Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post

11/07/12

Gian Antonio Stella racconta "La Casta"

Un libro-inchiesta che, anche se elaborato qualche anno fa, pone l'accento su una questione più che attuale. Una classe dirigente che promette, ma non da nemmeno un granello di sabbia. Taglia, elimina e ruba, umiliando sfrontatamente la società civile.  


Intervista a Gian Antonio Stella, autore, insieme a Sergio Rizzo, del libro "La Casta. Cosi' i politici italiani sono diventati intoccabili".(Corriere.it)

05/12/11

L’Italia nel baratro, ma le spese militari aumentano

Un Paese martoriato da decenni di speculazioni e malgoverno, messo in ginocchio dalla crisi. Tagli ovunque: Istruzione, Casa, Sanità, Lavoro, Assistenza, Previdenza; ma la guerra non si tocca, anzi s’incentiva
  
L’Italia detiene il quarto debito pubblico mondiale che, in crescita inarrestabile da decenni, ammonta a circa 2mila miliardi di euro. Nessuna manovra finanziaria  riuscirà ad estinguerlo, almeno nel futuro di una decina di generazioni. Un debito che peserà sulle spalle dei figli dei nostri nipoti ed oltre. Un tasso di crescita pari a zero, un deficit crescente, la progressiva sfiducia finanziaria verso il nostro mercato, l’esodo dei giovani italiani. Un Paese martoriato da decenni di speculazioni e malgoverno, messo in ginocchio dalla crisi. Tagli ovunque: Istruzione, Casa, Sanità, Lavoro, Assistenza, Previdenza; ma la guerra non si tocca, anzi s’incentiva: il nostro Paese è l’ottavo al mondo per spese militari.

Nel 2011 la spesa militare italiana ammonta a 20,5 miliardi di euro, un incremento dell’8,4% rispetto al 2010. Inoltre continuano ad arrivare dagli USA velivoli “Predator”, sofisticatissimi aerei senza pilota che permettono operazioni militari d’intelligence, di sorveglianza e di contrasto all’immigrazione clandestina; armamenti che l’Italia si è impegnata ad acquistare siglando contratti, ancora in essere, risalenti al 2004.

Proprio la scorsa settimana, la commissione Difesa della Camera ha votato cinque programmi di acquisto per ulteriori armature militari per un valore di oltre 500 milioni di euro. Dunque, invece di elaborare misure volte a tassare anche l’aria, sarebbe interessante capire quale sia la dinamica che blinda la voce ‘spesa militare’ nel bilancio statale, mentre la spesa pubblica è sempre più iniqua.

Anche nell’export di armi l’Italia spicca, addirittura come secondo esportatore mondiale, dopo gli USA e secondo dati Onu sul commercio internazionale, nel 2009 l’Italia è stata, per il quinto anno consecutivo, il primo esportatore mondiale di armi leggere(ossia di tipo non militare), anche Paesi canaglia tra i destinatari. Le principali imprese italiane esportatrici sono quelle del gruppo Finmeccanica, il quale azionista di riferimento è il Ministero dell’economia ed è fra le prime dieci società mondiali per fatturato militare. La recente questione giudiziaria dell’holding, che sta facendo emergere sporche dinamiche finanziarie, mazzette e tangenti in cambio di appalti, ha contribuito insieme ad altri fattori al crollo attuale del valore azionario del gruppo, eden clientelare di poltici, mogli, ex- militari etc.

Commerciano e producono armi che nella maggioranza dei casi servono a reprimere il dissenso da parte di regimi autoritari, molto spesso sostenuti, più o meno direttamente, dalle “democrazie” occidentali, colpevoli di sistematiche violazioni dei diritti umani. Le armi leggere provocano ben 500mila morti all’anno, permettono l’uso di bambini-soldato tra le file dei combattimenti.

Eleonora Pochi

24/10/11

L’altra faccia del 15 ottobre

Oltre gli episodi di violenza, c'è stata la presenza di centinaia di migliaia di persone in piazza che hanno condotto una grande protesta, messa in ombra da gran parte dei media
  



Un fiume di esseri umani, uniti per il cambiamento globale, compatti contro la crisi. Studenti, lavoratori, disoccupati, giovani e meno giovani hanno sfilato sabato 15 ottobre per decine di chilometri, inarrestabili, instancabili, armati solamente di un’intelligente consapevolezza. Un esercito di centinaia di migliaia di indignati, dalle 14 fino a sera, di cui non si parla. Tutti sanno, però, di quella banda di incappucciati che ha messo a ferro e fuoco piazza San Giovanni, delle macchine incendiate, del blindato della Polizia in fiamme. Quelle immagini hanno fatto, nel giro di pochi minuti, il giro del mondo, facendo calare un sipario nero e spettrale sulla giornata di mobilitazione romana. La manifestazione di sabato scorso rispondeva all’appello internazionale “United for Global Change”, rappresentando una protesta mondiale, anche oltre la data del 15, tesa a denunciare i meccanismi di un sistema economico, il capitalismo, che ha prevalso sulle democrazie. “Non siamo merce nelle mani dei banchieri”, “Gli esseri umani prima dei profitti”, “democrazia reale, ora!” sono alcuni degli slogan che hanno accompagnato l’iniziativa.

E’ il 15 ottobre, ma è una giornata di primavera a Roma. Già dalla tarda mattinata piazza della Repubblica non riesce a contenere i manifestanti e nell’attesa di partire in corteo anche piazza dei Cinquecento è gremita di indignati. Ci sono uomini, donne ed anche bambini e la violenza non rientra nel vocabolario delle centinaia di migliaia di persone in piazza. Poco dopo le 14 si parte,  uno tsunami umano invade lentamente Roma, teatro di una grande mobilitazione, anticipata dalle recenti proteste dei Draghi Ribelli e degli Indignati accampati in strada. In tutto il mondo si manifesta per la stessa causa e in strada si respira un’atmosfera difficilmente descrivibile, un altro emisfero rispetto al Far West di piazza San Giovanni.

Si procede adagio, alcuni inquilini di Via Cavour, soprattutto anziani, si affacciano accennando gesti di supporto alla protesta, trasversale, pacifica, dal basso. Ma questa è l’Italia che non finisce in prima pagina. In fondo è solo il 99%, una percentuale  messa in secondo piano da quell’1% la cui protesta si esprime attraverso inconcepibili atti di violenza. Proprio quel 99% sceso in piazza per rigettare il pagamento di un debito contratto da un’1%. La proporzione è la medesima. Proseguendo, s’incontrano le prime due auto bruciate e qualche vetrina rotta. Suonano i telefoni di molti di noi, “Dove sei? Fai attenzione”. Da casa guardano preoccupati alla tv la guerriglia che si sta scatenando a pochi chilometri di distanza, gli scontri tra black bloc e forze dell’ordine, tra manifestanti e black bloc, tra manifestanti e celerini, che ne colpiscono alcuni gratuitamente. Il bilancio è di 70 feriti.
Roma è l’unica città al mondo, durante la giornata del 15, che registra simili avvenimenti. Una vergogna all’italiana.

