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28/02/13

Africa for Norway” una campagna contro gli stereotipi dell’Occidente

“Immagina se ogni persona in Africa vedesse il video “Africa per la Norvegia” e quest’ultimo fosse l’unica informazione mai avuta sul paese nordeuropeo. Che cosa penserebbero della Norvegia? Se diciamo Africa, tu a cosa pensi? ” Questo è il messaggio che lancia la campagna Africa for Norway, che simula efficacemente il retroscena delle azioni di aiuto dell’Occidente verso l’Africa. Capire che Africa non significa solo fame, Aids e povertà è forse la sfida umanitaria più grande per i popoli del “nord del mondo”. Intendo porre l’accento sui popoli, poiché si intende che le classi dirigenti e i grandi capitalisti questo lo sanno, ma operano intenzionalmente affinché un continente intero passi come un pozzo di sciagura eterna. Si dovrebbe scrivere un libro sulle ragioni per cui uomini d’affari e politici lavorano assiduamente per screditare l’Africa, ma ci si può limitare ad accennare sommariamente la paura di perdita di supremazia mondiale economica e politica, perdita di colonie, privazione di materie prime a basso costo.
Se a tutto questo si aggiunge l’immagine che i mass-media definiscono dell’Africa e gli aiuti concessi tanto per essere a posto con la coscienza o con la dichiarazione dei redditi, senza alcun seguito o un obiettivo specifico, allora ci si rende conto che, tutto sommato, l’uomo bianco deve ancora fare i conti con una mentalità razzista e intrinsecamente colonialista. Per combattere questo modo di vedere l’Africa, il progetto chiede agli africani di salvare i norvegesi dal congelamento, donando loro un termosifone. Un ironico attacco contro ogni “pietismo”, in difesa delle potenzialità di sviluppo di un continente che non può vivere solo di “aiuti umanitari”.

Il videoclip  preparato per la campagna, realizzato da studenti norvegesi e professori universitari del Fondo di assistenza internazionale, è una canzone in stile natalizio che lancia, in maniera ironica, un messaggio davvero importante: “La verità è che ci sono molti sviluppi positivi nei paesi africani e vogliamo che questo diventi noto. Abbiamo bisogno di cambiare le spiegazioni semplicistiche dei problemi in Africa. Abbiamo bisogno di educare noi stessi sulle questioni complesse e ottenere maggiore attenzione su come i paesi occidentali hanno un impatto negativo sullo sviluppo dell’Africa. Se vogliamo affrontare i problemi che il mondo si trova ad affrontare abbiamo bisogno di agire basandoci sulla conoscenza ed il rispetto” si legge sul sito del progetto. Ed è proprio attraverso la conoscenza ed il rispetto che i cittadini occidentali devono avvicinarsi all’Africa, scoprendo un continente nuovo e ricco di intelligente umanità, prima che di risorse.




Riferimenti campagna:
Sito: http://www.africafornorway.no/
Facebook: “Africa for Norway”
Twitter: @SAIH #AfricaforNorway

Eleonora Pochi

27/11/12

Parte il progetto “Africa for Norway”: "L'Africa non è solo AIDS e povertà"

'Africa per la Norvegia' è una parodia su iniziative del filone “Band Aid”, che coinvolge rinomate star che cantano per i poveri, affamati africani. Ma questa volta, è una nazione ricca, quella scandinava che ha bisogno di una mano.

Perché "Africa per la Norvegia"?


Immagina se ogni persona in Africa vedesse il video "Africa per la Norvegia" e quest’ultimo fosse l’unica informazione mai avuta sul paese nordeuropeo. Che cosa penserebbero della Norvegia?
Se diciamo Africa, tu a cosa pensi? Fame, povertà, criminalità o l'AIDS? Non c'è da stupirsi, perché in gran parte delle campagne di raccolta fondi e di mezzi di comunicazione è principalmente di quei fenomeni che si sente parlare.
Le foto che siamo abituati a vedere in raccolte di fondi sono di bambini africani, poveri. La fame e la povertà sono terribili, allora si agisca. Ma mentre queste immagini possono coinvolgere le persone a breve termine, siamo preoccupati che molte persone rinuncino a sostenerci semplicemente perché sembra che nulla cambi in meglio. L'Africa non deve essere solo qualcosa che la gente riconduce a “dare, o rinunciare di dare”.
La verità è che ci sono molti sviluppi positivi nei paesi africani e vogliamo che questo diventi noto. Abbiamo bisogno di cambiare le spiegazioni semplicistiche dei problemi in Africa. Abbiamo bisogno di educare noi stessi sulle questioni complesse e ottenere maggiore attenzione su come i paesi occidentali hanno un impatto negativo sullo sviluppo dell'Africa. Se vogliamo affrontare i problemi che il mondo si trova ad affrontare abbiamo bisogno di agire basandoci sulla conoscenza ed il rispetto.
Il video è realizzato dagli studenti norvegesi e professori universitari del Fondo di assistenza internazionale (www.saih.no). Con la collaborazione di Operation Day’s Work  (www.od.no), il finanziamento dell' Agenzia Norvegese per la Cooperazione allo Sviluppo (Norad) e The Norwegian children & Youth Council (LNU). Musica di Wathiq Hoosain. Testi delle canzoni di Bretton Woods (www.developingcountry.org). Video di Productions Ikind (www.ikindmedia.com)



 

Che cosa vogliamo?

1.Il fundraising non dovrebbe essere basato su stereotipi che sfruttano e basta.
La maggior parte di è tra l’altro stanca di vedere solo immagini tristi invece di reali cambiamenti.

2. Un miglioramento dell’informazione su ciò che sta accadendo nel mondo, nelle scuole, in TV e dei media. Vogliamo vedere più sfumature. Vogliamo sapere di sviluppi positivi in Africa e nei paesi in via di sviluppo, non solo le crisi, la povertà e l'AIDS. Abbiamo bisogno di più attenzione su come i paesi occidentali hanno un impatto negativo sui paesi in via di sviluppo.

3.Che i media portino rispetto, seguendo un impostazione che tuteli l’etica nella comunicazione. Vuoi stampare una foto di un bambino affamato bianco senza permesso? Le stesse regole devono applicarsi quando i giornalisti stanno coprendo il resto del mondo, come fa quando sono nel loro paese d'origine.

4. L’aiuto deve essere basato su esigenze reali e non "buone" intenzioni.
L'aiuto è solo una parte di un quadro più grande, dobbiamo poter far funzionare la cooperazione e gli investimenti e modificare alcune strutture che frenano lo sviluppo dei paesi più poveri. Gli aiuti monetari non sono l'unica risposta. Il sito della campagna è http://www.africafornorway.no/ .


L'intervista

(fonte: All Africa)

Breezy V, rapper, ed altri artisti hanno realizzato il videoclip sulla campagna di donazione di termosifoni in Norvegia per salvarli dalla morte per congelamento. (Risorsa:. 'Song Carità' Spoof africana esorta le persone a donare Radiatori in Norvegia

"La gente non ignora le persone che muoiono di fame, e allora perché dovremmo ignorare le persone fredde? Sottolinea Frostbite." Questo è ciò che ha portato il rapper Breezy V a proporre un invito un po’ particolare agli africani, per sostenere la campagna di RADI-AID. La sua missione è di salvare i norvegesi dal congelamento donando un radiatore, oggi!
Per saperne di più circa la creazione del video, Radio Netherlands Worldwide ha parlato via Skype a Devin Carter(Productions Ikind), 27enne sudafricano, che ha prodotto il videoclip che lancia la “campagna”.

