordinano al resto della famiglia di lasciare la casa. Per molti bambini già solo il momento dell’arresto provoca un trauma psicologico. Spesso i soldati rompono i vetri alle finestre e insultano la famiglia del minore, prelevato da casa con la forza e senza un motivo specifico. Quello che i soldati comunicano ai famigliari è “Viene con noi, poi lo riporteremo”. Il rapporto è stato elaborato grazie alla collaborazione di un equipe di legali israeliani e palestinesi ed evidenzia “gravi violazioni dei diritti dei bambini”.

Sono all’aeroporto di Tel Aviv per il ritorno, scelgo di non dichiarare di essere stata in Palestina, poiché spero di evitare ore di folle interrogatorio, di perdere l’aereo, di subire perquisizioni, varie ed eventuali. In quell’aeroporto chi entra in Palestina è un potenziale terrorista, ovviamente. Mi mandano comunque in fila per le perquisizioni di routine. Davanti a me c’è una donna italiana con un bambino in braccio. Mentre siamo in attesa mi dice: “Fanno bene a controllare così approfonditamente, Israele deve difendersi dai terroristi palestinesi. Qui vivono nell’angoscia, poverini”. E forse è proprio questo il momento più agghiacciante di tutto questo intenso viaggio. “Lei cosa intende per ‘terrorista’?” le chiedo. Nel frattempo mi chiamano per la perquisizione. Ma so che è stato molto meglio così.

Eleonora Pochi

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