Si procede in corteo, cercando di rimanere uniti ed evitare che nessuno si disperda. Un gruppo di scellerati violenti non ferma uno tsunami pacifico. Arrivati in prossimità del Circo Massimo, si continua verso Piramide, per proseguire lungo via Magna Grecia. Qui s’incontrano numerosi cassonetti rovesciati e  trascinati in mezzo alla strada, decine di ragazzi si uniscono per ricollocarli pian piano al ciglio della strada, molti li applaudono, ma questo nessuno lo sa. Sono le 20:30 circa quando arriviamo alla volta di piazza San Giovanni, ci viene impedito di passare oltre gli archi, l’intera area è stata chiusa.
Faccio capolino dagli archi per capire la situazione e quello che si intravede è una piazza tetra, triste, devastata, privata della sua bellezza, illuminata dai lampeggianti delle camionette della polizia. Tutt’altra cosa rispetto alla giornata trascorsa con le migliaia di manifestanti con i quali  ancora cammino. Si decide di proseguire fino a piazzale Aldo Moro, dal quale gli studenti erano partiti dieci ore prima. Il passaggio sulla Tangenziale ci ha aiutato a contarci. Sono quasi le 22, ma basta voltarsi per rendersi conto che, nonostante la stanchezza, siamo ancora in migliaia, un lunghissimo fiume di persone. Una straordinaria sorpresa, un’indescrivibile soddisfazione. Chissà che penserebbe la gente a casa se ci vedesse alla tv. Chissà quanto soddisfacimento avremo potuto dare alle ulteriori migliaia di manifestanti che si sono trovati inermi nella guerriglia, il cui sacrosanto diritto di manifestare è stato infangato.

Una giornata, quella del 15 ottobre, che ha rappresentato l’indignazione a livello globale, una violenza prettamente italiana. La rivoluzione non è un pranzo di gala, ma neanche una guerra tra poveri.

Pics by Filippo Rioniolo
Eleonora Pochi

14/10/11

"Gli esseri umani prima dei profitti", arriva la rivolta mondiale

Il prossimo 15 ottobre Roma sarà emblema della protesta italiana, nata dall’appello internazionale: “Non siamo merce nella mani di politici e banchieri”
  
Il 15 ottobre non è una comune giornata di protesta, di quelle che oramai ogni giorno abitano legittimamente le strade della Capitale. Non è neanche una mobilitazione esclusivamente nazionale, come quelle che hanno riversato milioni di italiani in piazza. E’ un qualcosa di più grande. E’ la rivolta dell’Occidente, di quella parte di mondo sulla quale il capitalismo sta manifestando l’altro lato della medaglia, sulla quale un sistema economico ha prevalso sulla democrazia.

Le misure d’austerità imposte dai governi, subordinati al volere del Fmi, Bce e Ue, non sono solo ingiuste per la popolazione, provocando tragiche conseguenze sulle condizioni e la qualità della vita quotidiana di tutti, ma fin dal principio sono destinate a fallire. L’intento dell’austerity è di eludere il default, che provocherebbe il crollo delle banche e delle grandi aziende, finora nutritesi di bolle speculative, e non di assicurare il bene comune. I Signori del profitto hanno causato la crisi economica e finanziaria più profonda dal 1929, delegando ai cittadini il pagamento di un debito mai contratto, e preservando loro la via della povertà, dell’instabilità economica, sociale e psicologica a causa della crisi. Le vie di molte metropoli, prima tra tutte Atene, sono sempre più popolate da senzatetto, uomini affamati, persone bisognose di cure mediche ed assistenza.

Il cosiddetto divario tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo sta man mano colmandosi, ma non, come era auspicabile, grazie allo sviluppo di questi ultimi, quanto per l’involuzione del “Nord del mondo”. Proprio quei Paesi che la iena capitalismo ha sbranato fino all’osso, man mano ci assomigliano. Chissà perché.

Gente d’Europa, d’America ed altre regioni del mondo, il 15 ottobre, prenderà le strade e le piazze con l’intento di dare inizio ad una forte e chiara resistenza pacifica, di fronte a classi
dirigenti che agiscono nell’interesse di una ristretta oligarchia, ignorando clamorosamente volontà e reali esigenze di miliardi di cittadini. C’è bisogno di un’altra economia, un’altra società e soprattutto di una democrazia vera.
Gli americani che hanno visto pignorate le loro case dallo Stato a causa dell’insolvenza dei loro prestiti, quei milioni di persone nel mondo che non hanno più un tetto sulla testa colpevoli di non esser riusciti a pagare una rata del proprio mutuo, chi è costretto a scegliere tra cibo o medicine perché non ha abbastanza soldi per avere entrambi oppure i ragazzi indebitati già prima di iniziare a lavorare pur di pagarsi gli studi, sono episodi che dimostrano i frutti della semina capitalista.
United for Global Change è il nome del movimento globale ed il Coordinamento 15 ottobre sta occupandosi dell’organizzazione nazionale della giornata che convergerà a Roma. La manifestazione partirà il prossimo sabato alle 14.00 da piazza della Repubblica e sfilerà per le principali strade della Capitale fino ad arrivare in piazza San Giovanni. Non ci resta che aspettare il prossimo sabato. People of the world, rise up.

Eleonora Pochi

29/09/11

La manovra punto per punto: acqua alla gola per l'Italia

Con la nuova legge, il governo ha varato ulteriori misure urgenti per la (de)stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo

La manovra da 54 miliardi, diventata ufficialmente legge, è stata varata dal governo per raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013. Una serie di misure d’austerità che prevedono lacrime e sangue per la quasi totalità dei cittadini, escluse quelle poche centinaia di intoccabili che non si capisce perché si ostinino a non voler pagare la loro crisi. La manovra prevede un aumento dell’Iva al 21% in previsione di un gettito annuo di circa 4,2 miliardi. Innalzamento che secondo Confesercenti “si tradurrà in un aumento di spesa mensile di circa 140 euro per famiglia”.
 
Riportiamo l’elenco dei principali beni per i quali è in atto l’aumento dell’imposta di consumo dal 20 al 21% pubblicato dall’Ufficio studi Confcommercio Imprese per l’Italia:- Televisori e prodotti per l’home entertainment, macchine fotografiche e videocamere, computer desktop, portatile, palmare e tablet, autocaravan, caravan e rimorchi, imbarcazioni, motori fuoribordo ed equipaggiamento barche, strumenti musicali, giocattoli, giochi tradizionali ed elettronici, articoli sportivi, manifestazioni sportive e parchi divertimento, stabilimento balneare, piscine, palestre e altri servizi sportivi, articoli di cartoleria e cancelleria, pacchetti vacanza, automobili, ciclomotori e biciclette, trasferimento proprietà auto e moto, affitto garage, posti auto e noleggio mezzi di trasporto, pedaggi e parchimetri, apparecchi per la telefonia fissa, mobile e telefax, servizi di telefonia fissa, mobile e connessioni internet, tabacchi, abbigliamento e calzature, rasoi elettrici, taglia capelli, phon, articoli per la pulizia e per l’igiene personale, profumi, cosmetici, gioielleria e orologeria, valigie, borse e altri accessori, servizi di parrucchiere, servizi legali e contabili, mobili e articoli per illuminazioni, biancheria e tessuti per la casa, frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, forno, piccoli elettrodomestici per la casa, piatti, stoviglie e utensili per la casa, detergenti e prodotti per la pulizia della casa, carburanti, caffè, bevande gassate, succhi di frutta e bevande analcoliche, liquori, superalcolici, aperitivi alcolici, vini e spumanti -.

Tra le misure di carattere urgente che figurano nella nuova legge inoltre, la possibilità per il Ministero dell’economia e delle finanze di emanare “tutte le disposizioni in materia di giochi pubblici utili al fine di assicurare maggiori entrate, potendo tra l’altro introdurre nuovi giochi, indire nuove lotterie, anche ad estrazione istantanea”, s’apprende dal testo.
 