Cosa hai pensato quando hai sentito parlare del progetto?
. "La maggior parte del mio tempo durante la produzione è stato effettivamente speso a spiegare perché stavamo andando in giro dalle persone a raccogliere radiatori per i norvegesi esposti al gelo.  A dire il vero, quando ho sentito il concetto ... ho pensato: ‘Desta un po' di confusione per me. Non sono sicuro di come gli europei la prenderanno. Non sono sicuro di come gli africani la prenderanno. ' Poi ho capito la chiave ironica e il messaggio di fondo che l’ironia fa trasparire".
(…)
Ci sono state delle difficoltà che avete dovuto affrontare durante le riprese in Sud Africa?
"Non è molto comune in Sud Africa avere un termosifone!....Così abbiamo dovuto fare un paio di telefonate, andare a raccoglierli da luoghi lontani, ma siamo riusciti a racimolarne qualcuno-.. Quel tanto che basta per tirare fuori un video e farlo sembrare realistico ... "
(…)
Che cosa pensi che questo video potrebbe realizzare?
"Quello che spero di realizzare è quello che [gli studenti norvegesi e professori universitari Fondo Assistenza Internazionale (Saih)] hanno messo in evidenza sul loro sito web, e il progetto che stiamo portando avanti non è altro che la consapevolezza per le persone di tutto il mondo su questa presa di posizione verso un certo modo di “aiutare” l'Africa. Un sacco di gente vede le immagini in tv e mossi dalla carità, casomai donano. Anche il Saih sta cercando di sottolineare che l'Africa non è un luogo dove destinare esclusivamente “donazioni morbide”, che si fanno per stare bene con sé stessi. In realtà c'è sviluppo qui. Esistono progetti che hanno bisogno di finanziamenti, che potrebbero avere risultati davvero sorprendenti se si prendesse effettivamentecoscienza del fatto che qui, in realtà, abbiamo potenziale.  A causa del modo in cui è spesso l’Africa è trattata dai media, un sacco di persone pensano esclusivamente: 'Voglio sostenere un bambino muore di fame, dare loro cinque dollari o qualsiasi altra cosa'. Forse se si evidenziassero di più i nostri sforzi di sviluppo, ci sarebbe qualche cambiamento nell’aiuto verso l’Africa.

17/07/12

Sudan e Sud Sudan, in guerra nel nome del petrolio

Duri scontri si stanno consumando tra i due eserciti africani, spalleggiati dalle potenze più forti del mondo. L’oro nero è il motivo del conflitto, che sta inginocchiando la popolazione

Lo scorso aprile é stata dichiarata l’ennesima guerra, la sessantesima in corso nel mondo. La parti belligeranti sono il Sudan, spalleggiato da Cina e Russia e il Sud Sudan, sostenuto da Usa, Europa e Israele. Entrambi i paesi godono di ingenti finanziamenti esteri, elargiti dai rispettivi ‘alleati stranieri’, che permettono loro di armare i relativi eserciti, che in queste ore si stanno scontrando per il controllo di alcuni ‘punti caldi’, ricchi di petrolio e risorse naturali. In particolare, la presa della regione di Heglig da parte dell’esercito sudsudanese, che secondo i confini tracciati dall’Onu appartiene al Sudan, è stata la scintilla che ha fatto scoppiare ufficialmente il conflitto. Nonostante la secessione del Sud, ufficializzata il 9 luglio scorso, restano ancora irrisolte numerose questioni, prima tra tutte, il controllo delle aree petrolifere del sud Kordofan e Abyei. Sussistono inoltre marcate ostilità religiose, tra arabi e islamici sudanesi e cristiani e animisti del Sudan del Sud. Una serie di motivi, che hanno condannato sia Nord che Sud a vent’anni di guerra civile, povertà estrema, fame, epidemie, stermini di massa. Nella regione del Darfur, il confiltto causò la più grave crisi umanitaria del pianeta, oltre che rappresentare uno dei più gravi genocidi del ventesimo secolo. Circa cinque milioni di morti, tre milioni di sfollati, migliaia di minori arruolati come soldati. Nei confronti del presidente del Sudan, Omar al-Bashir, la Corte Penale Internazionale dell’Aja ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante il conflitto del Darfur. Tuttavia, l’unico mandato a lui ascritto è quello presidenziale.

Anche il presidente del Sud Sudan ha più di uno scheletro nell’armadio. Salva Kiir Mayardit è a capo di un ‘partito politico’, ‘Esercito Sudanese di Liberazione Popolare’ (SPLA), che possiede un braccio armato in cui si reclutano forzatamente bambini, attraverso retate notturne nei villaggi. Ciò nonostante il Sud Sudan è, già da prima della sua nascita, gode della simpatia e del supporto dell’Occidente. Proprio qualche giorno fa, Juba è entrata a far parte, in qualità di 188esimo stato, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Sembrerebbe inoltre che gli USA siano in procinto di aprire a Juba la base militare americana più grande d’Africa. Secondo Amnesty International gli USA hanno fornito armi e addestramento allo SPLA, appunto l’esercito sudsudanese che arruola migliaia di bambini soldato

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura

01/08/11

Somalia: vertice mondiale Fao a Roma

Le Ong locali e internazionali da mesi hanno lanciato l’allarme, ma come, nel nostro piccolo, successe per Lampedusa qualche tempo fa, finché non si raggiunge palesemente il collasso, anche dilemmi così rilevanti come la catastrofe somala, non riescono a spronare all’azione immediata

In Somalia é in atto la crisi umanitaria più grave dal secondo dopoguerra, con un tasso di malnutrizione di oltre il 50% ed una mortalità infantile visibilmente alle stelle. Ogni giorno muoiono sei bambini sotto i cinque anni, uccisi dalla fame, dai ribelli o persino sbranati dalle iene. L’acuirsi di una crisi annunciata già da mesi dalle organizzazioni umanitarie, è spiegato dalla presenza congiunta di due fenomeni devastanti quali la guerra interna, che arruola centinaia di bambini come soldati, e la piaga della siccità che investe l’intero Corno d’Africa e che sta portando alla fame oltre undici milioni di persone. Più di 750 mila somali hanno cercato rifugio nei paesi vicini e molti stanno ancora tentando di trovare una via di fuga. I campi profughi allestiti oltreconfine dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati, il più grande dei quali nella città keniota di Dabaab, stentano a fronteggiare la tragica situazione. L’agenzia delle Nazioni Unite in questione ha reclamato ai paesi donatori circa 136 milioni di dollari per fornire aiuti al popolo sudanese. La richiesta avanzata ha favorito la calendarizzazione imminente di un vertice straordinario Fao che si svolgerà a Roma, lunedì 25 luglio, e che coinvolgerà i rappresentanti dei 191 paesi membri, le agenzie Onu, le banche dello sviluppo e le organizzazioni non governative, al fine di elaborare un programma straordinario di aiuti per la Somalia.