Alla voce “Riduzione dei costi degli apparati istituzionali” figurano cinque pagine di tagli agli enti locali e giusto qualche riga dedicata ai parlamentari, che si sono limitati a deliberare che “per gli spostamenti in aereo e le missioni legate a ragioni di servizio all’interno dei paesi del Consiglio d’Europa” si volerà in classe economica. Un profondo disagio per la Casta di Montecitorio, che non vuole tagli alla propria elite, semmai ne elabora all’infinito per il Paese. Anzi, il fantomatico taglio ai loro stipendi, introdotto forse un po' per vergogna nei confronti di un paese tassato fino all'osso, prevede una “riduzione delle retribuzioni o indennità di carica superiori a 90 mila euro lordi annui in misura del 10% per la parte eccedente i 90 mila euro”. 
La soppressione delle Province, il dimezzamento di consiglieri e assessori, restringimento dei finanziamenti regionali sono disposizioni che hanno suscitato la durissima reazione delle amministrazioni locali, secondo le quali è impossibile continuare a garantire servizi indispensabili ai cittadini, stando alle condizioni imposte dalla nuova legge 148. Alla faccia del principio di sussidiarietà. “Le nuove misure di austerità – scrive l’agenzia internazionale Moody’s -riducono il budget degli enti locali di 7 miliardi per il 2012-2013, giacché l’obiettivo di pareggio è stato anticipato di un anno, e danno meno tempo per sistemare i bilanci". Effetti negativi sul rating di Regioni, province e comuni: "Misure di rafforzamento delle entrate – spiega Moody’s -, come permettere di controllare i propri livelli di tasse e di controllare gli evasori fiscali sul proprio territorio, compenseranno solo in parte i tagli ai trasferimenti".

Per i lavoratori arriva invece dell’articolo 8, che prevede la possibilità di derogare alle norme stabilite dai contratti nazionali e dallo statuto dei lavoratori, in conformità ad accordi aziendali sottoscritti da rappresentanze sindacali, intese come qualsiasi organizzazione rappresentativa a livello territoriale. “Siamo pronti a ricorrere alla Corte Costituzionale - dichiara in occasione del recente sciopero nazionale Susanna Camusso, segretario Cgil - per cancellare una simile discriminazione, useremo tutte le strade per eliminare questa vergogna". La Camusso esprime contrarietà verso l’intera manovra: ”E’ ingiusta, perché fa pagare i soliti noti, il lavoro pubblico, i pensionati”. Per quanto riguarda il mondo del pubblico impiego, c'è ancora da patire, dopo lo smantellamento dello scorso anno, restrizioni d’organico e tagli per oltre due miliardi l’anno per il biennio della rincorsa al pareggio di bilancio, 2013-2014. Prorogate anche le norme che bloccano le assunzioni fino al 2014.
Si procederà, inoltre, al recupero, entro il 31 dicembre 2011, di quanto ancora dovuto da coloro che non hanno versato le rate concordate per il condono edilizio negli ultimi cinque anni.
 
Non poteva mancare il settore Giustizia, che sembra interessare questo governo come non mai. Si è stabilito il riordino degli uffici giudiziari che porterà al taglio dei “tribunali minori” con il conferimento di una delega al Governo, che agirà seguendo criteri come il numero di abitanti, l'estensione e i carichi di lavoro.
Magistrati ed avvocati non ci stanno, per loro un simile accorpamento è un duro colpo all'apparato giudiziario, affannato da tagli e mancanza di fondi: “La ridefinizione dell'assetto territoriale degli uffici requirenti – hanno dichiarato dall'Associazione Nazionale Magistrati in merito alla ridefinizione territoriale prevista -, anche con l'accorpamento in un unico ufficio di procura della competenza allo svolgimento di funzioni requirenti in più tribunali, è del tutto fuori dal sistema e foriera di gravi disfunzioni sul piano organizzativo”. Sulla riduzione degli uffici giudiziari “non appare razionale escludere dalla possibilità di accorpamento i tribunali con sede nei comuni capoluogo di provincia alla data del 30 giugno 2011 e dunque senza un coordinamento con la contemporanea scelta di soppressione di alcune province e senza tenere in considerazione le caratteristiche dei tribunali presenti” fa notare l'Anm.
Misure d'austerità che faranno penare i cittadini, debitori di un debito da loro mai contratto. Superato il nuovo record di 1.900 miliardi di euro, il debito grava sulle spalle di ogni italiano per oltre 31 mila euro, più del Pil pro capite. Naturalmente, il tasso d'interesse cresce all'aumentare dell'indebitamento.

Eleonora Pochi

22/09/11

6 miliardi tra tagli e tasse per Roma e provincia

La manovra economica prevede lacrime e sangue per la Capitale

Dalle misure previste nella manovra economica spicca l’imponente salasso verso la Capitale e dintorni. I cittadini romani saranno costretti a pagare, nei prossimi quattro anni, oltre 3.650 euro all’anno tra aumento dell’Iva dal 20 al 21 percento, aumento dell’Irpef, blocco dell’aumento degli stipendi per i dipendenti pubblici e tagli ingenti agli enti locali. Previsione, quella resa pubblica dal presidente della Provincia di Roma, studiata in base agli ultimi aggiustamenti economici dettati dal governo e che riserva lacrime e sangue per il territorio: “Un colpo durissimo e drammatico alle famiglie e alle imprese” sottolinea Nicola Zingaretti. Dura reazione anche dall’assessore al bilancio di palazzo Valentini: “Una riduzione degli investimenti a causa della quale il prossimo anno potremmo spendere solo 37 milioni – spiega Antonio Rosati -, con un inevitabile crollo della qualità dell‘edilizia scolastica e della manutenzione stradale”. Non è tutto.

Il taglio agli enti locali, pari a ben  2,6 miliardi di euro, provocherà un’inevitabile indebolimento dei servizi rivolti alla collettività, quali assistenza sanitaria e trasporto pubblico. “Oggi il costo di un biglietto è di un euro, un euro e mezzo – ha commentato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno -, un costo sociale assicurato dai trasferimenti che vengono dallo Stato. Se questi finanziamenti vengono tagliati come previsto non saremo più in grado di garantirlo”.

Non bastavano le metrò strapiene, gli autobus cronicamente in ritardo, i treni regionali puntualmente soppressi ad accompagnare le giornate dei cittadini di Roma e dintorni; ora si rischia di dover andare a lavoro in tandem mentre gli impiegati di palazzo Chigi godono ognuno di una costosa e disponibilissima schiera di auto blu a spese dello Stato, ossia degli stessi cittadini ai quali vengono sottratti servizi pubblici di base ed aumentate le tasse. “Il governo sta mettendo pesantemente le mani in tasca ai cittadini – osserva Zingaretti -, ma solo ad alcuni, quelli che le tasse le pagano già e che utilizzano i servizi pubblici, il bus per andare a lavorare o gli ospedali, perché non hanno alternative. E’ uno schifo – conclude il presidente della Provincia di Roma -, una vergogna, che in una situazione del genere il governo si preoccupi di salvaguardare gli stipendi dei parlamentari”. “E io pago” diciamo noi.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura

12/09/11

La Casta, Ferrieri e i cittadini

Per promuovere una petizione per eliminare i privilegi della politica c'è chi ha passato le vacanze davanti al Parlamento, nella speranza di essere finalmente ascoltato

Gaetano Ferrieri, 54 anni, dal 4 giugno non si muove da piazza Montecitorio. Da quel giorno si rifocilla solo con acqua e sali minerali, avendo iniziato uno sciopero della fame che porterà avanti fin quando le istituzioni non considereranno la petizione a
vanzata: riduzione del 50% dello stipendio di parlamentari e amministratori pubblici, un taglio del 90% delle auto blu e una nuova legge elettorale per “creare una classe politica che veramente rispecchi le preferenze dei cittadini”.
Per essere presentata e discussa, la proposta di riforma ha bisogno del sostegno di tre milioni di persone, a detta del Capo di Gabinetto della Presidenza della Camera, Alberto Sciolìa. Gaetano, un cittadino qualunque, non deve essere considerato né un supereroe né il capo di una presunta rivoluzione. “Non sono un eroe né un capopopolo – scrive Ferrieri in rete -, sono un uomo con dei principi da difendere, valori Sociali, d’amore per il Paese, per la mia amata Italia”.

Ma non ci salverà lui dall’abisso, giacché ogni individuo ha il dovere di difendere e reclamare i propri diritti quindi tra le nostre capacità, anestetizzate da una sfacciata e perpetua demagogia, bisogna rianimare almeno l’indignazione, legittimata dallo splendido art. 50 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”. Si deve pretendere la discussione della proposta, di fronte alla vergognosa indifferenza con la quale la sfera politica sta comportandosi al riguardo. “Chiediamo un dialogo assolutamente pacifico – spiega Gaetano Ferrieri -. Non siamo qui per sollevare tumulti, ma per cercare di ottenere un confronto effettivo della società civile con i governanti per discutere su una riforma che comprenda le misure proposte”. Più di novanta giorni di sciopero della fame ed un presidio permanente davanti Palazzo Chigi per attirare l’attenzione degli italiani su una petizione inviata alle più alte cariche dello Stato, sistematicamente ignorata. Per avere un riscontro efficace bisogna che il popolo scenda in piazza a milioni, unito e compatto, affinché la classe politica sia costretta ad ascoltare la vox populi. “Per iniziare un dialogo ci hanno chiesto tre milioni di firme, ma la cosa non ci spaventa – continua Ferrieri -. Ci sono migliaia di cittadini che ogni giorno vengono a conoscenza del presidio, la stampa estera ci segue, sempre più esterrefatta per i comportamenti della nostra classe politica (quella italiana è recitiva, ndr) e grazie all’appoggio di molti, ci stiamo organizzando con gruppi regionali”.

Bisogna reagire, prima che proliferi un’altra loggia, un’ennesima tangentopoli, mentre il Paese va a picco. Il Fmi ci ha condannato ad almeno dieci anni di stagnazione economica ed il nostro debito pubblico è il più alto d’Europa, dopo quello dei nostri vicini greci. La petizione prevede misure che se adottate sarebbero un ottimo antidoto teso a disinnescare il circolo vizioso dell’indebitamento. Se la casta continua a nutrirsi di denaro pubblico mentre elabora misure d’austerità rivolte a tutti tranne che loro, che continuano a godere di uno stipendio a cinque cifre e di auto blu anche per buttare l’immondizia(tanto per accennarne un paio), il paese fallirà e con esso tutti noi, che siamo rimasti immobili quando ancora eravamo in tempo. “Il 21 settembre scenderemo massicciamente in piazza – dichiara il cittadino veneziano a digiuno dal 4 giugno -. E’ mercoledì, l’unico giorno della settimana in cui sono presenti i parlamentari ed inoltre simboleggia l’inizio di un autunno particolarmente caldo. Chiederemo una question time sulla petizione e se ancora non ci sarà dato ascolto, sarà la volta di presidiare il parlamento”.

Gaetano ha avanzato proposte che la stragrande maggioranza dei cittadini condivide, ma che in sostanza nessuno aveva mai preso di petto per cercare di farle piombare in parlamento. Ad egli va il merito di muoversi per cercare concretezza. D’altra parte, sul profilo facebook di Gaetano si leggono frasi del genere: “Sei un eroe”, “Grazie per quello che fai”. Come se si fosse impediti a fare altrettanto, rassegnati alla passività.  Se quel timido gazebo riuscirà ad essere sorretto da milioni di persone, allora sarà vinta la battaglia contro la montagna di cemento che gli si pone innanzi, nella quale è arroccata l’oligarchia che sta portando allo sfacelo la nostra Nazione. “Stiamo creando una rete capillare nazionale al fine di agevolare la comunicazione tra vari gruppi ed organizzare al meglio la giornata del 21 – conclude Ferrari -. L’enorme numero di persone che ci segue in rete, ma anche in piazza, fa pensare alla buona riuscita della giornata”. Il 21 settembre l’appuntamento è sotto casa della Casta, mettiamoci alla prova.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura

01/08/11

“LasciateCIEntrare” mobilitazione contro il bavaglio stampa sui Cie

Da mesi ai giornalisti è proibito l'accesso nei centri per immigrati. Organizzata lo scorso 25 luglio una manifestazione nazionale per la libertà di informazione e contro le violazioni di diritti

Ci sono luoghi in Italia dove non è concesso vedere per raccontare. E' vietato informare su quanto avviene in quelle strisce di terreno delimitate da filo spinato, posti arcani che prendono il nome di Cie e Cara, centri di detenzione. La circolare interna n° 1350 emanata il 01/04/2011 dal Ministro Maroni, nel pieno delle ondate migratorie provenienti dal Maghreb, ha vietato ai giornalisti di entrare nei siti per i migranti, ossia i Centri di Identificazione e i Centri di Accoglienza per i Richiedenti Asilo. Il provvedimento, oltre che ledere profondamente il diritto di informazione, oscura violazioni di diritti umani e condizioni di vita inaccettabili. L'atto proibitivo ha suscitato la reazione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e dell'Ordine nazionale dei Giornalisti, che hanno scritto una lettera congiunta al ministro dell'Interno: “La circolare 1350 limita il dovere di informare liberamente i cittadini, in ottemperanza all’articolo 21 della Costituzione - s'apprende dalla nota”. Davanti al silenzio di Maroni rispetto alla reazione del mondo giornalistico, è stata indetta una giornata di mobilitazione lo scorso 25 luglio. “LasciateCIEntrare” è la sigla delle manifestazioni svoltesi davanti a numerosi Cie e Cara italiani, alle quali hanno preso parte giornalisti, associazioni umanitarie, cittadini e rappresentanti istituzionali. S'apprende dall'appello dell'iniziativa: “Questi centri sono da tempo off-limits per l’informazione, cioè luoghi interdetti alla società civile e in cui soltanto alcune organizzazioni umanitarie arbitrariamente scelte riescono ad entrare. Ma la circolare del ministro dell’Interno ha reso ancora più inaccessibili tali siti – continua la nota - . Giornalisti, sindacati, esponenti di associazionismo antirazzista umanitario nazionale e internazionale presenti nel territorio in cui sono ubicati, sono considerati secondo detta circolare ‘un intralcio’ all’operato degli enti gestori e per questo tenuti fuori”.