“Centinaia di persone muoiono ogni giorno – ha dichiarato Jaques Diouf, direttore generale della Fao – e se non agiamo, molti altri perderanno la vita. Oltre all’assistenza alimentare, di cui c’è bisogno adesso, dobbiamo anche aumentare gli investimenti per interventi immediati e di medio termine, per aiutare gli agricoltori e le loro famiglie, a proteggere le loro attività e continuare a produrre cibo”.
D’altra parte i Shabaab, gruppi estremisti che controllano gran parte della Somalia, costituiscono un serio impedimento per l’accesso degli operatori umanitari, rifiutando da anni l’aiuto internazionale. Il portavoce dei Shabaab ha tenuto a precisare: “C’è siccità in Somalia, ma non carestia, quanto viene dichiarato dalle Nazioni Unite è falso al 100%”.  Un paese martoriato da povertà, guerra e siccità si trova in balia dell’egemonia di bande ribelli, che fanno i capricci davanti a milioni di morti per fame. Al contempo, sarebbe opportuno riflettere sulle parole di Anna Ridout, portavoce del gruppo Oxfam di Dabaab: “La comunità internazionale spesso non fa nulla fino all’emergenza – dichiara la cooperante a Metro -. Invece la carestia si dovrebbe prevenire, non combattere. Sarebbe anche più economico”.

Eleonora Pochi

Nasce il Sud Sudan tra armi, petrolio e coloni stranieri

Per il popolo del Sudan meridionale è una vittoria, una conquista d'indipendenza che segnerà la sorte dell'intero Paese. Sarà davvero l'inizio di una nuova era oppure la scissione rappresenterà l'aggravarsi di marcate ostilità?

Al “risiko africano” è stato aggiunto il 54° Stato. Il Sud Sudan è ufficialmente nato lo scorso 9 luglio, in seguito al referendum popolare per il quale il 99% dei votanti hanno voluto la separazione dal Nord. La sanguinosa lotta di secessione è durata 50 anni, alimentata non solo da ragioni economico-territoriali, ma anche da conflitti etnici spiegati dalla presenza nell’ex Sudan di numerose etnie e credo diversi: al settentrione arabi e islamici, al meridione cristiani e animisti. Da queste ragioni scaturì una lunga ed intensa guerra civile, che provocò quasi 5 milioni di vittime, metà delle quali bambini. La più grave crisi umanitaria al mondo, nella regione del Darfur, comportò più di 3 milioni di sfollati. La secessione di Juba da Khartoum è stata interpretata, quindi, da gran parte del popolo sudanese come la soluzione a problemi che la Nazione porta sulle spalle da decenni, mentre il Nord rimane nelle mani del dittatore Omar al Bashir, sul quale pende un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità commessi appunto durante la crisi del Darfur. Tallone d'Achille tra Juba e Khartoum è la piccola regione di Abey, contesa poiché ricca di petrolio. Lo scorso 21 maggio le truppe di al Bashir hanno invaso la città di Abey, costringendo alla fuga trentamila persone, affinché venissero allontanate le comunità ngok dinka, fedeli al governo neonato. Il dittatore sudanese non cede tuttora con l'occupazione dell'area, cosciente di possedere forze armate più equipaggiate rispetto quelle del Sud appena nato.

Analizzando l'aspetto socio-economico del Paese, ci si accorge che nel Sudan, benché il potenziale agricolo sia elevato, gran parte della popolazione è sotto la soglia della povertà, non c'è un apparato di infrastrutture adeguate e oltre la metà dei bambini non va a scuola, ma il mercato delle armi, uno dei più fiorenti del continente africano, non conosce povertà. Durante la guerra del Darfur, grazie all'importazione di tonnellate di maneggevoli e leggeri Ak47, vennero arruolati oltre 1,5 milioni di bambini come soldati. Chissà chi fece arrivare fiumi di armi nel Paese belligerante.

L'altro lato della medaglia dell'economia sudanese è rappresentato dal petrolio, preziosa risorsa che rappresenta il 98% delle entrate del Sud e il 90% del Nord. In merito, occorre considerare la sagace propensione al profitto dei paesi occidentali, ma non solo. Gli investitori stranieri hanno trattato con Juba ancor prima dell'ufficiale riconoscimento d'indipendenza dal Nord, approfittando della mancanza di istituzioni e di regole per accaparrarsi a basso costo terreni e giacimenti. “Un impresa texana avrebbe acquistato 600 mila ettari sud sudanesi – riporta l'agenzia stampa umanitaria dell'Onu -, per la modica somma di 25 mila dollari. Il prezzo all'ettaro assomma, quindi, a tre centesimi di euro”. Secondo fonti statunitensi, inoltre, la società Nile Trading and Development Inc avrebbe ottenuto così il diritto ad usufruire per circa cinquanta anni di qualsiasi risorsa naturale presente nell'area e starebbe trattando per l'appropriazione di altri 400 mila ettari. L'obiettivo di acquisti di così ampia portata è chiaramente mosso dal profitto speculativo generato dalla rivendita frazionata.
Per quanto riguarda il petrolio la Cina la fa da padrona, fornendo ad entrambi i Paesi sudanesi le attrezzature necessarie per l'estrazione e la raffinazione dell'oro nero ed acquistandone i due terzi prodotti. Non sorprende scoprire che, nonostante il risaputo appoggio cinese alla linea dittatoriale di al Bashir, Pechino ha già nominato un console cinese per il commercio con il Sud Sudan ed il 9 luglio, giorno della proclamazione dell'indipendenza dal Nord, ha inaugurato la sua ambasciata a Juba. Un'esempio calzante di quella che viene definita 'colonizzazione moderna'.

Eleonora Pochi

11/04/11

Immigrazione: E' emergenza umanitaria ma il Governo non si muove

Mentre arrivano migliaia di immigrati dall'altra sponda del Mediterraneo e l'Italia si spacca in due sull'accoglienza di profughi e fuggiaschi, il premier promette il recupero di Lampedusa con casinò e campi da golf