Dentro quelle mura, la disperazione dei reclusi è tanta. Basti ricordare la protesta dello scorso giugno di decine di immigrati del Cie di Lampedusa, che pur di non rimpatriare ed uscire dal lager, hanno ingerito lamette e pezzi di vetro. Il Comitato promotore della mobilitazione, durante la giornata di lunedì, ha tenuto a precisare: “Il prolungamento votato nei giorni scorsi dal Parlamento, che consente di trattenere le persone non identificate nei Cie fino a diciotto mesi, aumenta il disagio e la sofferenza in cui si ritrovano persone che non hanno commesso alcun reato”.
Tra le altre, ha aderito all'iniziativa la Fondazione Terre des Hommes Italia, che opera a tutela dell'infanzia, con un sit-in davanti al Cie siciliano: “E’ inaccettabile che centinaia di minori siano costretti a rimanere rinchiusi in strutture, di fatto detentive, in totale violazione delle disposizione di legge che ne prevedono l’opportuna tutela - osserva Federica Giannotta, Responsabile Diritti dell’Infanzia della Fondazione -. Questi minori rimangono in uno stato di abbandono umano per settimane, ignari del perché sono detenuti e di cosa li attende. Durante la loro permanenza sull’isola non sono segnalati alle autorità competenti e, quindi, non sono presi in carico da nessuno fino a quando non raggiungono le comunità di accoglienza, spesso mesi dopo”.

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

Amnesty: “Dopo 10 anni, ancora nessuna giustizia”

Secondo l'organizzazione per i diritti umani, i terribili atti di violenza avvenuti in occasione del G8 di Genova sono rimasti ampiamente impuniti

Dieci anni fa, Genova divenne lugubre teatro di morte. I rappresentanti degli otto paesi più potenti si riunirono per il G8, arroccati in una blindatissima zona rossa. Nelle quattro giornate del summit, oltre 200 mila persone si riversarono nelle strade della città ligure, ma nonostante la natura pacifica della protesta, si assistette a gravi atti di violenza ed un evidente abuso della forza da parte della polizia. Eppure, nonostante si sia arrivati addirittura ad uccidere con un colpo di arma da fuoco alla testa il ventitreenne Carlo Giuliani, l'Italia non si è ancora assunta la responsabilità per le inconcepibili violazioni di diritti umani commesse in quei giorni dalle forze di polizia.
Decine e decine di manifestanti sono stati massacrati. Durante l'irruzione alla scuola Diaz, adibita a dormitorio, decine di agenti di polizia picchiarono incessantemente coi manganelli molte persone, prendendole a calci, pugni e colpendole con legni e ferri presenti nella struttura. Le pochissime immagini reperibili in riguardo, ricalcano una macelleria messicana. Nel carcere provvisorio di Bolzaneto, oltre a picchiare allo stremo decine e decine di persone, gli agenti insinuavano minacce di violenza sessuale ed ulteriori percosse. Le persone picchiate a sangue, furono costrette a rimanere in condizioni disumane per oltre venti ore.
Dure le parole di Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International: “Dal G8 di Genova, abbiamo assistito in Italia a dieci anni di tentativi largamente falliti di chiamare le forze di polizia a rispondere di fronte alla legge dei reati commessi contro i manifestanti”.

L'organizzazione umanitaria accolse favorevolmente l'apertura dei processi Diaz e Bolzaneto: “Tuttavia – ha dichiarato Amnesty alla stampa -, poiché il codice penale italiano non prevede il reato di tortura, i pubblici ufficiali sospettati di aver torturato i manifestanti non sono stati incriminati per tale reato ma per altri che, sottoposti alla prescrizione, hanno portato sostanziale impunità”. Lo scorso anno l'Italia, oltre a non aver ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura, non ha accettato la raccomandazione da parte del Consiglio Onu di introdurre il reato di tortura. Inoltre, nonostante il Paese abbia aderito ai “Principi di Parigi”, non è stata ancora creata un'istituzione nazionale indipendente in grado di monitorare il rispetto dei diritti umani.

Amnesty International esprime sgomento e preoccupazione, temendo che “non aver affrontato lacune strutturali di tipo legale e istituzionale possa dar luogo, in futuro, a nuove violazioni dei diritti umani. L'impunità per violazioni commesse quali quelle in occasione del G8 di Genova del 2001 costituisce una macchia intollerabile nella storia dei diritti umani in Italia”. L'appello lanciato dall'organizzazione umanitaria, rivolto ai nostri rappresentanti istituzionali, è quello di condannare pubblicamente le barbarie commesse dalle forze di polizia dieci anni fa, sopratutto scusandosi con le vittime e le loro famiglie. Il 20 luglio 2001, in Piazza Alimonda, Carlo Giuliani fu raggiunto alla testa da un colpo di pistola, partito dalla mano di un uomo che, anziché operare in nome dell'ordine pubblico, ha sporcato la coscienza dello Stato con il sangue dell'ennesima vita umana spezzata.

Elenora Pochi
Fonte: Parolibero

14/07/11

Immigrati: nel bagaglio per l’Italia, solo la speranza di protezione

Quando si sta scappando da una guerra, dalla povertà o dalla fame non ci si ferma a pensare che il Paese dove si vuole tanto arduamente arrivare, anche rischiando la vita, non rispetterà il diritto alla protezione internazionale oppure non sarà disposto all’accoglienza

Una folta fila mi si pone innanzi, il caldo comincia a farsi sentire e c’è il rischio che non riesca ad arrivare capofila entro l’ora di chiusura. Mi domando se sono capitata nel giorno ‘no’ oppure se le file interminabili sono la quotidianità. Mi basta girare lo sguardo per chiedere ad una signora vicino che mi toglie immediatamente il dubbio, confermandomi che l’attesa è la prassi; non è la prima volta che viene all’Ufficio Immigrazione di Tor Cervara, a Roma. Mi guardo intorno, scambio due parole con alcuni ragazzi in fila, nella sala profughi e nella sala soggiorno. Mi raccontano brevemente le loro storie e grazie all’ascolto dei loro casi pratici, riesco a sopportare e comprendere il carico di nozioni teoriche che mi saranno date in seguito. Date le recenti vicissitudini che coinvolgono i migranti nordafricani, ho creduto fosse opportuno soffermarsi sulla questione

Il miraggio del diritto di asilo
In risposta all’arrivo di migranti dovuto alla fragile situazione dei paesi nord africani, l’Italia ha emanato un decreto, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 aprile 2011, nel quale è stato stabilito che i soli cittadini provenienti dal nord-Africa entrati in Italia dal 1 gennaio 2011 alla mezzanotte del 5 aprile 2011, possono beneficiare di misure di protezione temporanea. In altre parole, è stato loro concesso un permesso umanitario di sei mesi. E’ doveroso precisare che il permesso umanitario non é nulla di nuovo, al contrario di quanto il governo sembrerebbe aver insinuato attribuendosi il merito di un gesto di bontà, anzi é previsto dall’art. 20 del testo unico sull’immigrazione. Per quelli arrivati  dopo il 5 aprile, non c’è nessun permesso umanitario, ma la solita prassi. Se si hanno i documenti, l’autorità di Polizia, dopo aver verificato la validità delle carte presentate, rilascia un visto temporaneo rinnovabile fino alla decisione della Commissione Territoriale, organo delegato al riconoscimento dello status di rifugiato.
Nel caso si giunga senza documenti, come nella maggior parte dei casi dei flussi provenienti dall’altra sponda del mediterraneo, si è obbligati a permanere in centri d’identificazione, o meglio centri d’accoglienza per i richiedenti asilo(C.A.R.A.), un termine che in realtà sarebbe meglio rimpiazzato da un meno soft ma senz’altro più realistico ‘centri di detenzione’, visto il trattenimento coattivo della totalità dei richiedenti asilo in attesa dell’esito della domanda. E’ un po’ il discorso dell’utilizzo del binomio escort-puttana, il primo distinto, il secondo effettivo.
Per il riconoscimento dello status di rifugiato si deve dimostrare, tramite un’accuratissima dichiarazione stilata con l’aiuto di assistenti sociali, che sussista un fondato timore di persecuzione.

La legge italiana è diseguale per tutti
La normativa italiana non prevede forme di asilo per coloro che sono costretti a fuggire dal proprio paese a causa di conflitti bellici in corso o gravi disordini interni, a meno che non siano vittime di persecuzioni individuali.
La legge 40/98 sull’immigrazione, prevede pero’ che con decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, possano essere stabilite misure di protezione temporanea nel caso di imponenti esigenze umanitarie, conflitti particolarmente intensi o gravi calamità naturali. Proprio quel decreto emanato poco tempo fa.
Ora, c’è da chiedersi qual è il metro di misurazione che il Consiglio dei Ministri adotta per quantificare l’imponenza di una crisi umanitaria oppure della gravità di un conflitto. Questo procedimento sembrerebbe studiato, in pratica, per scegliere chi accogliere e chi no, in base al ritorno o agli interessi italiani verso il paese di turno.
Nell’ordinamento giuridico italiano, ad oggi, non esiste neanche una legge nazionale organica sul diritto di asilo, menzionato esclusivamente all’art. 10 della Costituzione: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Pertanto i criteri di riconoscimento dello status di rifugiato rimandano all’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951.
Da oltre 30 anni assistiamo ad una frenetica globalizzazione, per la quale merci e capitali non hanno frontiere, né tanto meno limiti. E’ avvilente appurare che l’unico ad avere ancora fortissimi vincoli, sia proprio l’essere umano.

Eleonora Pochi

05/07/11

Ed ora il referendum sulla legge elettorale: “Io firmo. Riprendiamoci il voto”

Quando il parlamento non rappresenta più il popolo, l’unica possibilità per i cittadini è di far sentire la propria voce a colpi di referendum

Il successo dei referendum appena conclusi è una chiara avvisaglia di un contrasto d’intenti tra il popolo e il governo. L’Italia vuole una cosa, ma la classe politica se ne propone un’altra e se l’unico, o meglio l’ultimo, metodo per fermare l’attuazione di leggi canaglia è il voto popolare, allora che referendum sia.
Questa volta si cerca di modificare l’attuale legge elettorale, il cosiddetto ‘Porcellum’ in vigore dal 2006 e concretizzato principalmente da Calderoli, eliminando il premio di maggioranza, le liste bloccate, fissando una soglia di sbarramento unica al 4% ed eliminando l’indicazione del candidato premier. Queste, le misure correttive per ristabilire un equilibrio accettabile nel nostro sistema politico-istituzionale.

Per comprendere i disagi dell’attuale normativa elettorale non occorre chissà quale geniale intuizione. Il blocco delle liste, priva realmente gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti in parlamento. La clausola del premio di maggioranza concepita per ottenere maggiore governabilità con un’ampia maggioranza, in realtà oggi attribuisce tutto il potere decisionale ad una parte del parlamento ed è inoltre differente tra Camera e Senato. La soglia di sbarramento al 2% provoca un’eccessiva frammentazione, mentre aumentandola al 4% si otterrebbe la partecipazione di partiti politici più rappresentativi e saldi, nelle quali si unirebbero realmente le forze minori, evitando la confusione delle attuali coalizioni, stabili quanto un castello di sabbia. L’indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale è una scelta che spetta rigorosamente al Presidente della Repubblica, come sancito dalla Costituzione, che deve deliberare in assoluta autonomia.

La campagna referendaria “Io firmo, riprendiamoci il voto” è stata lanciata giovedì scorso a Roma, dal Comitato per il Referendum sulla Legge Elettorale, promosso, tra gli altri, da Stefano Passigli, politologo ed ex parlamentare. Da oggi parte la raccolta firme, con l’obiettivo di raggiungere entro fine settembre le 500 mila sottoscrizioni necessarie per presentare il referendum alla Corte di Cassazione. I tempi sono necessariamente molto stretti: se entro il 30 settembre ci sono firme a sufficienza, la Cassazione potrà deliberare la validità dei quesiti referendari già il mese successivo, permettendo ai cittadini di votare nella primavera 2012.
Secondo il Comitato, la decisione di richiedere un referendum è inevitabile, giacché non sussiste nessun riscontro positivo dal parlamento circa la modifica del ‘Porcellum’: “Ogni tentativo di modifica della legge è destinato a fallire e l’unico modo per eliminarne i difetti è tagliare i quattro punti più discussi. Se il Parlamento riuscirà a trovare un accordo, tanto meglio” auspiacano i promotori dell’iniziativa, altrimenti “il referendum è inevitabile”.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura

01/07/11

Debtocracy, presente greco e futuro italiano

Un documentario prodotto da due giornalisti, Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou, che svela gli altarini dell'attuale crisi mondiale, soffermandosi sul meccanismo che ha spinto la Grecia al vassallaggio verso FMI e BCE, perdendo così la sovranità nazionale

Questa volta occorre una piccola premessa. Benché il cortometraggio sia uscito più di un mese fa, abbiamo ritenuto giusto parlarne dal momento che i media italiani, più o meno volutamente, hanno scelto di tacere, forse presi da un raptus d'oblio. Ciò che si evince da poco più di un'ora di filmato è allarmante. E' spaventosamente speculare alla situazione italiana, fornendo un chiaro presagio di quello che il nostro Paese sarà costretto ad affrontare, un preavviso forse troppo chiaro per essere diffuso. In fondo noi italiani siamo un popolo apprensivo. Non serve essere un economista, il linguaggio utilizzato in Debtocracy, una volta tanto, è comprensibile anche ai comuni mortali, esponendo in maniera chiara e concisa il processo che ha portato alla crisi attuale e le cause principali.
Iniziamo col dire che, come la Grecia, siamo uno dei paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) dell'Unione Europea. L'acronimo ha, inoltre, il significato di paesi maiali, a causa del cattivo stato delle loro economie. “A differenza degli USA, dove la Banca Centrale opera per diminuire le diseguaglianze tra Stati, in Europa le diseguaglianze sono state amplificate, generando dei 'parenti poveri', i PIIGS, i maiali dell'integrazione europea”.
Dunque come Wallerstein classificò il sistema mondo in centro (paesi sviluppati) e periferia (paesi sottosviluppati), anche l'Europa può essere considerata in tale ottica. “L'Eurozona ha distrutto il sistema immunitario dei Paesi della periferia europea, esponendoli ai rischi più gravi della crisi mondiale. Il tallone d'Achille di questi Stati è il deficit e il debito pubblico”.