Mercoledì 30 marzo Lampedusa s'è trasformata per qualche ora in “Isola dei Famosi”, teatro di una messa in scena simile a quella presentata ai cittadini aquilani, piegati dal terremoto.
“Il governo presenterà al prossimo consiglio dei ministri la candidatura di Lampedusa al Nobel della pace”. Così ha esordito il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, cercando di accaparrarsi la fiducia degli isolani, protagonisti di un'emergenza umanitaria senza precedenti, che da mesi sta investendo il nostro paese. Il discorso del Premier è stato caratterizzato da molteplici impegni, tra i quali, il più maestoso, di sgomberare l'isola dagli immigrati entro qualche ora: “Sono già iniziate le operazioni di imbarco dei migranti. In massimo 60 ore, Lampedusa sarà abitata soltanto dai lampedusani – rassicura Berlusconi e segue rivolgendosi alla folla – Come posso darvi la certezza che tutti i piani che annuncerò saranno trasformati in realizzazioni concrete? Mi sono detto: devo diventare Lampedusano anch'io. Mi sono attaccato ad internet ed ho scovato una casa bellissima di fronte la costa francese e l'ho comprata”. Numerose le promesse berlusconiane: un piano di pulizia dell'isola, un processo promozionale per risollevare il settore turistico, un “piano colore” per tinteggiare ed abbellire le strade in stile Portofino, casinò e campi da golf.Si lucida per bene la mela benché sia chiaramente marcia, tanto per confermare l'efficacia del “fingere di non vedere”.
Così Amnesty International, che ha evitato discorsi luccicanti, limitandosi ad analizzare il problema reale: “Il governo italiano ha creato l'emergenza umanitaria non provvedendo immediatamente ad organizzare accoglienza, smistamento ed identificazione degli immigrati”. Un'emergenza annunciata già dallo scorso gennaio, quando da Lampedusa partiva l'ignorato Mayday verso palazzo Chigi. La triste verità è che la soluzione all'emergenza umanitaria, almeno per ora, non c'è. Il Nord Italia mette le mani avanti rifiutandosi di accogliere tunisini, disponibile nel caso, giusto per accogliere qualche profugo. E' il caos. Le recenti dimissioni di Alfredo Mantovano(PdL) sono la conferma che nel Mezzogiorno si sta scaricando tutto il peso dell'emergenza: “Trovo inaccettabile il 'fuori dalle balle' di Bossi che equivale a 'tutti gli immigrati al sud' - ha dichiarato a Libero l'ex sottosegretario all'Interno -, anche perché da vent’anni il carico dei CIE è supportato da tre regioni: Sicilia, Calabria e Puglia. Ora è tutto concentrato in Sicilia e in Puglia. A Manduria. Che è diventata un’altra Lampedusa e ha già accolto tremila persone”.
In tutto questo, migliaia di africani stanno vivendo giornate allucinanti. Scappati dalle bombe oppure dalla povertà, si ritrovano in condizioni disumane. Molti fuggono verso la Francia per raggiungere qualche familiare, ma appena passano il confine a Ventimiglia vengono respinti dalla Gendarmerie francese. Abel Majid, giovane libico che ha cercato di raggiungere il padre in Francia, racconta a L'Espresso: “I consolati francesi non ti concedono il visto nemmeno se vuoi andare a trovare tuo padre. Se non hai un conto corrente pieno di soldi, la Francia non ti fa entrare. Mio padre vive e lavora in Francia da venti anni, mia mamma è morta”. Mentre da Parigi viene espressa piena solidarietà a Roma, persiste la netta chiusura verso l'ingresso di immigrati, che l'Unione Europea ha ammonito. Il paese governato da Francois Fillon, che potrebbe essere definito come il maggior promotore di questa guerra, non vuole però accogliere i “topi di fogna” (come definì Gheddafi i manifestanti) che scappano dalle bombe francesi. Il risiko infinito degli immigrati continua, tra CIE che assomigliano a lager a cielo aperto, i Cara di Crotone e Bari, villaggi della disperazione come quello previsto a Mineo, fughe di massa e respingimenti mentre il Sud Italia rischia di trasformarsi in tante piccole “Lampedusa”. Cosa farà il governo, prometterà campi da golf e Nobel per la pace ad ogni cittadina stracolma di fuggiaschi?

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

21/03/11

Avviato Intervento ONU in Libia, Gaza “No – Oil Zone”

Gli abitanti della striscia di Gaza, rinchiusi nelle quattro mura che ne fanno un carcere a cielo aperto, non godono e non godranno mai del lusso di una “No-fly zone” benchè siano sotto scacco dell'integralismo, della violenza di Hamas e dei missili che arrivano puntualmente da Israele. Per gli occidentali non ha voce in capitolo l'urlo della gente palestinese, d'altronde “No Oil, No Party”.


Il 15 marzo è stata indetta dai giovani palestinesi la Giornata per la fine delle divisioni interne e per l'unità. La più alta affluenza di manifestanti per le strade è stata registrata nella striscia di Gaza, quel piccolo territorio dimenticato da Dio, ma anche a Ramallah, Nablus ed Hebron ci sono stati sit-in per la libertà in Palestina e la fine della rivalità tra le due fazioni Hamas e al-Fatah. Decine di migliaia in strada, benché se ne sia parlato poco o niente, ma d'altronde non c'è l'oro nero ad attirare l'interesse e le premure internazionali.
"Scendere in piazza per la nostra vita è il minimo che possiamo fare, visto che viviamo da 60 anni sotto l'occupazione" racconta a Il Mediterraneo Mohammad, un manifestante di Ramallah. Nonostante l'invito a non sfilare in corteo avanzato da Hamas,gli abitanti della Striscia hanno manifestato, pagando le conseguenze di una brutale repressione per mano dei corpi speciali della sicurezza del leader palestinese. Decine i feriti, tende date alle fiamme, manifestanti aggrediti con bastoni e manganelli. Solo nella strada principale di Gaza, Talateen street, sono circa 300 i feriti ed i giornalisti vengono aggrediti per poter sequestrare loro quanto registrato. Una giovane cronista di Gaza, Samah Ahmed, viene uccisa con una coltellata alla schiena. Questa è la fotografia di quella che doveva essere una manifestazione pacifica. Secondo alcune fonti, sarebbe stata arrestata dalla polizia di Hamas anche Asmaa al Ghoul, giovane blogger e giornalista, nota per i dettagliati resoconti sulla situazione di Gaza e per la ferma contrapposizione all'integralismo di Hamas.

L'altro lato della medaglia è la violenza perpetuata da Israele, che in tutta calma, continua indisturbato il suo processo di pulizia etnica. Quando nel 2009, con l'operazione Piombo Fuso, le forza israeliane hano sterminato centinaia di bambini palestinesi e bombardato all'infinito la striscia Gaza con missili al fosforo bianco, l'occidente con le sue spettacolari operazioni “No-fly zone” dov'era? Gaza sta ancora aspettando una “No-fly zone”. C'era poi bisogno di un'ulteriore petrol-guerra in Libia? Sicuramente era necessaria un'operazione che avesse evitato la morte di 20mila persone, massacrate brutalmente dai mercenari di Gheddafi. “Se l'Onu non interviene, sarà genocidio” è stato dichiarato più volte nella settimana appena trascorsa. La cruda realtà è che i civili indifesi sono la preoccupazione più remota della coalizione, che quelli che sono inviati in Libia, sono militari non crocerossine, espatriati in nome della guerra dell'oro nero. La storia ci insegna che l'Onu è stata a guardare lo sterminio di 800mila esseri umani, il terribile genocidio Rwandese, in ragione del fatto che un conflitto interno rientrebbe negli “affari che appartengono essenzialmente alla competenza nazionale” secondo quanto stabilito dalla legislazione internazionale. Evidentemente in Libia, gli “affari” in questione avallano la competenza nazionale.

Eleonora Pochi
Fonte : Parolibero

07/03/11

C'era una volta uno straniero


Secondo appuntamento per “24h ore senza di noi”, questo è il nome dell'iniziativa che lo scorso anno ha permesso anche di far riflettere su scandali quali Rosarno, l'asilo di Adro, Montecchio Maggiore che stendono un velo di vergogna sul nostro paese

Nel mentre d'un sentito e preoccupato dibattito sullo tsunami migratorio che il Governo prevede già da giorni dall'altra sponda del mediterraneo, trascurando il massacro in atto nei confini libici, il primo marzo gli immigrati si fermano per 24 ore.
Sembrerebbe che sia concesso loro addirittura il diritto di scioperare, strano ma vero.
Perché scioperano? Sono stanchi ed hanno ragione. Sono stanchi d'essere trattati come “stranieri” benché nati in Italia, stanchi di essere stipati dentro Centri di Identificazione ed Espulsione come fossero un'epidemia da tenere in incubazione, stanchi di accaparrarsi i lavori che gli italiani proprio non hanno voglia di fare, stanchi di essere schiavi d'un permesso di soggiorno, non essere tutelati dallo Stato ed essere classificati l'emblema di delinquenza.

Occorre precisare che, in Italia, la crisi economica e sociale sta rendendo sempre più ostile l'atteggiamento verso i quasi 5milioni di migranti che lavorano nelle nostre fabbriche, cantieri, imprese, case, ospedali. Molti di loro vengono licenziati (lavorando in nero sono le prime vittime dei cosiddetti “tagli di personale”) e la pretesa della Bossi-Fini di legare il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, rende loro la vita impossibile. La lista d'attesa per sistemare la loro posizione è infinita ed il provvedimento in vigore dall'estate scorsa, per la regolarizzazione di Colf e Badanti sembrerebbe confermare l'intolleranza verso la presenza di persone capaci di lavorare come noi, magari anche meglio, che pensano, riflettono e rivendicano diritti: come si volesse canalizzare il flusso d'immigrati in quei pochi settori che evidenziano la differenza. C'è da chiedersi come mai, nel nuovo decreto flussi approvato nel dicembre 2010, il quale autorizza 100mila ingressi nell'anno in corso, sono solo 500 i permessi riservati ai liberi professionisti rispetto ai 30mila per Colf, badanti e babysitter.
Inoltre, chi è in Italia e non rientra nella stretta cerchia della regolarizzazione per le difficoltà poc'anzi citate e per molte altre, commette reato. E' clandestino e se viene scoperto, viene arrestato ed espulso. Questo è quanto introdotto dal così patriottico pacchetto sicurezza...lavoro del quale Mussolini sarebbe andato molto fiero.
Sono tante le considerazioni su di loro, ma pochi provano a chiedersi cosa loro pensano di noi...

Chi è uno straniero?
Sono in spiaggia, sdraiata al sole cercando di scaricare lo stress settimanale. La voce di XXX(preferisce rimanere nell'anonimato) interrompe un rilassante dormi veglia, l'ennesimo della giornata che spera di rifilarmi uno dei suoi bracciali. Garbato e timidissimo si siede sulla spiaggia per propormi tutta la mercanzia. “Di dove sei”? domando “Del Congo”. “Perché sei qui”? “Cerco un lavoro per inviare soldi ai miei fratelli. Sono stato il più coraggioso e sono venuto in Italia, da solo.” “Ti mancano?” “Si.”. Scopro che XXX ha diciassette anni, ma dimostra un'enorme divario di maturità e saggezza rispetto a molti dei miei connazionali adolescenti. E' adulto, i suoi occhi mi dicono che, nonostante l'età, ha già capito molto dalla vita.
Mi chiede di aiutarlo, ma non so come. Non sono ricca e come lui sogno un buon lavoro.
Gli dico che 'da grande vorrei fare la giornalista' ma il mio paese  non fa altro che soffocare le ambizioni dei giovani e che probabilmente un giorno partirò per l'Africa. Lui sgrana gli occhi e ride, mi guarda strano. “Andare in Africa! Io non vedevo l'ora di scappare”. Strana la vita.
Mi racconta che vive in un appartamento con altri venti ragazzi africani. Dormono per terra, senza acqua ne elettricità, pagando una cifra esorbitante. Chi passa a ritirare il canone ogni mese è un loro connazionale, che a sua volta risulta l'affittuario d'una coppia di italiani.
Mi scrive su un foglio di carta il suo numero di telefono “Sei gentile, non pensavo ci fosse gente come te in questo paese. Grazie. Aiutami se puoi, non ce la faccio più”, riprende la sua bigiotteria, incamminandosi verso il mare di “No, grazie” che gli si pone innanzi.
Aderire all'iniziativa ha un significato speciale, oltre che voler denunciare i punti sopra esposti.
L'Italia fa fatica ad intraprendere il cammino dell'interculturalità, a considerare l' “immigrato” come  considererebbe un italiano e spetta alle nuove generazioni in primis, cambiare le carte in tavola.
In piazza, martedì primo marzo, italiani e immigrati insieme, anche per questo.

Eleonora Pochi
Fonte : Parolibero

01/03/11

1° marzo 2011: 24h senza di noi. Scioperano immigrati ed italiani per la difesa dei diritti umani

Mai come quest’anno il popolo italiano dovrebbe aderire alla giornata del primo marzo, dedicata allo sciopero dello “straniero”, dove per straniero non s’intende solamente chi è nato oltre confine, ma qualsiasi persona non si senta rappresentata a dovere dal proprio paese, “La mia posizione è quella di straniero nella mia nazione” come recita una canzone di Neffa.
A Roma, come in tutte le maggiori città d’Europa, saremo tutti chiamati a manifestare contro un paese che sprizza xenofobia da tutti i pori o che fa finta di nulla davanti al massacro di un’intera popolazione, preoccupandosi che essa possa in parte scappare alla morte e rifugiarsi in Italia. E’ inaccettabile.
In Libia sarebbero più di
10mila i morti, oltre 50mila i feriti, uomini, donne e bambini uccisi brutalmente per mano dei fedeli al regime e di mercenari reclutati da Gheddafi dai paesi confinanti. A Bengasi, alcuni di essi sono stati bruciati vivi. In tutto questo, l’Italia non si muove. “Non disturbo Gheddafi” è stato il messaggio di Berlusconi alla notizia delle prime repressioni della scorsa settimana, il quale, avendo suscitato l’indignazione di tutte le diplomazie occidentali, s’è affrettato a dichiararsi “Molto preoccupato” tanto da alzare il telefono per fare uno squillo al suo miglior amico ed essere rassicurato da un “Qui in Libia va tutto bene”. Per Gheddafi insomma andrebbe benone, mentre si diverte a guardare il massacro del suo popolo, massacro del quale lui stesso n’è vile mandante.

La storia ci insegna, purtroppo, che personalità instabili come Gheddafi sono in grado di sterminare per capriccio intere popolazioni. Allora, se nel passato ci si poteva pulire la coscienza con la scusa che non si sapeva cosa succedesse nel mondo, se non a fatto compiuto, a causa di una scarsa comunicazione, oggi non è più cosi.
Sappiamo. Tutto. Sappiamo d’ogni morto, d’ogni bagno di sangue, delle fosse comuni, dei massacri.
Allora cosa dovremo fare? Restare a guardare l’ennesimo folle genocidio? Non bastano quelli attuali di
Palestina, Darfur, tanto per citarne qualcuno, a riempire bare nella totale indifferenza mondiale? Benché anche di loro si sappia tutto, si vuole far finta di nulla, non angosciarsi più di tanto per ingiuste uccisioni di migliaia di persone. In fondo, per noi è più facile dire “chi se ne frega”, presi dalle nostre mille quisquilie.

Se da una parte Gheddafi dichiara al mondo di voler sterminare gli insorti in quanto “topi di fogna” ed ucciderli uno dopo l’altro cercandoli casa per casa, dall’altra, il nostro governo altro non fa che preoccuparsi del fatto che i “topi di fogna” cerchino rifugio in Italia.Di certo c’è solo una cosa. Le migliaia di morti e feriti. Quelli sono esseri umani, non clandestini, immigrati, “topi di fogna”, “drogati”. Non meritano di certo il massacro che stanno subendo.
Sarebbe poi interessante se l’Italia pensasse a ritirare quei 112milioni d’euro di armi che ha generosamente esportato in Libia, invece di preoccuparsi solo di immigrati, gas e petrolio. La coscienza pulita, l’Italietta, non l’ha.
Se questo è quanto il nostro paese è in grado di fare, allora aveva ragione Gaber a cantare “Io non mi sento italiano”. Bisogna aderire allo sciopero il primo marzo, da stranieri. Non da italiani ma da cittadini universali: non esiste straniero.


Per info sulla giornata  clicca qui

Eleonora Pochi
Fonte : Fuori le mura

17/02/11

Egitto: “C’est une Révolte?” “Non, Sire, c’est une révolution”


La recente Rivoluzione tunisina del Gelsomino , piuttosto che la Rivoluzione Egiziana sono diventate l’ emblema della rivolta popolare nelle pagine della più recente storia contemporanea.
Proprio come successe al tempo della Rivoluzione francese, quando alla domanda del Re “C’est une Rèvolte?”, il duca di Liancourt replicò “Non,Sire, c’est une révolution”, Suleiman, suo malgrado, ha dovuto annunciare la vittoria degli oppressi sull’oppressore.
Il Presidente egiziano Mubarak si è ufficialmente dimesso l’11 febbraio, contrariamente da quanto annunciato superbamente in TV il giorno precedente.

Sono circa le 17.03 quando piazza Tahrir esplode “Il popolo ha battuto il regime!”. Esultano le migliaia di persone che da diciotto giorni gremivano incessantemente le strade della capitale. Negli occhi, che brillano di speranza, la consapevolezza d’un umile e povero popolo di essere riusciti a guadagnarsi la libertà, pagando anche con il sangue il prezzo della disobbedienza civile.Il popolo ha vinto perché mosso da sacrosante motivazioni e principi democratici, quali si spera l’Egitto  sia straordinario portatore e funga da catalizzatore per gli altri popoli oppressi, come si sta dimostrando per l’Algeria.
Tra i candidati alla dirigenza egiziana figura il capo della Lega Araba Amr Mussa, il quale s’è dichiarato decisamente entusiasta per il risultato ottenuto e pronto per “costruire un sistema basato sul consenso popolare”.
Tunisia, Egitto e la recente rivolta algerina, insegnano tanto e devono suscitare una profonda riflessione, specialmente in noi italiani: la battaglia intrapresa dal web, la lotta alla censura portata avanti dal coraggio dei blogger e, nel caso della Tunisia, da artisti come El General , censurato ed arrestato per i suoi testi, lo scambio immediato di informazioni grazie alla rete, la rivolta trasversale di popoli interi che non hanno più paura di nulla, stanchi del peso della  privazione di libertà e futuro che gravava sulle loro spalle da anni, come un macigno.Sarà bello quando i nostri figli studieranno a scuola queste pagine di storia. Quando arriveranno a leggere il paragrafo sull’Italia di oggi, invece, cosa penseranno?
Spero non dovremmo vergognarci di dire “Noi non abbiamo avuto il coraggio”.
Quando il cittadino si rifiuta di obbedire, e l’ufficiale dà le dimissioni dal suo incarico, allora la rivoluzione è compiuta.
         Henry David Thoreau
Eleonora Pochi
Fonte: Fuon le Mura
                                                                                                            

04/02/11

Crisi umanitarie. 28 paesi, 50 milioni di persone

È emergenza record. Tra fame e conflitti, la penuria dilaga per un numero crescente di persone pari all’intera popolazione italiana. Sono 28 i paesi colpiti. Il Sudan si trova nella situazione più drammatica. Intanto la spesa militare mondiale aumenta a dismisura.

Per il 2011 l’Onu reclama ai paesi donatori 7,4 miliardi di dollari, al fine di sopperire alle quattordici crisi umanitarie attuali. È la cifra per emergenze umanitarie più alta mai chiesta nella storia delle Nazioni Unite.

Il denaro richiesto va a finanziare le operazioni d’aiuto umanitario urgenti per più di 50 milioni di persone in 28 paesi del mondo, tra cui Sudan, Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Territori palestinesi occupati, Haiti, che dopo il terremoto ancora attraversa la crisi benché non se ne dica nulla, Pakistan e altri. “Nel 2011, decine di milioni di persone avranno bisogno di aiuto per sopravvivere - afferma il sottosegretario generale per gli Affari umanitari, Valerie Amos. Conflitti e disastri naturali hanno privato queste persone delle proprie case, dei mezzi di sussistenza e dell’accesso a beni essenziali come l’acqua potabile e l’assistenza sanitaria”. Amos ha spiegato che la situazione è andata peggiorando a causa dell’aumento incessante dei prezzi di combustibili, materie prime e degli effetti della recessione economica che ha colpito la maggioranza dei paesi donatori. La capacità di affrontare situazioni di grave emergenza umanitaria da parte della popolazione locale, tende a regredire soprattutto per i paesi colpiti, tra l’altro, da catastrofi naturali. Chi sta peggio è il Sudan, bisognoso di 1,7miliardi, seguito da Haiti con 907 milioni e dalla Repubblica Democratica del Congo con 679 milioni, teatro di una sanguinosissima guerra civile.

C’era una volta Haiti, dopo il terremoto

L’isola haitiana è stata colpita, oltre che dal terremoto, passato alla ribalta dei mass-media ma del quale (quasi) nessuno conosce il seguito, da una profonda epidemia di colera che sta piegando un’intera popolazione e non sembrerebbe possa essere debellata nel breve periodo. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nei prossimi sei mesi, il numero dei contagiati potrebbe arrivare a 650mila. “L’ampia portata dell’epidemia – ha dichiarato Ban Ki-Moon - è imputabile alla tipologia della malattia, che sembrerebbe appartenere ad uno dei ceppi più aggressivi del colera, combinata ad un debole sistema sanitario nazionale, alla mancanza d’accesso all’acqua potabile e ad altri servizi di base”. I soldi richiesti dall’Onu andrebbero a coprire due priorità: ridurre al più presto il tasso di mortalità attraverso il trattamento medico immediato, quando possibile, degli infetti e informare tutta la popolazione, compresi gli abitanti delle aree più isolate, sul trattamento preventivo del colera. Nonostante il durissimo e lodevole lavoro congiunto di Ong e agenzie Onu, gli sforzi non sono sufficienti. Dei 164 milioni di dollari richiesti lo scorso 11 novembre per far fronte allo scoppio dell’epidemia, ne sono stati ricevuti solo il 20%. Ad oggi, le cifre rese note dal ministero della Salute haitiano parlano di 1.800 morti e 85.000 contagiati.

Crisi umanitaria del Darfur
Quella che si consuma in Sudan è la più grande crisi umanitaria del pianeta. Focolaio della carestia è la vasta regione del Darfur, semi-desertica ma ricca di risorse sotterranee, messa a ferro e fuoco dalle milizie ciadiane e sudanesi. La situazione geopolitica del paese è molto complessa. Agli albori di questo 2011, il tanto atteso referendum deciderà le sorti del paese: la popolazione sudanese sentenzierà la probabile secessione del Sud e la conseguente autodeterminazione di una nazione indipendente. Inoltre, già dal 2005 il protocollo CPA (Comprehnsive Peace Agreement) prevedeva disposizioni provvisorie per gli Stati di Abyei, Southern Kordofan e Blue Nile, noti come aree di transizione. Con lo stesso referendum, probabilmente sarà decisa anche l’annessione al Sud o al Nord Sudan dello Stato di Abyei. Sembrerebbe quasi una battaglia navale, nella quale si ridisegnano continuamente confini... Sembra un gioco ma non lo è affatto. Sono quasi 5 milioni le vittime dirette del conflitto e metà di esse sono bambini. Nell’arco di sei anni, il conflitto in Darfur ha provocato più di 300mila morti e costretto almeno 2 milioni di persone alla fuga, i cosiddetti sfollati sia all’interno del Sudan sia nei campi profughi ciadiani. Inoltre, circa 17mila bambini vengono arruolati forzatamente per prendere parte alle ostilità. La situazione è regredita ulteriormente con l’espulsione di 7.700 operatori umanitari rappresentanti di 16 Ong, decretata dal governo sudanese in risposta al mandato d’arresto internazionale del marzo scorso nei confronti del presidente Omar Hassan Al-Bashir da parte della Corte penale internazionale, per crimini contro l’umanità. “Al-Bashir è stato ed è tuttora il mandante dei numerosi attacchi alle popolazioni civili, sono state distrutte intere comunità – dichiara la Corte penale internazionale –. La drammatica situazione del Darfur non comprende ‘solo’ una crisi umanitaria, ma un sistematico attacco alla popolazione civile”. Nonostante ciò, il presidente Al-Bashir non è ancora stato arrestato. Per chi volesse, segnaliamo la Campagna promossa da Italians for Darfur Onlus che sta raccogliendo, tra l’altro, firme per un appello rivolto ai principali media italiani affinché si parli di più del Sudan e della relativa crisi umanitaria. L’indirizzo web di riferimento è www.italianblogsfordarfur.it. Sarebbe interessante poi, analizzare l’altra faccia della stessa medaglia, ossia come gli Stati “democratici” investano costantemente in attività di guerra, mentre il piatto degli aiuti internazionali piange.

E per la guerra quanti soldi si spendono?
Benché sia noto che la guerra è sinonimo di sottosviluppo, si spendono molti più soldi per essa che per lo sviluppo e la cooperazione tra i popoli. Il rapporto è di 10 a 1. Secondo le statistiche SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) nel 2009 ben 1.531 milioni di dollari sono stati dissipati in spese militari mondiali. A dispetto della crisi finanziaria quindi, nel bilancio mondiale la voce “spese militari” appare sempre più cospicua: dal 2000 ad oggi c’è stato un incremento del 49% in nome di una “guerra contro il terrorismo”. Nel 2009 gli Usa hanno contribuito al 54% della somma complessiva per spese militari mondiali. Se questi sono stati i “costi” imputati allo svolgimento d’attività di guerra, sembrerebbe che in contropartita ci sia un tutt’altro che modesto ritorno economico. Il 44% dei fornitori di armi a livello globale è americano e ha generato nel 2009 un flusso d’export pari a 6.795 milioni di dollari, seguiti da Europa e Russia. Occorre precisare che l’Italia, nel 2009 ha impiegato in spese militari 588 milioni di dollari (SIPRI). Per il 2010 la spesa italiana per la guerra è stata stimata in 23.500 milioni di euro. L’Italia è stata nel 2009, per il quinto anno consecutivo, il primo paese al mondo per esportazioni di armi leggere, anche dette armi di tipo non militare, intascando ben 250 milioni di dollari. I paesi in via di sviluppo continuano ad essere i principali destinatari delle esportazioni di armamenti da parte dei paesi produttori, secondo il rapporto annuale del Congressional Research Service statunitense. Tra i principali destinatari: Arabia Saudita, Brasile, Corea del Sud, Egitto, India, Israele e Pakistan. Il 60% delle armi leggere globalmente prodotte finiscono per armare civili e rendere possibili guerre interne tra gruppi etnici e d’opposizione.

* Prossimo mese prosegue l’inchiesta sulle altre crisi umanitarie, a partire dalla Repubblica Democratica del Congo.

Eleonora Pochi
Fonte: Solidarietà Intetrnazionale

09/11/10

NIGERIA: il piombo stermina oltre 400 bambini

E' stata la ricerca manuale e artigianale dell'oro a provocare l'avvelenamento di interi villaggi, oltre 18.000 contagiati, i più colpiti sono donne e bambini.


Dall'inizio dell'anno, nella regione settentrionale di Zamfara, sono state contaminate – secondo dati ONU – almeno 18.000 persone, e la situazione tende ad aggravarsi. Già dal mese di Marzo era stato osservato un eccesso di decessi e malattie nello Stato di Zamfara, e le indagini condotte avevano identificato la causa nell'avvelenamento da piombo e mercurio legato all'estrazione dell'oro artigianale.
E' stato rilevato in seguito, che la maggior parte delle falde acquifere, nelle quali si lavorava per la ricerca dell'oro, sono contaminate dalla presenza di metalli pesanti che infettano ambiente ed esseri umani.
Gli uomini estraggono i minerali altamente contaminati a mani nude, li portano a casa per selezionare minuziosamente i metalli preziosi da ciò che è stato raccolto, e per pulirli dalla sabbia, e spesso quest'attività è svolta da donne e bambini. Ma i bambini hanno un sistema immunitario notevolmente più debole degli adulti, quindi sono i primi ad essere avvelenati dal materiale nocivo, che comporta anemia, debolezza muscolare, danni irreversibili al cervello e nei casi più gravi porta alla morte.
Considerando che la quasi totalità degli abitanti dei villaggi di Zamfara e dintorni praticano la ricerca dell'oro come primaria fonte, o meglio speranza di reddito, il bilancio dell'epidemia è sconcertante. Migliaia di persone sono a rischio, oltre 18.000 già contagiate in sette villaggi esaminati. Si parla di oltre 400 bambini al di sotto dei cinque anni uccisi dall'avvelenamento, 500 sarebbero tenuti sotto stretto controllo dall'intervento tempestivo di Medici senza Frontiere, che denuncia: “L' individuazione di altri due villaggi inquinati sembra indicare che la contaminazione da piombo nei villaggi dello Stato di Zamfara sia un problema molto più ampio di quanto stimato in un primo momento”. Il processo di bonifica dei luoghi contaminati non può essere portato a termine nel breve periodo. Prevede la rimozione del suolo inquinato e lo studio delle aree limitrofi, che risulterebbero essere contaminate dal piombo a macchia d'olio. L'operazione è curata dall'agenzia ambientale Terragraphics.


Fonte: http://www.vocelibera.it/


Eleonora Pochi

12/10/10

Il Colonialismo Moderno

 
Il divario che c'è tra "Paesi Sviluppati" e "Paesi in Via di Sviluppo " è semplicemente il risultato del secolare sistema coloniale. La politica agraria delle potenze coloniali non considerava la sicurezza alimentare della popolazione locale, ma semplicemente la coltivazione di cereali e piante ai propri fini commerciali. La situazione, ad oggi, non sembra granché cambiata.
Stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno a livello planetario. E' l'acquisto da parte di multimilionari, multinazionali e PS di grandi estensioni di terra nei PVS.

...Perché si comprano terreni in paesi poveri?
Viene data sempre più attenzione alle colture per la produzione di biocombustibili, dato che il problema della scarsità del petrolio si fa sempre più imponente.
Cina, India, Giappone, Corea del Sud ed altri che presentano un grande dinamismo economico,devono far fronte agli alti tassi demografici ed il problema che gli si pone innanzi è la scarsità di terre coltivabili per poter riuscire a sfamare i loro popoli.
In realtà la maggior parte delle terre che interessano questi paesi e che vengono acquistate,sottratte,affittate ai PVS non servono per colture destinate all'alimentazione dei popoli, ma servono per essere trasformate in biocarburanti. Non tutti gli investimenti nei Pvs, quindi, sono guidati da nobili principi.

Alcuni studiosi sostengono la tesi di un nuovo colonialismo,secondo la quale le terre coltivabili nei paesi del quarto mondo vengono tranquillamente espropriate ai contadini, che perdono di conseguenza anche l'accesso all'acqua e ad altre risorse vitali. I terreni sono destinati all'agricoltura industriale,il consumo di acqua è elevatissimo come i livelli di contaminazione del suolo a causa dell'uso intensivo di fertilizzanti chimici.
Altri economisti e studiosi, sostengono invece che investimenti di questo tipo, siano un aspetto positivo per i PVS, in particolar modo perché incidono positivamente sull'occupazione e sul progresso tecnologico.
 Spero che ricordiate il caso d'una tigre asiatica quale è la Corea del Sud ed un paese de quarto mondo,il Madagascar. Gli attori sono la multinazionale coreana Daewoo Logistics Corporation (DWL) ,il governo ed il popolo malgascio...Non sò voi, ma io di nobili principi, in quel caso, non ne ho visti e non ne vedo tutt'ora.


Eleonora Pochi


30/09/10

Non basta un mondiale di calcio


Alla cerimonia di chiusura, Mandela è sceso in campo con gli occhi lucidi dall’emozione, per salutare gli 80mila tifosi presenti nel Soccer City Stadium di Johannesburg. Un uomo che ha richiamato l’attenzione al vero Sudafrica. Che non è vuvuzuela è delinquenza, ma la terra dove un popolo intero ha sconfitto l’Apartheid.

Johannesburg, 11 giugno 2010, ore 16.10: fischio d’inizio della FIFA World Cup 2010. Milioni di persone, luci, riflettori e telecamere sintonizzate sui dieci stadi sudafricani, che hanno ospitato le 32 squadre protagoniste di questo campionato. La canzone ufficiale è stata “Waka Waka (This time for Africa)”. Ma è tempo per Africa?
Un mondiale di calcio può cambiare l’Africa? Forse si voleva scimmiottare il mondiale di rugby del 1995, che vide il trionfo del Sudafrica e l’abbattimento dell’apartheid. Il ricordo più bello di questi mondiali, che rimarrà nei cuori di tutti, è stato il sorriso di Nelson Mandela. Dopo la chiusura di Shakira, fuochi d’artificio e festeggiamenti per la vincita della Spagna, Mandela scende in campo, con gli occhi lucidi dall’emozione, per salutare gli 80mila tifosi presenti nel Soccer City Stadium di Johannesburg. Un uomo che ha richiamato l’attenzione al vero. Il Sudafrica non è vuvuzuela e delinquenza, e Mandela ricorda al mondo proprio questo. È il paese che ha sconfitto l’apartheid, un popolo straordinario pieno d’amore e di speranza. Alla resa dei conti è il calcio che ha perso. Si pubblicizzava questo mondiale come fosse l’occasione per riscattare tutti i mali inflitti al Sudafrica, forse perché noi occidentali volevamo metterci un po’ a posto con la coscienza. Pareva quasi che la Fifa si fosse trasformata in Cri!


Diritti umani
Secondo Amnesty International, poco tempo prima dell’inizio del Campionato mondiale di calcio, sono aumentate notevolmente le operazioni di polizia contro venditori ambulanti, senza tetto, rifugiati o migranti che vivono in insediamenti informali. Per mano della polizia sono state effettuate irruzioni, arresti arbitrari, maltrattamenti, estorsioni e distruzioni di baraccopoli. Tutto senza preavviso né predisposizione di un alloggio alternativo adeguato o risarcimento, in completa violazione delle leggi nazionali che proibiscono lo sgombero coatto in qualsiasi circostanza. A questo punto ci si chiede quale sia la carta che ha legittimato e legittima queste operazioni. È il regolamento derivante dalle norme Fifa, istituito per soddisfare i requisiti richiesti dalla Federazione sportiva nelle città sedi dei mondiali. Chi viola un regolamento rischia fino a sei mesi di carcere oppure, nell’ipotesi migliore, una multa di circa 1.100 euro. Gli stessi regolamenti, prevedono l’uso massiccio di risorse per garantire la protezione dei visitatori e si teme di un abuso della forza
contro presunti criminali, in modo non conforme agli standard del diritto umanitario e internazionale. Inoltre l’impiego concentrato delle forze di polizia, riduce e ridurrà di riflesso la sicurezza e l’incolumità dei cittadini sudafricani, specialmente di quelli che vivono nei quartieri più poveri dove la prevenzione del crimine costituisce già una seria sfida. Calato il sipario sui mondiali, sembra che sia in atto una vera e propria fuga di immigrati dal Sudafrica minacciati di violenze xenofobe dagli abitanti del paese. È stato detto loro: “Dovete andarvene immediatamente dopo la Coppa del Mondo” secondo quanto riportano alcuni quotidiani africani. Disoccupazione e disuguaglianze Il Sudafrica presenta un tasso di disoccupazione perennemente alto, una diseguale distribuzione del reddito, con un’elevata concentrazione della ricchezza nelle poche tasche dei più fortunati. Un altro problema strutturale del paese è la carenza di infrastrutture e servizi di base, che porta alla morte sempre più persone. Le spese sostenute dal governo per organizzare la World Cup hanno sicuramente creato alcune opportunità temporanee di lavoro e migliorato il servizio di trasporto pubblico, tuttavia dalle comunità povere continuano a denunciare che la maggioranza dei cittadini è stata ed è totalmente esclusa dai benefici derivanti dall’organizzazione dei Mondiali di calcio di quest’anno. “I requisiti stabiliti dalla normativa Fifa, che prevedono ampie zone di esclusione in cui non sono consentite attività economiche informali, – afferma Amnesty International - sono visti come particolarmente dannosi nel contesto di un paese in cui ampia parte della popolazione basa la propria sopravvivenza sui proventi dell’economia informale”. Nonostante l’impegno del governo sudafricano nella lotta alla povertà e all’Hiv, c’è bisogno della stessa determinazione mostrata nella preparazione dei Mondiali di calcio per superare le difficoltà relative ai trasporti e tutti gli altri ostacoli.

C’è bisogno inoltre di un serio impegno contro il proliferare del traffico di minori (il Sudafrica è una delle mete più ambite per il turismo sessuale). Alcune Ong locali hanno segnalato che in questi ultimi mesi il movimento di ragazzini non accompagnati lungo il confine è notevolmente aumentato. “La frontiera di Ressano Garcia è un ‘colabrodo’ dove ogni giorno i trafficanti portano dal Mozambico in Sudafrica centinaia di bambini e bambine - denunciano le Ong promotrici della campagna ‘Tutti in campo contro il traffico dei bambini’ - l’attrazione per le opportunità offerte dai Mondiali è irresistibile, specie per chi vive in condizioni precarie”. Il Sudafrica ha fatto molti passi in avanti nella legislazione per la difesa dei diritti dei bambini, ma non è ancora stata approvata la legge specifica per la prevenzione e la lotta contro il traffico di esseri umani. Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha rilasciato varie dichiarazioni sui rischi di traffico di minori durante la Coppa del Mondo, incitando genitori e tutori a non perdere di vista i bambini durante le lunghe vacanze scolastiche stabilite per il grande evento calcistico. “Le scuole sono state chiuse per ridurre il rischio di traffico – dichiara Joan van Niekerk di Childline South Africa - tuttavia il 70% dei bambini fanno affidamento sui pasti dati a scuola. In Sudafrica ci sono milioni di bambini affamati senza una famiglia alle spalle e i depliant contro il traffico non significano assolutamente niente per chi ha fame. Più importante è lavorare sul campo con interventi di prevenzione del traffico, puntando su istruzione e sviluppo”. A suon di “Waka Waka - This time for Africa” minori, sfollati, poveri ed immigrati si trovano ancora a fare i conti con il lato ignoto di questi mondiali. Non basta di certo una bella canzone e qualche bella pubblicità per cambiare la situazione africana. Conta quello che di vero c’è dietro queste azioni. È davvero tempo per l’Africa?

Eleonora PochiFonte: Solidarietà Internazionale