In Grecia, l'ascesa politica di G. Papandreou ha dato il colpo finale all'economia. Dopo aver posto le basi di uno Stato sociale, senza aumentare le tasse alle corporazioni e ai redditi alti, mettendo al sicuro posti di lavoro con la nazionalizzazione delle compagnie private in perdita, è emerso il raccolto della sua semina, contaminata dalle precedenti politiche del primo ministro Costas Karamanlis, che già fecero esplodere il debito, preparando l'economia al collasso.
Quando il debito raggiunge il 167% del Pil, bussa precipitosamente alla porta di casa il FMI, accolto a braccia aperte da Papandreou. “Il FMI è rappresentante nel mondo delle classi favorite dalle trasformazioni neoliberiste, il cui obiettivo di aumentare i guadagni ha portato alla crisi attuale. […] Non solo le misure imposte al governo greco sono ingiuste e pericolose per la popolazione, ma sono destinate a fallire. Come in Argentina, l'obiettivo delle misure non è di salvare l'economia, ma di proteggere banche e grandi società. Il debito continuerà a crescere”.
Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea hanno imposto alla Grecia un terribile piano di austerità in cambio del maxiprestito da 110 miliardi concesso nel maggio 2010. Ad oggi, l'UE teme il default ed impone alla penisola ellenica tagli ancora più consistenti alla spesa pubblica, un ulteriore aumento delle tasse e la svendita di beni statali. “Tutti i Paesi che sono stati 'sostenuti' dal FMI hanno avuto conseguenze drammatiche in termini di speranza di vita. Ci sono Stati in cui è calata di 5 o addirittura 10 anni”.
Migliaia di cittadini greci pagheranno miliardi di debiti, frutto di corruzione ed interessi di una stretta cerchia di persone: “La risposta del governo viola i principi più basilari della democrazia. I cittadini si ribellano”. Il problema della Grecia, s'apprende dal video, è che ha perso la sovranità nazionale, “siamo diventati vassalli. Il governo si è messo contro i suoi cittadini, portando fame e povertà per almeno 20 anni”.

23/06/11

Rapporto Istat: fotografia di un' Italia senza futuro

Dal rapporto annuale dell'ente nazionale di statistica, traspare un'economia che stenta a ripartire. Una ricetta per uscire dalla crisi non è ancora stata trovata, intanto aumentano disoccupazione e debito pubblico

Presentato il rapporto annuale Istat, cinque volumi che analizzano la situazione di imprese, famiglie, lavoro ed economia del nostro paese. Dai dati, come facilmente intuibile dalla quotidianità, si evince la fotografia di un'Italia infausta, in un contesto europeo che dal secondo dopoguerra non aveva mai toccato il fondo come ora. La grande recessione del ventunesimo secolo ha piegato il nostro paese, già indebitato e corrotto prima della crisi. Enrico Giovannini, presidente dell'istituto di statistica, ha tenuto a precisare però che “la ricchezza di cui dispongono le famiglie, un tessuto produttivo robusto e flessibile, l'ampio ricorso alla cassa integrazione, il rigore nella gestione del bilancio pubblico, le reti di aiuto informale sono gli elementi che spiegano perché la caduta del reddito prodotto, la più forte tra i grandi paesi industrializzati, non si è trasformata in una crisi sociale di ampie dimensioni”.
Almeno finora quel poco di ammortizzatori sociali hanno contenuto lo scoppiare di una profonda crisi sociale ed è proprio riflettendo sulle considerazioni di Giovannini che ci si chiede cosa succederà quando il temporaneo sostegno statale a disoccupati e cassaintegrati cesserà, dato che gli ammortizzatori sociali non vengono elargiti in eterno.

Dall'analisi emerge che nel biennio 2009-2010 501mila giovani sotto i trentanni hanno perso un impiego, sempre più donne sono escluse dal mercato del lavoro o costrette ad uscirne per sopperire alle carenze di assistenza statale: “Oltre la metà delle interruzioni del lavoro per la nascita di un figlio non è il risultato di una libera scelta. Sono infatti circa 800mila – si apprende dal rapporto - le madri che hanno dichiarato di essere state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere, nel corso della loro vita lavorativa, a causa di una gravidanza".

Implementano la 'lista nera' un risparmio nazionale pari al 9,1% ed un tasso di crescita dello 0,1%, a causa di una paralisi dell'attività economica ed ovviamente della domanda di lavoro, insufficiente a riassorbire l'esercito di disoccupati, sempre più numeroso. Va da sé il calo di reddito e consumi.

Circa 15milioni di cittadini, un italiano su quattro, sono sulla soglia della povertà. Nel 2010 il 5,5% degli italiani non ha avuto soldi per comprare il cibo, oltre il 16% ha dovuto indebitarsi per arrivare a fine mese e l'11% non ha potuto curarsi per ragioni di mancanza di denaro.
Il presidente dell'Ente, conclude la presentazione del rapporto annuale, auspicando che sussistano “la coesione di intenti, la chiarezza degli obiettivi, la mobilitazione dell'opinione pubblica e della società civile , per affrontare i nodi esistenti e moltiplicare gli effetti benefici di decisioni coordinate."

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

21/06/11

Battiquorum, defibrillatore di un'Italia malmessa

Il referendum ha significato una vera vittoria per il popolo, una boccata di democrazia nel mare dell'oligarchia che da anni non fa altro che affogare i diritti di milioni di cittadini


Finalmente ci si può rassicurare: tra le bollette a fine mese non ci sarà anche quella dell'acqua, tra l'altro calcolata in base alla remunerazione dei grandi investitori, e mancherà anche la radioattività ad avvelenarci. Inoltre si è data una bella spinta in tribunale a chi ha voluto usare ed abusare di leggi per evitare processi penali in nome di un ridicolo impedimento.
Subito dopo le 15.00 del 13 giugno, la diatriba politica ha invaso giornali e televisioni cercando, come oramai si fa da anni, di strumentalizzare perfino simili questioni, ricollegando il risultato ad una sconfitta della Destra da parte della Sinistra. Ebbene, si è esausti anche di questo. Il bene comune non ha colore politico, non si può rifilare la politica anche dove non si dovrebbe neanche accostarla, giacché la natura di questo referendum fortunatamente ne è discosta. Un grazie particolare va, in primis, ai Comitati promotori, che si sono fatti carico di una straordinaria lotta per i diritti comuni, grazie alla quale è stato possibile raggiungere il quorum.

“Abbiamo tenacemente portato avanti questo impegno – spiega il Comitato '2 sì per l'acqua bene comune' - perché crediamo che su un tema così cruciale per il futuro di tutti debba esserci consapevolezza e partecipazione. Il percorso non è stato facile: solo negli ultimi giorni abbiamo avvertito che la situazione si stava sbloccando, che l'ostilità nei confronti dei referendum era meno forte della voglia di partecipare e di esprimersi di una società che ha sempre meno possibilità ed occasione di farlo”.Quei 'pazzi' di Greenpeace, quegli indisponenti del Comitato per l'acqua, ma anche tutti i sostenitori, i giovani e meno giovani che hanno saputo rianimare un'Italia in coma, ragionare e comprendere che il profitto non può divorare anche questo. Il primo passo è stato fatto. Quel 57% necessita una doppia lettura. Se da una parte è un'illustre vittoria democratica, dall'altra ci si chiede come mai che per simili faccende il Paese non sia sceso più massicciamente in campo per difendere il bene comune. Ci levano l'acqua e ci avvelenano l'aria, ma al 43% degli italiani poco interessa. L'Italia deve imparare a reagire, tutta. Ed è grazie a quella parte sana che si continua a guardare in alto, sperando che il prima possibile da Milano a Palermo ci si risvegli dal torpore.

14/06/11

Italian-Israel Business Forum, gli affari prima di tutto

Ancora una volta, gli affari prima di tutto. Il 'restare umani' viene soffocato dal 'restare proficui' in nome del profitto e degli accordi politci

A partire dal 14 giugno, a Milano si terrà un importante incontro d'affari tra Israele e il nostro Paese. Saranno presenti oltre 600 imprenditori, il ministro dell'Industria e del Commercio israeliano, Shalom Simhon, e Paolo Romani, nostro ministro dello Sviluppo Economico. I temi oggetto dell'incontro saranno gestione idrica, nuovi media, sanità e sicurezza. Ebbene sì, sicurezza. I nostri business man saranno tutti orecchi per ascoltare e comprendere come la sicurezza israeliana, si sia guadagnata il podio nella classifica mondiale, grazie all'operazione di occupazione forzata della Palestina, nella quale rimane da anni. Un successone degno di champagne.

“Unexpected Israel” è il nome dell'evento che oltre a comprendere il forum economico, darà il via ad una settimana di manifestazioni culturali in nome della “Israele che non ti aspetti”. Peccato che in quanto alla politica adottata, lo Stato di Netanyahu lo conosciamo bene, purtroppo. Conferma la linea dura, il recente rifiuto da parte del capo di Stato israeliano verso la possibilità di intraprendere una trattativa di pace con il popolo palestinese. Questi signori esporranno la loro metodologia di successo, illustrando all'Italia il loro modello vincente di intelligence e strategie militari e proponendo, per voce di nove grandi aziende israeliane che parteciperanno al meeting, i loro prodotti a Milano.
Spiccano tra i nomi del business d'oltremare, la Magal S3, produttrice di sensori sotterranei utilizzati nelle barriere di sicurezza poste al confine del Paese, l'Athena e la J. Gordon Consulting Engineers specializzate in sicurezza militare ed ordine pubblico.

Nell'ultimo giorno della kermesse è previsto, tra le altre iniziative di contestazione, un corteo di protesta organizzato dai filo-palestinesi per manifestare il dissenso verso le politiche intraprese dallo stato ebraico. C'è una parte di persone contraria allo svolgimento dell'iniziativa, tutti quelli che cercano di contrastare l'attività militare israeliana, che ha razziato i Territori Occupati palestinesi, Gaza in primis. “Non si può festeggiare un Paese criminale”, queste le parole del Comitato varesino per la Palestina. Dopo il baciamano a Gheddafi, questa è l'ennesima vergogna italiana. Il governo israeliano è responsabile di crimini contro l'umanità e l'unica misura che si riesce ad intraprendere è l'organizzazione di una festosa kermesse in onore di un Paese che ha le mani e la coscienza sporche di sangue.

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

06/06/11

Parte il countdown in vista dei referendum, l'imperativo è SI

L'esercizio di quella quasi dimenticata sovranità popolare è un legittimo diritto ed un dovere imprescindibile. Il 12 e 13 giugno votare SI è inevitabile per il bene del nostro paese

L'ultimo briciolo di democrazia rimasta all'Italia è proprio l'istituto del referendum, per mezzo del quale il popolo è chiamato direttamente ad esprimersi e decidere.
Rappresenta uno strumento fondamentale per il corpo elettorale, in quanto può determinare l'abrogazione di leggi ordinarie e non è quindi un controsenso, tanto per fare chiarezza, votare SI per dire NO. Si vota SI per abrogare e quindi per esprimere dissenso verso quanto stabilito da norme. Il 12 e 13 giugno gli italiani avranno la possibilità di deliberare su tre questioni: privatizzazione dell'acqua, costruzione di centrali nucleari e legittimo impedimento, tutte determinanti per il futuro del nostro paese e, nonostante i vili e ripetuti tentativi del governo di sabotare il referendum, la chiamata alle urne è confermata e consolidata dal parere positivo della Cassazione sul quesito del Nucleare.
Se l'Italia negli anni è stata smembrata di quasi tutto, dalla ricchezza ai valori morali, si può permettere che pure l'acqua sia privatizzata, lo spettro della radioattività incomba sulle nostre teste e che non si venga processati con la scusa di essere talmente impegnati a governare da non riuscire a trovare il tempo per farsi giudicare dalla legge?
I voti da esprimere sonoquattro, di cui due sull'acqua, uno sul nucleare ed il quarto sul legittimo impedimento.


Quesiti referendari sull'acqua
1. "Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica"; l'ultima normativa approvata dal Governo Berlusconi, stabilisce l'affidamento della gestione del servizio idrico a soggetti privati attraverso gara d'appalto o a società a capitale misto, pubblico-privato. Questa norma è finalizzata ad introdurre nel mercato società private. L'intento del referendum è di fermare il processo di privatizzazione, l'acqua è una risorsa pubblica. (Scheda rossa)
 

2. "Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito”; si vota per l'abrogazione parziale della norma, in particolare del comma 1, secondo il quale la determinazione delle tariffe per il servizio deve essere commisurata alla remunerazione del capitale investito. (Scheda gialla)
 

Quesito referendario sul nucleare

3. "Nuove centrali per la produzione di energia nucleare"; si vota per l'abrogazione parziale di norme, in particolare della parte riguardante “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” nella quale è prevista la realizzazione di impianti di produzione di energia nucleare. (Scheda grigia)




Quesito referendario sul legittimo impedimento

4. "Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale"; si vota per l'abrogazione delle norme che consentono al presidente del Consiglio o a un ministro imputato, di giustificare la propria assenza ad un'udienza penale che lo coinvolge. La natura di questa legge è riconducibile al Lodo Alfano, provvedimento giudicato incostituzionale dalla Corte Costituzionale, nel 2009. (Scheda verde)

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

09/05/11

UE boccia reato di clandestinità

Respinta la legittimità dell'introduzione nell'apparato normativo penale del reato di clandestinità, che prevedeva la reclusione degli immigrati


Secondo la corte di giustizia di Lussemburgo, l'introduzione nel diritto italiano del reato di clandestinità punibile con la reclusione compromette la realizzazione dell'obiettivo comunitario di 'instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali'.
Nella nota diffusa dalla Corte Europea, si è tenuto a precisare: “Gli Stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all'insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all'allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa nazionale in discussione, solo perché un cittadino di un paese terzo, dopo che gli è stato notificato un ordine di lasciare il territorio nazionale e il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare su detto territorio”.

Il reato di clandestinità, previsto dal 'pacchetto sicurezza', era stato introdotto nell'ordinamento italiano nel 2009. Difeso con le unghie e con i denti dal Ministro dell'interno Maroni, membro di un partito politico che ha reso il 'rifiuto allo straniero' una linea d'azione, portando ad una dilagante e vergognosa xenofobia. Sulla sentenza della Corte, così l'esponente leghista: “L'eliminazione del reato, accoppiata alla direttiva europea sui rimpatri, rischia di fatto di rendere impossibili le espulsioni, trasformandole solo in intimazione ad abbandonare il territorio nazionale entro sette giorni. Questo rende assolutamente inefficaci le politiche di contrasto all'immigrazione clandestina.
Noi vogliamo continuare con le espulsioni. Con la Tunisia, in particolare, funzionano bene. Sono oltre 600 i tunisini rimpatriati dal 5 aprile”.

Secondo il Governo la giustizia europea ha agito in maniera sbagliata. Questa maledetta magistratura non gli fa dormire sonni tranquilli, ci mancavano giusto i giudici europei a contrastare i loro piani. Probabilmente diranno che la febbre da toga rossa ha raggiunto Lussemburgo. La nostra Costituzione è stata violata più volte dalle classi dirigenti di ieri e di oggi, in assoluta par condicio. Per fortuna la Carta dei diritti dell'uomo ci aiuta affinché in Italia vengano rispettati quei diritti fondamentali dei quali ogni essere umano deve insindacabilmente poter godere.

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero