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07/07/15

GAZA: Attivisti internazionali? Meglio chiamarli passivisti


Nella Striscia di Gaza alcuni giovani raccontano di progetti di sviluppo mai messi in atto, raccolte fondi inesistenti, attivisti in cerca di affermazione personale


Molti studiosi negli ultimi decenni si sono dedicati allo studio della figura del volontario elaborando teorie psicosociologiche che sfatano il luogo comune dell’“attivista/volontario” di paladino intento a remare controcorrente nel mare dei valori perduti.

Una teoria di Daniel Batson, uno tra i più grandi esperti di psicologia sociale, distingue tra “interesse empatico, come motivazione puramente altruistica, e il disagio personale dove si aiuta il prossimo per ridurre il proprio stato di malessere di fronte alla sofferenza altrui”. In questo ultimo caso si tratta di “motivazione egoistica”, per la quale persona tende anche a sostituirsi all’altro convinta di procedere per il meglio.

Considerando questo tipo di atteggiamento ad ampio raggio, una delle conseguenze scaturite risiede in progetti di sviluppo quasi inutili, che non corrispondono alla domanda locale. Una indispensabile buona prassi dei progetti rivolti a target di popolazioni in situazioni di disagio e/o sottosviluppo è la capacità di percepire il giusto intervento intercettando ed ascoltando i bisogni della popolazione locale. Per riprendere Carlos Costa, progettista internazionale e docente di progettazione, occorrerebbe sempre ricordare che “un buon progetto di sviluppo non parte da una propria idea, ma da una richiesta locale”. Considerando tutto questo, si spiega come talvolta i volontari/attivisti che tendono a sostituirsi all’altro, mettono in atto interventi e attività di cui la popolazione locale non ha bisogno almeno nell’immediato, o che rappresentano risposte collaterali che non sopperiscono a bisogni primari ed urgenti.

Secondo recenti stime della Banca Mondiale, il tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza è salito al 43%, il più alto del mondo. Il 60% de giovani non ha occupazione, tantomeno la libertà di emigrare per cercarla. La ricostruzione dopo gli ultimi bombardamenti ancora non è partita, l’elettricità è un lusso di cui, dopo il tramonto, migliaia di persone non possono godere.

Eppure alcuni giovani locali hanno raccontato di come ci siano stati progetti mai realizzati, soldi raccolti da campagne di fundraising internazionali e locali che non sono stati impiegati negli interventi pubblicizzati. Hanno spiegato: “Spesso ci contattano sul web o di persona giornalisti, che sono in cerca di chissà quali informazioni . E alcuni si spacciano per giornalisti, ma non lo sono. Sono solo persone che cercano di utilizzarci, che sono alla ricerca di affermazione personale. Vivere qui non significa che ci manca la dignità…e ci piacerebbe non essere umiliati anche in questo modo”. Nella Striscia sdi Gaza succede che alcuni volontari/attivisti internazionali visitano spontaneamente delle famiglie, nelle loro case. Senza conoscerli, senza un invito, senza un motivo concreto. Tutto questo sembra essere espressione di un razzismo “al contrario” (così viene definito, in gergo popolare, questo fenomeno).

Viceversa, capita che alcuni locali cerchino disperatamente l’attenzione degli internazionali sperando in un po’ di visibilità, o magari in un aiuto per uscire da quel carcere a cielo aperto. Alcune ricerche accademiche che analizzano il fenomeno spiegano che “forse non è del tutto azzardato suggerire che spesso i volontari hanno più bisogno degli assistiti che non gli assistiti dei volontari”(A. Pangrazzi).

Sembrerebbe, inoltre, che alcuni siano praticamente incriticabili. “Quando si prova ad esprimere la propria opinione, la gente ti attacca dicendoti ‘loro hanno lasciato le loro case e le loro famiglie per aiutarvi e voi li attaccate?’ “ racconta un giovane operatore sociale di un campo profughi nel sud della Striscia. Certamente si tratta di un fenomeno minimale, rispetto al grande supporto che professionisti, operatori e l’attivismo concreto danno alla popolazione, ma dovrebbe comunque far riflettere.

“Per alcuni il volontariato è molto gratificante – si apprende da una ricerca di Pangrazzi – perché dà significato nuovo alla vita, per altri serve ad alleviare un certo senso di isolamento; per altri ancora può contribuire alla pace interiore o alla soddisfazione di avere un certo protagonismo”. Va da sé che una popolazione martoriata da guerre, embrargo, discriminazione e povertà avrebbe bisogno di un supporto sano, non di buonismo. 

Eleonora Pochi 
Fonte: Nena News

14/02/15

Palestina, l’hip hop per superare esclusione sociale e discriminazione

"Hip hop smash the wall” è un progetto portato avanti da Assopace Palestina.

Un’iniziativa che attraverso l’hip hop mira a favorire l’empowerment dei giovani e che rappresenta una delle molte strategie attraverso cui l’Associazione si impegna per il superamento di ogni forma di esclusione sociale e discriminazione. In Palestina l’hip hop riesce ad abbattere molti più muri di quanto si pensi, permettendo ai ragazzi di sviluppare un particolare senso critico della realtà che li circonda.

“Hip hop smash the wall” vuole supportare anche l’aggregazione dei giovani palestinesi, divisi da checkpoint, dal muro di separazione, dai regolamenti militari e da decine di prassi discriminatorie. Una delle ultime è la misura decisa dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, in base alla quale gli operai palestinesi dei Territori Occupati non potranno viaggiare sugli stessi autobus dei coloni israeliani.

L’hip hop inteso come movimento culturale ha contribuito a sviluppare, dapprima in America e poi in giro per il mondo, una coscienza collettiva, un rifiuto consapevole delle discriminazioni razziali, di classe sociale e di sesso che fa perno sul riscatto personale e sociale delle fasce deboli, o meglio indebolite, della popolazione. Per questo quando ci si trova in condizioni di disagio l’hip hop fiorisce nella sua massima essenza.

Oltre a rappresentare un filone di pensiero, l’hip hop rappresenta un potente strumento per esprimere sé stessi attraverso le quattro discipline che lo compongono (Mcing, Djing, Bboying, Writing).

Ahmad, un giovane proveniente da Askar Camp, un campo profughi vicino Nablus, ha raccontato:

“Quando faccio graffiti sento come se potessi parlare con il muro e trasmettere un messaggio alla gente, attraverso il writing sento di poter esprimere davvero e fino in fondo me stesso”.
Ma “Hip hop smash the wall” in realtà racchiude molti muri da sfondare. Come quello degli stereotipi che aleggiano sul popolo palestinese. Terrorista o vittima. Prima di tutto esseri umani. E questo è un imperativo non solo per questo progetto, ma per tutto il lavoro di Assopace Palestina, che da spazio ad una visione diversa dei palestinesi. Basti pensare al supporto fornito al Freedom Theatre di Jenin, una splendida forma di resistenza senz’armi. In accordo con i fondatori del teatro di Jenin, anche noi “crediamo che le arti abbiano un ruolo cruciale per la creazione di una società libera e sana”.

Il fulcro di “Hip Hop smash the wall” sono le relazioni umane, fondate sui presupposti dell’empatia e la voglia di cambiamento. Dopo la prima fase del progetto, che ha visto una delegazione di artisti hip hop volare a Ramallah, si è formata per spontanea volontà dei partecipanti una grande crew, una famiglia italo-palestinese.

“Sono passati due mesi da quando abbiamo realizzato le attività insieme ai ragazzi italiani – racconta Ameer, un Bboy, ossia un ballerino hip hop, di Nablus – eppure stiamo sempre a pensarci. Nonostante l’Italia e la Palestina abbiano ovviamente culture diverse, ci sentivamo appartenere ad una famiglia unita e compatta. Questo è l’hip hop. Abbiamo realizzato un liveshow a distanza con Gaza e ho avuto l’opportunità di ballare nello stesso istante e sulle stesse note dei Bboys di Gaza, che a causa delle restrizioni non ho avuto modo di incontrare. Eravamo su quel palco, palestinesi ed italiani ed abbiamo sfondato tutti i muri. E non è finita qui, ci incontreremo di nuovo”.
Ameer e gli altri Bboys hanno realizzato questa videoclip qualche settimana dopo la fine della prima sessione di attività.Ospitiamo oggi un articolo di Eleonora Pochi su “Hip hop smash the wall”, un progetto di Assopace Palestina.

“Hip hop smash the wall” è un progetto portato avanti da Assopace Palestina.

Un’iniziativa che attraverso l’hip hop mira a favorire l’empowerment dei giovani e che rappresenta una delle molte strategie attraverso cui l’Associazione si impegna per il superamento di ogni forma di esclusione sociale e discriminazione. In Palestina l’hip hop riesce ad abbattere molti più muri di quanto si pensi, permettendo ai ragazzi di sviluppare un particolare senso critico della realtà che li circonda.

“Hip hop smash the wall” vuole supportare anche l’aggregazione dei giovani palestinesi, divisi da checkpoint, dal muro di separazione, dai regolamenti militari e da decine di prassi discriminatorie. Una delle ultime è la misura decisa dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, in base alla quale gli operai palestinesi dei Territori Occupati non potranno viaggiare sugli stessi autobus dei coloni israeliani.

L’hip hop inteso come movimento culturale ha contribuito a sviluppare, dapprima in America e poi in giro per il mondo, una coscienza collettiva, un rifiuto consapevole delle discriminazioni razziali, di classe sociale e di sesso che fa perno sul riscatto personale e sociale delle fasce deboli, o meglio indebolite, della popolazione. Per questo quando ci si trova in condizioni di disagio l’hip hop fiorisce nella sua massima essenza.

Oltre a rappresentare un filone di pensiero, l’hip hop rappresenta un potente strumento per esprimere sé stessi attraverso le quattro discipline che lo compongono (Mcing, Djing, Bboying, Writing).

Ahmad, un giovane proveniente da Askar Camp, un campo profughi vicino Nablus, ha raccontato:

“Quando faccio graffiti sento come se potessi parlare con il muro e trasmettere un messaggio alla gente, attraverso il writing sento di poter esprimere davvero e fino in fondo me stesso”.
Ma “Hip hop smash the wall” in realtà racchiude molti muri da sfondare. Come quello degli stereotipi che aleggiano sul popolo palestinese. Terrorista o vittima. Prima di tutto esseri umani. E questo è un imperativo non solo per questo progetto, ma per tutto il lavoro di Assopace Palestina, che da spazio ad una visione diversa dei palestinesi. Basti pensare al supporto fornito al Freedom Theatre di Jenin, una splendida forma di resistenza senz’armi. In accordo con i fondatori del teatro di Jenin, anche noi “crediamo che le arti abbiano un ruolo cruciale per la creazione di una società libera e sana”.

Il fulcro di “Hip Hop smash the wall” sono le relazioni umane, fondate sui presupposti dell’empatia e la voglia di cambiamento. Dopo la prima fase del progetto, che ha visto una delegazione di artisti hip hop volare a Ramallah, si è formata per spontanea volontà dei partecipanti una grande crew, una famiglia italo-palestinese.

“Sono passati due mesi da quando abbiamo realizzato le attività insieme ai ragazzi italiani – racconta Ameer, un Bboy, ossia un ballerino hip hop, di Nablus – eppure stiamo sempre a pensarci. Nonostante l’Italia e la Palestina abbiano ovviamente culture diverse, ci sentivamo appartenere ad una famiglia unita e compatta. Questo è l’hip hop. Abbiamo realizzato un liveshow a distanza con Gaza e ho avuto l’opportunità di ballare nello stesso istante e sulle stesse note dei Bboys di Gaza, che a causa delle restrizioni non ho avuto modo di incontrare. Eravamo su quel palco, palestinesi ed italiani ed abbiamo sfondato tutti i muri. E non è finita qui, ci incontreremo di nuovo”.
Ameer e gli altri Bboys hanno realizzato questo videoclip qualche settimana dopo la fine della prima sessione di attività.





Eleonora Pochi 

Strage di palestinesi su un barcone, solo 8 superstiti: “Ci hanno fatto affondare”

Il viaggio della morte verso l’Italia di 450 migranti palestinesi e siriani, risucchiati dal Mediterraneo il 10 settembre scorso. Le testimonianze dei sopravvissuti

Si scappa da Gaza, soprattutto dopo il recente attacco israeliano. Al posto di case, ospedali e scuole ora ci sono solo quintali di macerie. Come in ogni angolo di mondo, quando le condizioni di vita diventano insostenibili, il mercato nero delle emigrazioni clandestine prende terreno. Sono emigrazioni che spesso finiscono in tragedia: solo 8 gazawi sono sopravvissuti al viaggio della morte nel Mediterraneo che il 10 settembre scorso ha inghiottito circa 450 persone tra palestinesi e siriani.

Nella Striscia alcuni trafficanti sarebbero di Hamas. Bastano circa 4.000 euro per assicurare nel giro di pochi giorni un paio di timbri sul passaporto che permettono la fuga attraverso il valico di Rafah e l’arrivo a al-Arish. Secondo testimonianze dirette, una volta passato il valico ci sono dei camion che aspettano i gazawi, che vengono portati ad al- Arish per una sosta di qualche ora. Poi si prosegue verso Alessandria e nella zona di Dimiat i profughi vengono sistemati in appartamenti. I trafficanti assicurano ai migranti che il viaggio sarà confortevole e li invitano a lasciare tutti i loro bagagli in un’imbarcazione che dovrebbe viaggiare al fianco di quella più grande che ospiterà le persone.

I migranti entrano in acqua, a circa un chilometro dalla riva salgono su un gommone che li porterà a una prima imbarcazione, di circa 11 mtq., e poi alla grande barca, di circa 17 mtq. che arriverà in Italia. In genere i migranti che vengono caricati dalla prima imbarcazione alla barca definitiva subiscono violenze dai trafficanti, che gli procurano fratture e ferite. Secondo alcuni degli unici otto superstiti su 450 passeggeri del naufragio del 10 settembre scorso, i trafficanti sarebbero armati e avrebbero tolto oro e telefoni a tutte le persone a bordo.

La barca salpa il 6 settembre. Dopo i primi quattro giorni di viaggio, quando si trova in acque internazionali, i trafficanti ordinano ai migranti di trasferirsi su una barca ancora più piccola, perché quella in cui erano è in buono stato, quindi gli sarebbe di sicuro servita per altre tratte. Quella in cui volevano che si spostassero i migranti, invece, avrebbe a malapena raggiunto l’Italia nello stato in cui era. I migranti si rifiutano. Sanno che salire su quella barca disastrata, con il mare alto, significa inevitabilmente andare incontro alla morte. Quindi si procede, senza nessuno spostamento. E’ il 10 settembre. Si accosta alla barca un’imbarcazione che secondo alcuni dei superstiti “era una barca di ferro – racconta E.J.  – egiziana, dalle scritte che aveva sopra. Volevano ucciderci perché non avevamo voluto lasciare la nostra imbarcazione per trasferirci su quella più piccola. Dopo qualche ora passata a osservarci, hanno virato verso di noi e hanno colpito la nostra barca, fermandosi a pochi metri e guardandoci mentre affondavamo”.

I migranti, quasi tutti palestinesi di Gaza e siriani, sono accalcati in oltre duecento sul piano inferiore e altri duecento sul piano superiore della barca. Questi primi duecento vanno giù. Risucchiati. Non tutti hanno il giubbotto di salvataggio. La pressione della barca è forte e li trascina, affogandoli. Anche il secondo piano affonda. Ora tutti sono in acqua. Dei 450, solo 150 sono a galla. Nel giro di mezzora comincia a salire a galla qualche dattero, alcune decine di scarpe e una distesa di cadaveri. Chi ancora vive, riesce a stare a galla aggrappandosi ai cadaveri. La barca è affondata nel pomeriggio del 10 settembre, intorno alle 16.00. Dopo una nottata passata nell’inferno del mare alto, i cadaveri a galla, l’acqua gelida e la paura, i superstiti decidono di muoversi e di cominciare a nuotare anche senza direzione, avendo perso anche la speranza di un salvataggio d’emergenza. Nuotano per tre giorni, ma la corrente e il mare alto non permettono loro di rimanere uniti.

Di quei 150 palestinesi solo otto hanno raggiunto terra. Gli altri sono dispersi. Una nave commerciale francese ha rinvenuto due cadaveri, una bambina di Gaza e un anziano siriano, e ha soccorso tre superstiti portandoli a Malta. Un’altra nave commerciale filippina ha prestato soccorso a tre superstiti, che sono stati portati in un ospedale nell’isola di Creta. Tra loro, una bambina siriana che è morta poche ore dopo l’arrivo in ospedale. L’ultima nave commerciale che ha raccolto superstiti è stata un’imbarcazione di Panama, che ha accompagnato altri due migranti a Pozzallo, in Sicilia. Come dichiarato anche dall’Osservatiorio Euro-Mediterraneo per i diritti umani (http://www.euromid.org/en ), i superstiti sono tutti palestinesi provenienti dalla Striscia di Gaza. Oltre la metà dei palestinesi che erano saliti sulla barca della morte erano di Khan Younis. Circa 100 bambini sono morti.

Eleonora Pochi
Fonte: Nena News

23/10/14

GAZA. Israele colpevole di crimini di guerra

“E’ stato violato il diritto internazionale”, ha dichiarato oggi Navy Pillay, alto commassario Onu per i Diritti Umani, in riferimento al massacro della popolazione civile della Striscia, aggiungendo che “questi attacchi non sembrano affatto accidentali”.

Si tratta di violazioni delle norme stabilite dalla IV Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra. La presente convenzione, così come gran parte della normativa internazionale a tutela dei Diritti Umani, fu stipulata nel 1949, subito dopo le atrocità commesse durante la seconda Guerra mondiale, per stabilire regole precise in riguardo ai conflitti armati, in particolare per la protezione dei civili.

L’articolo 15 della suddetta convenzione stabilisce che “Ognuna delle Parti in conflitto potrà, sia direttamente, sia per il tramite di uno Stato neutrale o di un ente umanitario, proporre alla Parte avversaria la costituzione nelle regioni dove si svolgono combattimenti, di zone neutralizzate destinate a porre al riparo dai pericoli dei combattimenti, senza distinzione alcuna, le persone seguenti:

a) i feriti e i malati, combattenti, o non combattenti;

b) le persone civili che non partecipano alle ostilità e che non compiono alcun lavoro di carattere militare durante il loro soggiorno in dette zone. Non appena le Parti in conflitto si saranno intese su l’ubicazione geografica, l’amministrazione, il vettovagliamento e il controllo della zona neutralizzata prevista, sarà stabilito per iscritto e firmato dai rappresentanti delle Parti in conflitto un accordo, che fisserà l’inizio e la durata della neutralizzazione della zona”.

Il bombardamento della scuola UNRWA a Beith Hanoun e poi l’attacco di un’altra scuola delle Nazioni Unite a Jabaliya rappresentano violazioni del presente articolo. Non ci sono zone neutralizzate in tutta la Striscia in cui i civili possano essere al sicuro. Tra le vittime molti bambini. “Nulla è più vergognoso che attaccare dei bambini mentre dormono” ha dichiarato in merito Ban Ki-moon, segretario generale Onu. Il 77% delle vittime dell’operazione militare israeliana in atto, sono civili.

L’articolo 16 riguarda la tutela dei feriti e dei malati: “I feriti e i malati, come pure gli infermi e le donne incinte fruiranno di una protezione e di un rispetto particolari. Per quanto le esigenze militari lo consentano, ognuna delle Parti in conflitto favorirà i provvedimenti presi per ricercare i morti o i feriti, per soccorrere i naufraghi e altre persone esposte ad un grave pericolo e proteggerle contro il saccheggio e i cattivi trattamenti”.

Dall’inizio dell’operazione Protective Edge, l’IDF ha bombardato quattro ospedali: l’European General Hospital, l’ospedale di Al Aqsa, quello di Beit Hanoun e quello di Gaza City, Al Shifa. Medici senza Frontiere, presente sul campo, ha espresso più volte la grave illegalità alla base di questi attacchi militari: “Un membro del nostro staff internazionale si trovava nell’edificio (Al Shifa, ndr) quando l’ambulatorio dell’ospedale è stato bombardato -  denuncia Tommaso Fabbri, capo missione di MSF in Palestina -. Al Shifa è il quarto ospedale colpito dall’8 luglio. Attaccare gli ospedali e le aree circostanti è del tutto inaccettabile e rappresenta una grave violazione del diritto internazionale umanitario.  In qualunque circostanza, e soprattutto in tempo di guerra, le strutture sanitarie e il personale medico devono essere protetti e rispettati. Ma oggi a Gaza gli ospedali non sono il rifugio sicuro che dovrebbero essere”.

In riguardo al  soccorso umanitario d’emergenza, c’è l’articolo 20: “ Il personale regolarmente ed unicamente adibito al funzionamento o all’amministrazione degli ospedali civili, compreso quello incaricato della ricerca, della raccolta, del trasporto e della cura dei feriti e malati civili, degli infermi e delle puerpere, sarà rispettato e protetto”.

Sono tristemente note la difficoltà che gli operatori umanitari  stanno incontrando in questi giorni. Oltra agli ospedali, sono state bombardate ambulanze e non sono state rispettate le tregue umanitarie, necessarie alla ricerca e al trasposto di feriti e cadaveri.  Il video del ragazzo palestinese ucciso mentre con altri operatori cercava feriti sotto le macerie, ha fatto il giro del web.

Inoltre, secondo il New Weapons Research Committee, gruppo di scienziati che studia gli effetti delle armi non convenzionali sulle persone nel medio e lungo periodo, “ Israele sta sperimentando nuove armi non convenzionali contro la popolazione civile di Gaza”.  Fosforo bianco, DIME (Dense Inert Metal Explosive) e ordigni termobarici.  Mads Gilbert, medico norvegese operativo nell’ospedale di Shifa, a Gaza City, ha fatto notare che “moltissime persone possiedono ferite sospette, che dimostrano l’uso di armi illegali”. 

Eleonora Pochi 
Fonte: Nena News

14/08/14

Gandhi sulla questione Palestinese (Gandhi on Palestine, written in 1938)

"Ho ricevuto numerose lettere in cui mi si chiede di esprimere il mio parere sulla controversia tra arabi ed ebrei in Palestina e sulla persecuzione degli ebrei in Germania. Non e' senza esitazione che mi arrischio a dare un giudizio su problemi tanto spinosi."
 
M. K. Gandhi, Harijan, 26 gennaio 1938 -"Le mie simpatie vanno tutte agli ebrei. In Sud Africa sono stato in stretti rapporti con molti ebrei. Alcuni di questi sono divenuti miei intimi amici. Attraverso questi amici ho appreso molte cose sulla multisecolare persecuzione di cui gli ebrei sono stati oggetto [...]. Ma la simpatia che nutro per gli ebrei non mi chiude gli occhi alla giustizia.
 
La rivendicazione degli ebrei di un territorio nazionale non mi pare giusta. A sostegno di tale rivendicazione viene invocata la Bibbia e la tenacia con cui gli ebrei hanno sempre agognato il ritorno in Palestina. Perche', come gli altri popoli della terra, gli ebrei non dovrebbero fare la loro patria del Paese dove sono nati e dove si guadagnano da vivere? La Palestina appartiene agli arabi come l'Inghilterra appartiene agli inglesi e la Francia appartiene ai francesi. È ingiusto e disumano imporre agli arabi la presenza degli ebrei. Cio' che sta avvenendo oggi in Palestina non puo' esser giustificato da nessun principio morale. I mandati non hanno alcun valore, tranne quello conferito loro dall'ultima guerra. Sarebbe chiaramente un crimine contro l'umanita' costringere gli orgogliosi arabi a restituire in parte o interamente la Palestina agli ebrei come loro territorio nazionale. La cosa corretta e' di pretendere un trattamento giusto per gli ebrei, dovunque siano nati o si trovino. Gli ebrei nati in Francia sono francesi esattamente come sono francesi i cristiani nati in Francia. Se gli ebrei sostengono di non avere altra patria che la Palestina, sono disposti ad essere cacciati dalle altre parti del mondo in cui risiedono? Oppure vogliono una doppia patria in cui stabilirsi a loro piacimento?
 
[...] Sono convinto che gli ebrei stanno agendo ingiustamente. La Palestina biblica non e' un'entita' geografica. Essa deve trovarsi nei loro cuori. Ma messo anche che essi considerino la terra di Palestina come loro patria, e' ingiusto entrare in essa facendosi scudo dei fucili . Un'azione religiosa non puo' essere compiuta con l'aiuto delle baionette e delle bombe (oltre tutto altrui). Gli ebrei possono stabilirsi in Palestina soltanto col consenso degli arabi. [...] Non intendo difendere gli eccessi commessi dagli arabi. Vorrei che essi avessero scelto il metodo della nonviolenza per resistere contro quella che giustamente considerano un'aggressione del loro Paese. Ma in base ai canoni universalmente accettati del giusto e dell'ingiusto, non puo' essere detto niente contro la resistenza degli arabi di fronte alle preponderanti forze avversarie."
 
Fonte: www.daddo.it
 
 
***
 
"Several letters have been received by me, asking me to declare my views about the Arab-Jew question in Palestine and the persecution of the Jews in Germany. It is not without hesitation that I venture to offer my views on this very difficult question".
 
M. K. Gandhi, Harijan - My sympathies are all with the Jews. I have known them intimately in South Africa. Some of them became lifelong companions. Through these friends I came to learn much of their age long persecution. They have been the untouchables of Christianity. The parallel between their treatment by Christians and the treatment of untouchables by Hindus is very close.

Religious sanction has been invoked in both cases for the justification of the inhuman treatment meted out to them. Apart from the friendships, therefore, there is the more common universal reason for my sympathy for the Jews. But my sympathy does not blind me to the requirements of justice.

The cry for the national home for the Jews does not make much appeal to me. The sanction for it is sought in the Bible and the tenacity with which the Jews have hankered after return to Palestine. Why should they not, like other peoples of the earth, make that country their home where they are born and where they earn their livelihood? Palestine belongs to the Arabs in the same sense that England belongs to the English or France to the French. It is wrong and inhuman to impose the Jews on the Arabs. What is going on in Palestine today cannot be justified by any moral code of conduct. The mandates have no sanction but that of the last war. Surely it would be a crime against humanity to reduce the proud Arabs so that Palestine can be restored to the Jews partly or wholly as their national home. The nobler course would be to insist on a just treatment of the Jews wherever they are born and bred. The Jews born in France are French in precisely the same sense that Christians born in France are French. If the Jews have no home but Palestine, will they relish the idea of being forced to leave the other parts of the world in which they are settled? Or do they want a double home where they can remain at will? 
 
[...] I have no doubt that they are going about it in the wrong way. The Palestine of the Biblical conception is not a geographical tract. It is in their hearts. But if they must look to the Palestine of geography as their national home, it is wrong to enter it under the shadow of the British gun. A religious act cannot be performed with the aid of the bayonet or the bomb. They can settle in Palestine only by the goodwill of the Arabs. They should seek to convert the Arab heart.

The same God rules the Arab heart who rules the Jewish heart. They will find the world opinion in their favor in their religious aspiration. There are hundreds of ways of reasoning with the Arabs, if they will only discard the help of the British bayonet. As it is, they are co-sharers with the British in despoiling a people who have done no wrong to them. I am not defending the Arab excesses. I wish they had chosen the way of non-violence in resisting what they rightly regarded as an unwarrantable encroachment upon their country. But according to the accepted canons of right and wrong, nothing can be said against the Arab resistance in the face of overwhelming odds [...].

18/07/14

PALESTINA: Cosa significa crescere in un campo profughi


I dati sulle condizioni di vita nei campi profughi palestinesi  nei Territori occupati e nei paesi limitrofi, dove vive circa un milione e mezzo di individui, ovvero un terzo dei rifugiati registrati dall’UNRWA


Quasi un terzo dei profughi palestinesi registrati dall’UNRWA, oltre 1.5 milioni di individui, vive in 58 campi palestinesi riconosciuti in Giordania, Libano, Siria, Striscia di Gaza e Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. L’alta densità di popolazione che caratterizza tutti i campi profughi aggrava ancor più la precarietà nella quale si vive, a causa di condizioni di vita opprimenti, infrastrutture di base inadeguate, strade e fognature fatiscenti.

I restanti due terzi dei profughi palestinesi registrati vivono dentro o intorno alle città dei paesi ospitanti o, come in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, spesso nei dintorni dei campi ufficiali. Mentre la maggior parte degli impianti dell’UNRWA, come scuole e centri sanitari, si trovano nei campi profughi,  un certo numero è al di fuori per assistere i profughi che non hanno possibilità di accedere ai campi a causa del sovraffollamento. Tutti i servizi dell’Agenzia umanitaria sono comunque disponibili per tutti i profughi palestinesi registrati, compresi quelli che non vivono nei campi.

Secondo le stime FAO, l’81% della popolazione di Gaza vive al di sotto della soglia di povertà, con un dollaro al giorno. L’attacco militare israeliano “Piombo Fuso” del 2008/2009 nella Striscia di Gaza ha causato una strage. Un’operazione di guerra con l’uso di armi proibite ha causato, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, oltre 5.000 feriti, 1.400 morti, di cui l’83% civili. Oltre 300 bambini sono stati uccisi dai bombardamenti. La quasi totalità della popolazione della Striscia è rimasta profondamente traumatizzata dal pesante attacco dell’esercito israeliano, essendo stata attaccata dal cielo, dalla terra e dal mare senza una via di fuga. L’impatto sulla normale crescita fisica e psicologica è forte. Inoltre, con la densità di popolazione più alta del mondo, i civili sono ancora più terrorizzati dalla chiusura dei confini, che di fatto sigillano la Striscia e la trasformano in una prigione a cielo aperto a causa dell’embargo imposto da Israele.

Metalli e sostanze cancerogene sono stati individuati nei tessuti di alcune persone ferite durante le operazioni militari israeliane del 2006 e del 2009. I loro effetti sono tossici e possono danneggiare il feto o l’embrione nel caso di donne incinte. Inoltre, una delle ricerche condotte rileva la presenza di tossine nei crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire a contatto con sostanze velenose. Per i bambini della Striscia esistono ben poche possibilità di elaborare i traumi subiti. Ancora oggi vi sono delle azioni militari nella Striscia, tra cui si ricorda l’operazione “Pilastro di Difesa” del novembre del 2012, che ha, tra l’altro, severamente danneggiato le infrastrutture del sistema educativo e il relativo svolgimento della vita scolastica dei bambini: 285 scuole sono state semidistrutte dai bombardamenti, incluse le 64 dell’UNRWA e 25.000 bambini si sono ritrovati senza una scuola. Circa 462.000 minori palestinesi abbandonano la scuola prima del termine del normale percorso educativo.
Più di due terzi dei minori residenti nella Striscia ha reazioni da trauma e alti livelli di stress post-traumatico: di questi oltre il 16% è affetto da incubi, la maggioranza dei quali (76,7%) causati da paura. A causa dell’operazione militare israeliana del novembre 2012, il 45,54% dei bambini del nord della Striscia di Gaza risulterebbe affetto da PTSD (Post Trauma Stress Disorder). In questo contesto, i gruppi di popolazione più vulnerabili necessitano di supporto psicologico e psichiatrico specifico per il superamento del trauma. Lo stato permanente di vulnerabilità e marginalizzazione delle comunità beduine presenti nell’area C, inoltre, alimenta un clima di insicurezza nei più piccoli, che manifestano disturbi comportamentali, aggressività, ansia e depressione.

Fonte: Nena News
Eleonora Pochi
 

23/03/14

Nabi Saleh e la lotta non violenta

Parla la giovane attivista Manal Al Tamimi: "Israele colpisce il villaggio aggredendo i bambini o togliendoci l'acqua, ma noi siamo più forti delle loro armi".


Nabi Saleh è uno dei villaggi in cui da oltre tre anni ogni venerdì si protesta pacificamente contro l'occupazione. È qui che è stato ucciso Mustafa Tamimi da un lacrimogeno lanciato da un soldato israeliano, assolto qualche giorno fa dall'esercito. Ma nel piccolo villaggio, nonostante sappiano che la legge non è per nulla uguale per tutti, non si rassegnano. Una comunità di appena 600 anime, a ridosso della quale è stata costruito Halamish, insediamento israeliano illegale, come tutto il resto delle colonie in Cisgiordania. I coloni spesso attaccano i cittadini palestinesi, distruggendo i loro campi o danneggiando le loro case. L'esercito fa il resto. Ogni venerdì è sempre più difficile contenere la violenza militare, senza essere armati.

Manal Al Tamimi è una giovane donna, membro del comitato di resistenza nonviolenta di Nabi Saleh. "Lottiamo contro l'occupazione - ci racconta - e abbiamo scelto di resistere in modo nonviolento. Sappiamo che il mondo giudica noi palestinesi come terroristi. Sappiamo che Israele ha fatto letteralmente il lavaggio del cervello al mondo, facendoci passare per una massa di violenti. Basta essere palestinesi per pensare automaticamente che minacciamo gli israeliani. Resistere pacificamente non è per niente facile, significa rispondere in modo nonviolento a tutte le aggressioni e soprusi che subiamo quotidianamente, soprattutto l'esproprio illegale delle nostre terre e la distruzione o il furto delle nostre risorse.

"La scelta della nonviolenza va pagata e siamo disposti a pagarla - continua Manal - Non abbiamo nulla da perdere. È meglio resistere e morire con dignità piuttosto che morire nell'umiliazione". Il prezzo che la nonviolenza deve pagare non è solo l'asimmetria nell'uso della forza. È il saper sopportare e reagire alle intimidazioni, alle minacce. Metabolizzare certi episodi è quasi impossibile. Manal Al Tamimi spiega che i loro bambini sono stati presi di mira da Israele: riversare intimidazioni e soprusi sui bambini è il colpo più profondo che si possa sferrare. "La cosa peggiore nella scelta di resistere è che i nostri bambini ne soffrono. Israele ha cominciato a mirare sui bambini. Per questo hanno ferito i nostri figli. Dieci bambini di età inferiore ai 10 anni sono stati colpiti. Usano pallottole, prodotti chimici". 

Nel villaggio bisogna fare i conti con problemi che intaccano significativamente il normale svolgimento della vita familiare e domestica: "Abbiamo poca acqua. Ne possiamo usufruire per dodici ore alla settimana e quasi sempre di notte. Inoltre hanno cercato di inquinare questa poca acqua con un prodotto chimico, con un odore simile a un morto in putrefazione". 

Il villaggio è abitato da circa 600 persone e lo scorso anno quasi tutti i cittadini di Nabi Saleh sono stati feriti: "Oltre 400 feriti. Tutti noi siamo stati feriti almeno una volta". Manal ci tiene a precisare che la loro è una lotta contro il sionismo, non contro il giudaismo: "Molti israeliani ci dicono che siamo antisemiti, ma noi in realtà combattiamo solamente contro chi ci ruba vita e speranza, non ci interessa che siano ebrei. Da quando abbiamo iniziato la nostra resistenza nonviolenta abbiamo avuto per la prima volta rapporti con israeliani, attivisti che lottano con noi per i diritti umani. È una guerra militante che ci unisce, per cambiare la mentalità. Se volete considerare l'altro come nemico lo potete fare - avverte Manal - ma ricordate che potrebbe esservi nemico anche un fratello. Non combattiamo il giudaismo. Abbiamo buone relazioni con israeliani attivisti, non le abbiamo con i coloni che cercano di ucciderci non appena mettiamo piede fuori di casa. Questo concetto della non violenza è nuovo e, quindi, difficile. È estremamente complicato rispondere con la nonviolenza a tutta la violenza che ci si riversa addosso. Ma siamo e saremo più forti delle loro armi".

Al Tamimi conclude spiegando che tra i Comitati popolari sta cominciando a farsi spazio un nuovo modo di pensare ad una risoluzione del conflitto: "Abbiamo cominciato a parlare di uno Stato unico, non di due Stati. Perché la soluzione dei due Stati ucciderebbe i palestinesi, ghettizzandoli ancora di più in uno spazio circoscritto. Uno Stato in cui potrò essere libera di andare a pregare a Gerusalemme, un solo territorio che garantisca diritti per tutti". 

Eleonora Pochi
Fonte: Nena News

15/02/14

Palestina, le sfide del Tribunale Russell

Un team di specialisti lavora per i prigionieri palestinesi. Parlano i suoi membri.

Il Tribunale Russell affonda le radici negli anni '60, quando su iniziativa del filosofo ed attivista Bertrand Russell viene convocata una sessione per il Vietnam, al fine di far emergere eventuali crimini di guerra commessi dagli USA durante il conflitto vietnamita e a cui prende parte anche Lelio Basso, avvocato penalista italiano. Ne scaturiscono altre sessioni, come quella per i diritti umani in Cile, sulle violazioni dei diritti umani in psichiatria e successivamente vengono analizzate la situazione irachena(2004) e palestinese(2009 ad oggi).

Dopo l'operazione militare israeliana "Piombo Fuso" contro la Striscia di Gaza, un gruppo di personalità internazionali decide di lavorare per indagare sulle violazioni del diritto internazionale.

Nell'ambito di un incontro di alcuni promotori del Tribunale Russell per la Palestina (TRP), organizzato per il lancio della Campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi - a cura di AssopacePalestina e Fondazione Lelio e Lislie Basso - è intervenuto Pierre Galand, membro della sessione per la Palestina e ex senatore belga: "È da circa 60 anni che sosteniamo il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione, ma ogni cosa che facciamo sembra non basti per provocare un cambiamento nella comunità internazionale. Israele non potrebbe agire da solo, se non avesse complici. Quindi - spiega Galand - abbiamo iniziato ad investigare anzitutto sui complici. Dopo il 2009, ci siamo organizzati per la prima sessione internazionale per la Palestina, riunendoci a Barcellona". 

Nel primo round si lavorava con l'intento di condannare la complicità dell'Unione Europea ma dai 27 Stati membri, oltre che qualche risposta formale all'invito di partecipazione al Tribunale, non c'è stato cenno di apertura, tant'è che, benché ci fosse una notevole partecipazione della società civile, "il giorno in cui avevamo fissato il confronto con gli Stati UE, abbiamo sistemato 27 sedie vuote, specificandone il significato".

Dopo la sessione di Barcellona, l'appuntamento di Londra nel novembre del 2010 ha approfondito la questione della responsabilità delle multinazionali. "Abbiamo incoraggiato un processo di advocacy nei confronti di aziende le cui filiali operano nelle colonie. Abbiamo ricevuto un buon riscontro, per esempio da Dexia - gruppo finanziario internazionale - che ha dichiarato di impegnarsi affinché le proprie filiali non operino nelle colonie israeliane".

Il Tribunale Russell incoraggia il boicottaggio come reazione al non intervento statale e/o del mercato. "Durante il lavoro svolto in cinque anni abbiamo visto che il TRP dimostra capacità di restituire forza al diritto internazionale - conclude Galand - Oggi assistiamo alla noncuranza di molti Paesi verso la normativa internazionale. A Ginevra si discute molto sui diritti umani ma, quasi sempre, non si agisce mai. Israele gode di una specie di immunità. Abbiamo cominciato a costruire un grande movimento ed oggi la campagna mondiale di boicottaggio è un importante strumento per costringere le classi politiche ad ascoltare". 

Ad un anno di distanza dall'incontro londinese, segue la sessione di Cape Town in cui l'èquipe internazionale analizza e discute la condizione effettiva dei diritti negati al popolo palestinese da parte dello Stato di Israele. In merito, Nurit Peled-Elhanan, israeliana ed insegnante di Lingue ed Educazione all'Università Ebraica di Gerusalemme, nonché membro del TRP, ha detto: "Non sono molto ottimista. Forse perché ci vivo. Perché qualsiasi cosa dice il governo israeliano è una falsità. So che continuerà ad ingannare tutto il mondo. La UE deve avere veramente il coraggio di non collaborare con le colonie". 

Nurit è autrice del libro "La Palestina nei testi scolastici israeliani: ideologia e propaganda nell'istruzione", in cui spiega come la propaganda razzista israeliana venga diffusa attraverso l'educazione dei piccoli: "Israele utilizza l'Olocausto come leva per la sua istruzione razzista. Anche i bambini israeliani sono vittime di un grave crimine, di ricevere un educazione razzista". Ci tiene a precisare la precarietà assoluta che regna in tutti gli ambiti della vita dei palestinesi: "Quando si pensa all'occupazione ci si deve ricordare anche di tutti i bambini palestinesi uccisi e agli oltre 6000 menomati. Nella Striscia oltre 300mila bambini non possono andare a scuola, perché Gaza è sommersa dai liquami. Stanno morendo di una morte lenta. I neonati muoiono all'ospedale". 

E focalizzandosi sull'importanza della campagna internazionale per la liberazione dei prigionieri palestinesi lanciata in Italia lo scorso 5 dicembre a Roma, ha aggiunto: "Dedico queste mie parole ai 700 che sono stati portati via dalle loro case di notte, arrestati, maltrattati e spesso torturati, incarcerati per mesi, se non anni. Parlo di bambini. Dai 4 fino ai 16 anni. Tutti loro non sono stati ascoltati". Nel sentire tutto questo da Nurit, fa venire i brividi. Proprio da lei. Una mamma che porta nel cuore il dolore eterno dell'uccisione di una figlia, Smadar Elhanan, tredicenne ammazzata da un attacco suicida a Gerusalemme nel 1997. 

"Israele distrugge la cultura - conclude - Applica diritti di cittadinanza selettiva e distrugge la capacità della società di riprodursi, privandola di ogni autonomia. Questi sono segni di quello che io definisco 'sociocidio'. Israele priva i palestinesi del loro passato e del loro futuro, condannandoli ad una mera sopravvivenza. Non conosco nessuno che abbia ucciso un palestinese e sia finito in carcere. E visto che le grandi istituzioni mondiali non sono riuscite a punire i crimini di Israele, la società civile deve farlo. Bisogna smetterla di chiamare Israele 'democrazia'". 

Leyla Shahid, prima donna palestinese ad essere ambasciatrice, promotrice del tribunale Russell per la Palestina: "Stiamo vivendo un periodo della politica mondiale molto difficile. Il movimento delle rivoluzioni arabe è temporaneamente democratico, benché sia riuscito a debellare alcune dittature. Così come s'è andata affermando una visione demoniaca dell'Islam, generatasi con Bin Laden. Tutto questo ha portato ad un impeto molto forte, di estrema destra, in tutto il mondo. Perfino nelle capitali europee. Ed è un motivo di enorme preoccupazione. Dobbiamo combattere il tentativo di strumentalizzare la libertà di culto e di manifestazione del pensiero". 

Anche Leyla sottolinea l'importanza del ruolo svolto dalla cittadinanza attraverso l'advocacy e il boicottaggio: "Bisogna batterci per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Dobbiamo far prevalere le motivazioni giuridiche. Il diritto. Ci sono prigionieri malati di cancro che non ricevono le cure necessarie, ad esempio". E riferendosi a Marwan Barghouti: "Nelson Mandela non è stato solo liberato. È diventato presidente e ha stabilito la Pace con de Klerk". 

Leyla Shahid ha precisato infine che il Tribunale Russell può svolgere la funzione di osservatore delle nuove linee guida stabilite dall'UE, che impedirebbero finanziamenti alle colonie. "È sbagliato pensare che boicottare significa essere razzisti. È un efficace strumento per dissentire da accordi ed azioni criminali". 

Tutte i relatori, storici attivisti per i diritti umani, sono convinti che attraverso una campagna internazionale si riuscirà ad ottenere la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, tra cui Marwan Barghouti, leader amato dal popolo palestinese, sostenitore della nonviolenza e dei diritti umani. "Quando vi verrà chiesto da che parte state, scegliete sempre la parte della libertà e della dignità contro l'oppressione, dei diritti umani contro la negazione dei diritti, della pace e della convivenza contro l'occupazione e l'apartheid. Solo così si può servire la causa della pace e agire per il progresso dell'umanità", ha scritto Barghouti dalla cella n. 28 del carcere di Hadarim. 

Eleonora Pochi
Fonte: Nena News 

21/01/14

Kafr Qaddum, come resistere all'occupazione

Murad Shtaiwi: "La protesta nonviolenta preoccupa molto Israele poiché innesca una resistenza ragionata e soprattutto speranza".

Foto: Jaafar Ashtiyeh/AFP/Getty Images
Kafr Qaddum (Cisgiordania) - Dopo gli accordi di Oslo agli abitanti di Qaddum non è neanche più consentito l'accesso alle loro terre; i coloni espropriano terreni ai palestinesi rivendicandone la proprietà. Alcuni episodi del villaggio di Qaddum sono diventati casi giudiziari e nonostante la giustizia abbia accertato il "furto di proprietà", l'occupazione continua. "E' vietato l'accesso agli arabi", spiegano rapidamente dalle torrette che costeggiano l'area intorno alla vasta colonia di Qeddumin. Nel 2008 alcuni giornalisti di Ha'aretz fecero notare ad un comandante dell'esercito che i palestinesi possedevano certificati di proprietà sui terreni ai quali gli si stava impedendo di accedere. "I documenti non mi interessano", rispose adirato. Inoltre, i coloni attaccano di frequente gli abitanti di Qaddum, incendiando le loro case, terreni, animali e olivi, alberi che rappresentano una preziosa risorsa per l'economia locale, ma anche per il sostentamento delle famiglie. 

Dal 2002, la strada che porta a Nablus è stata chiusa dall'esercito israeliano, isolando maggiormente gli abitanti del paese. Grazie alla creazione di Comitato popolare basato sulla resistenza nonviolenta, ogni venerdì ci sono delle manifestazioni per ottenere la riapertura della strada ed il riconoscimento delle terre. Nelle ultime settimane l'esercito ha potenziato gli attacchi al villaggio, per reprimere la protesta pacifica degli abitanti. Secondo l'International Solidarity Movement l'esercito israeliano ha intensificato anche gli arresti attraverso rastrellamenti improvvisi, soprattutto nelle prime ore del mattino e nella notte. Vengono arrestati anche minori di età, senza alcun riguardo di trattamento rispetto agli adulti. I bambini vengono prelevati da casa o dalla strada, arrestati, interrogati, maltrattati e senza dubbio traumatizzati. "Le manifestazioni nel villaggio di Qaddum subiscono una repressione altamente violenta - racconta A. C., attivista ISM stata a Qaddum -. Molti minori vengono rapiti di notte. All'improvviso decine di militari accerchiano abitazioni, irrompono violentemente, bendano e legano ragazzini e li portano via. Inoltre l'azione repressiva dell'esercito avviene sia prima che durante una manifestazione, per intimorire i manifestanti, disarmati, e spaventarli". Il maltrattamento di minori palestinesi ad opera dell'esercito israeliano è una delle piaghe più profonde dell'occupazione in tutta la Cisgiordania. Nell'ultimo rapporto Unicef, l'agenzia ha denunciato ripetutamente l'inosservanza della Convenzione sui diritti dell'Infanzia, ratificata da Israele nel 1990.

Nell'ambito di un incontro organizzato da Assopace Palestina in collaborazione con la Rete Romana di Solidarietà per la Palestina e la Comunità Palestinese di Roma e del Lazio è stato possibile conoscere e comprendere più da vicino le difficili dinamiche che affettano la quotidianità dei palestinesi di Qaddum. "Anche se la nostra situazione è di estrema sofferenza, il nostro intento quello di lanciare un messaggio di speranza attraverso la resistenza nonviolenta - spiega Murad Shtaiwi, coordinatore del Comitato Popolare -. Ci siamo organizzati da circa tre anni per protestare contro la chiusura della strada principale che collega il nostro villaggio a Nablus, blocco che impedisce ad oltre 4mila persone di avere contatti con l'esterno. Ovviamente non protestiamo solo per la riapertura della strada. Lo sblocco è simbolico perché rappresenterebbe la liberazione dall'occupazione. La resistenza nonviolenta è un diritto di ogni popolo che vive sotto occupazione e questo genere di protesta preoccupa molto Israele poiché innesca una resistenza ragionata e soprattutto speranza. Inoltre capita che nelle manifestazioni, al nostro fianco ci siano internazionali, ma anche alcuni israeliani. E la repressione che attuano dall'esercito colpisce indistintamente tutti, perché appunto hanno paura che si possa creare un'unione tra palestinesi, internazionali e israeliani". 

I lacrimogeni che usa l'esercito sono molto nocivi, inoltre spesso sono lanciati appositamente per uccidere o ferire gravemente i palestinesi. Episodi come l'uso di cani addestrati ad attaccare palestinesi inermi o l'attacchinaggio sulla moschea di foto segnaletiche di minori per terrorizzare la popolazione rendono vagamente l'idea dell'enorme stress psicologico a cui gli abitanti di Qaddum sono sottoposti. "Ci sono specifici comitati di psicologi e sociologi - spiega Murad Shtaiwi - che lavorano in coordinamento con il comitato di resistenza popolare. Offrono supporto ai minori in particolare, ma anche a genitori e insegnanti". 

Il sindaco di Kafr Qaddum, Samir Shtaiwi, spiega come molto spesso i coloni siano più pericolosi dell'esercito: "Al di là dell'occupazione militare, c'è un problema umano. Uno degli slogan preferiti dai coloni è 'Il palestinese migliore è quello morto'. Ed è sconcertante. L'occupazione ovviamente non mira a danneggiare 'solo' noi palestinesi. L'obiettivo è di sradicare totalmente qualsiasi cosa costruita dai palestinesi, dalle case alla cultura. E l'esercito israeliano sta tentando di soffocare le nuove generazioni, per questo vengono perseguitati, arrestati e/o maltratti anche bambini. La resistenza nonviolenta è quella che in realtà fa più male a Israele". 


Eleonora Pochi
Fonte: Nena News

10/11/13

REPORT DI VIAGGIO DALL’INTERNATIONAL WORK CAMP 2013: Palestina, un viaggio nell’apartheid

Le politiche israeliane discriminano e limitano i movimenti dei palestinesi. Difficile l’accesso all’acqua. Le colonie sono off-limits. Giornalisti sotto pressione. Colpiti adulti e bambini

Un popolo straordinario che nonostante la martellante occupazione israeliana riesce a mantenere il suo equilibrio interiore. Questa è la loro più grande vittoria, una grande resistenza pacifica, che trova forza dall’anima e dal cuore grande di una terra bistrattata da decenni. E uno Stato che porta avanti un’occupazione militare che infrange il diritto internazionale, così come il diritto umanitario e persino il diritto militare. Spinta dal desiderio di mettere piede su una terra di cui scrivo da anni, decido di partire per partecipare alla III° edizione del campo di lavoro internazionale organizzato dal comune di Ramallah in collaborazione con Assopace Palestina. E’ il 13 agosto, il mio volo atterrerà a Tel Aviv e da lì mi muoverò per Gerusalemme, poi verso Ramallah. Sono sull’aereo, in direzione di arrivo. L’assistente di volo ricorda: “Le autorità israeliane raccomandano di non fare fotografie”. Guardo dal finestrino, non ci metto molto a capire il perché. Si intravedono molte basi militari, con cacciabombardieri. Una volta atterrata, mi accoglie l’atmosfera surreale dell’aeroporto internazionale Ben-Gurion. Passati i controlli di rito – dovuti ad “inconfutabili ragioni di sicurezza”, per molti una assurda e palese umiliazione – mi avvio finalmente verso l’uscita. C’è una statua di Ben-Gurion, guardandola riaffiorano in me alcune delle sue dichiarazioni risalenti agli anni in cui era primo Ministro in Israele e in riguardo alla pulizia etnica del popolo palestinese: “C’è bisogno di una reazione brutale e forte, dobbiamo essere accurati nei tempi, nei luoghi e su coloro che dobbiamo colpire. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo fargli del male senza pietà, donne e bambini inclusi. Altrimenti non è una reazione effettiva. Durante le operazioni non c’è bisogno di distinguere tra innocenti e colpevoli”. Continuo a camminare, non riuscendo a fare a meno di pensare ad alcune delle parole più brutali dichiarate dal politico israeliano: “Dobbiamo usare il terrore – raccomandava Ben-Gurion nei suoi primi anni di militanza -, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre per ripulire la Galilea dalla popolazione araba”. E per le autorità israeliane quest’uomo è stato talmente da buon esempio da meritarsi onorificenze così manifeste. Spesso osservare anche la punta dell’iceberg, aiuta a capire meglio quello che c’è sotto.

LIBERTA’ CALPESTATE
Israele è uno Stato che ha trainato l’apartheid anche nel ventunesimo secolo. Ha creato una gigantesca macchina discriminatoria dandogli il nome di “sicurezza”. Le politiche israeliane discriminano e limitano i movimenti di tutti i palestinesi, invece di essere dirette esclusivamente verso particolari individui ritenuti pericolosi per la “sicurezza”. Ogni giorno libertà e diritti di un intero popolo vengono calpestati. Lo sanno i palestinesi così come lo sanno molti israeliani, che si riuniscono in gruppi ed associazioni per cercare di contrastare tutto questo. Ci sono centinaia di organizzazioni umanitarie israeliane che collaborano con i Territori occupati per cercare di mitigare gli effetti devastanti di una situazione disumana che va avanti da oltre un secolo. Ci sono israeliani, ad esempio, che se ne stanno quotidianamente ai checkpoint per cercare di aiutare qualche palestinese a passare, a non essere respinto nonostante debba attraversare la barriera per guadagnarsi il pane quotidiano. Per questo è preferibile parlare di Stato di Israele piuttosto che di “israeliani”, perchè a non tutti sta bene ciò che a loro nome generazioni di classi dirigenti stanno portando avanti. Nella Cisgiordania ci sono 125 colonie – senza contare le 15 in Gerusalemme Est -, e 98 avamposti che negli anni si sono trasformati in vere e proprie colonie. Poi dal 2002 un’infinita colata di cemento armato sta tirando su il muro della separazione, al fine di costruire un enorme ghetto. Oltre 700 chilometri in nome dell’apartheid.

IL MURO DI GERUSALEMME
Per la strada verso Gerusalemme il muro e un checkpoint mi danno il benvenuto. Con lo
Sherut, un taxi collettivo, passiamo attraverso un quartiere ortodosso. Scorgo dal finestrino tre bambini che ridono sotto al poster di due persone uccise e sanguinanti. Non riesco a capire cosa c’è scritto sopra quel poster, ma forse è meglio così. Arrivo a Gerusalemme. Una città che nonostante tutto regala un’intima pace interiore. Secondo le leggi israeliane i residenti palestinesi di Gerusalemme Est non sono né cittadini israeliani né abitanti della Cisgiordania. Hanno un permesso di soggiorno che gli permette di vivere nella città. Tale permesso può essere revocato dalle autorità israeliane qualora esse sostengano che “Gerusalemme non è il centro di vita” del titolare del permesso. Inoltre, i palestinesi residenti in Cisgiordania hanno non pochi problemi ad entrare a Gerusalemme. Per loro è obbligatorio il possesso di un permesso speciale e il passaggio ai controlli presso uno dei quattro checkpoint che circondano Gerusalemme. Per i cittadini israeliani e per i coloni non sono previsti permessi speciali. Ben 98 checkpoint fissi ostacolano la libertà di movimento dei palestinesi in Cisgiordania. Passeggiando tra i vicoli che ospita la porta di Damasco, s’incontrano parecchi sciuscià, ragazzini che in cambio di pochi spiccioli svolgono commissioni per adulti. Se si torna indietro giusto di qualche pagina della storia italiana, non mi sembra tanto distante dal nostro Paese la vita di questa terra. Mi metto in viaggio per Ramallah. Percorrendo la strada ci fermiamo perché incontriamo un posto di blocco. Un soldato israeliano sale sull’autobus per controllare i “permessi” ed eventualmente portare con sé “intrusi palestinesi” senza lasciapassare. A noi europei non guarda neanche. Ma d’altronde noi abbiamo un passaporto. Abbiamo un pezzo di carta che ci riserva dall’essere uccisi in strada, arrestati, umiliati senza motivo. Secondo un recente rapporto di Human Rights Watch “le politiche discriminatorie israeliane controllano molti aspetti della vita quotidiana dei palestinesi che vivono in aree sotto l’esclusivo controllo israeliano e tali politiche non hanno alcuna concepibile ragione di sicurezza”. Arrivata a Ramallah, scopro una città meravigliosa. Caotica di sicuro, ma con le sue straordinarie peculiarità. A Ramallah, per qualche istante, quasi ci si dimentica dell’occupazione. Quasi ci si dimentica che a nove chilometri da lì ci sono 3 colonie che contano migliaia di abitanti e sei avamposti. A molti villaggi palestinesi nei pressi di Ramallah sono state chiuse le strade per raggiungere la città. Oltre ad aver confiscato migliaia di ettari di terre palestinesi per costruire gli insediamenti, le autorità israeliane hanno anche reso quasi impossibile l’accesso dei palestinesi alle terre agricole, in particolare a quelle vicine alle colonie. L’accoglienza al campo internazionale è calorosa, la municipalità di Ramallah, nelle persone di Asad Hussary e Sana Barakeh, accoglie internazionali e palestinesi giunti nel campo di lavoro. Molti palestinesi che avrebbero dovuto partecipare al campo, non sono riusciti a raggiungere Ramallah poiché sono stati respinti da vari checkpoint. Asad e Sana sono stati giorno e notte con il gruppo di volontari, coordinando le attività e i lavori, offrendo quel mix così raro di professionalità e umanità insieme.

L’ACCESSO ALL’ACQUA E’ LIMITATO
Le giornate passano tra lavori manuali di decoro urbano, supporto a lavoratori edili, visite in altre località, ma anche preziosi incontri con operatori, politici ed attivisti. Nella Valle del Giordano, la situazione ci viene spiegata da un operatore della Maan Foundation. “Ci sono moltissime colonie israeliane nella Valle. Un tempo molte comunità palestinesi del posto possedevano coltivazioni di banane, ma la costruzione delle colonie ha distrutto tutto. Ha soprattutto limitato l’accesso all’acqua e molti palestinesi si sono visti costretti ad andare a lavorare nelle colonie. Ci sono molti terreni che Israele ha riservato per allevare i suoi animali, in cui i palestinesi non hanno assolutamente accesso. Altri campi sono stati definiti “riserva naturale”. La Valle del Giordano comprende quasi la metà dell’Area C. I confini municipali di ogni colonia, come nel resto della Cisgiordania, sono controllati dall’esercito. E guai ad avvicinarsi. Poi se sanno che sei un giornalista, non importa di quale nazionalità tu sia, aprono il fuoco. E’ successo a due reporter su commissione dell’UE. Dalla vedetta hanno intravisto una telecamera e hanno aperto il fuoco. Le colonie sono off-limits. Residence esclusivi per coloni. E solo per esserci avvicinati al muro che costeggiava una colonia esclusivamente per fotografare alcuni graffiti, sei soldati si sono affacciati urlandoci di allontanarci con mitra e telecamera alla mano. E’ stato stimato che poco meno di 10 mila coloni detengono il controllo del 50% dell’intera valle, mentre oltre 60 mila palestinesi hanno possibilità di accesso su meno del 10% del territorio nonostante Israele non goda di alcun diritto di proprietà sulle terre della zona. La Valle è stata da sempre un obiettivo strategico per Israele, che negli anni ha occupato l’area per accaparrarsi il controllo dell’intera rete idrica, proibendo ai palestinesi anche di costruire pozzi. A causa della mancanza di acqua le comunità di palestinesi locali stanno cercando un modo per riciclarla. Un operatore di un progetto di sviluppo idrico è stato arrestato per 8 mesi e 4 giorni; senza neanche sapere nulla in merito all’arresto. Gli hanno chiesto solo il nome. Quando fu rilasciato gli dissero che era stato arrestato per errore, a causa di un’omonimia.

I PRIGIONIERI PALESTINESI NELLE CARCERI ISRAELIANE
Il giorno seguente partecipiamo ad un’assemblea circa la situazione dei prigionieri
palestinesi nelle carceri israeliane. Tutte persone arrestate, che non sanno quando usciranno dal carcere. Molti prendono parola, quasi tutti parenti di persone che sono in carcere per i motivi più assurdi. Tra gli oratori, una bambina che piangendo esterna tutta la sua rabbia per l’arresto del giovane padre. “L’ultima volta che ho visto mio padre avevo due anni. E quando lo hanno arrestato non c’è stato concesso neanche di salutarci. Non posso godere dell’affetto di un padre. Vorrei solo un suo abbraccio”. Una anziana signora interviene poco dopo. Ha in mano la fotografia del figlio su una sedia a rotelle: “Mio figlio è stato arrestato mentre dimostrava contro le discriminazioni israeliane a Qalqelya. Mentre era in carcere è scoppiato un ordigno che gli ha fatto perdere le gambe. “Mio figlio ha bisogno di aiuto e di cure che in carcere non gli stanno assicurando” urla con dolore la donna. I coloni che vivono in Cisgiordania, nonostante gli insediamenti non siano stati formalmente annessi ad Israele, si avvalgono del sistema giuridico israeliano. Di conseguenza non sono soggetti alla legislazione militare, come invece lo sono i palestinesi. Con il regolamento 5757, “Regolamento di emergenza su reati nei Territori occupati e competenza ed assistenza legale” emanato dal Ministero della Difesa israeliano nel 1967, è stata ufficializzata una disparità di trattamento penale e legale degli imputati che garantisce ai coloni israeliani maggiori libertà e garanzie giuridiche, invece negate ai palestinesi. A due popolazioni sulla stessa area sono applicati due sistemi giuridici diversi. In particolare per quanto riguarda la modalità di arresto, il periodo massimo di detenzione prima del processo, il diritto ad avere un avvocato difensore, la pena massima consentita per legge, il rilascio di prigionieri, il trattamento degli stessi durante il periodo di prigionia. Oltre a violare il principio di ugualianza di fronte alla legge, la presenza di due sistemi di leggi evidentemente diseguali infrange anche il principio giuridico della territorialità, per cui “un unico sistema di leggi deve applicarsi a tutte le persone che vivono nello stesso territorio”. E’ la volta di Hebron, città in cui la vita dei palestinesi è stata resa ancora più difficile dall’intensificarsi dell’occupazione, quindi dalla creazione di 7 colonie nell’area urbana e dalla presenza di 17 checkpoint. Un protocollo firmato da Israele e OLP nel 1997 prevede la divisione amministrativa della città in due aree: H1 amministrata da una giunta palestinese e H2 sotto il controllo dell’esercito israeliano. Ai cittadini palestinesi è ancora vietato di passare per Shuhada Street, via nevralgica della città, nonostante il protocollo preveda la riapertura.

LA VIOLENZA MILITARE ISRAELIANA
Per chi vive in H2 anche andare a comprare il cibo diventa una difficle impresa, qualche volta mortale. Nelle ore del coprifuoco durante la seconda Intifada, nel 2002, Imnran Abu Hamdiyya, 17enne palestinese, fu arrestato dai soldati. In quel periodo l’esercito israeliano ad Hebron era solito usare pratiche molto inusuali di tortura ed uccisione dei palestinesi. Il ragazzino fu preso e messo di forza in una jeep. “Come vuoi morire?” gli dissero porgendogli tre fogli con scritto “ti spacchiamo la testa”, “ti gettiamo dalla jeep”, “ti spariamo”. Imnran scelse di essere gettato dalla jeep in corsa, così fu fatto. Ad oggi, la violenza militare israeliana non si è attenuata di certo. Mohammad Al-Salaymeh è stato ucciso lo scorso dicembre nel giorno del suo diciassettesimo compleanno. Era a casa con la famiglia, la mamma gli chiese di andare a comprare una bella torta per festeggiare. Il ragazzino si avviò verso un piccolo negozio vicino casa sua, nei pressi di un checkpoint. Un soldato israeliano gli sparò. Il 12 dicembre è il giorno in cui era nato, ma anche il giorno in cui fu ucciso. Mohammad era un ottimo ginnasta e, nonostante la giovane età, era riuscito a vincere numerosi campionati importanti, rappresentando la sua Palestina. Secondo dati Unicef, negli ultimi dieci anni circa settemila bambini sono stati arrestati, interrogati, perseguiti e/o imprigionati secondo il sistema giuridico israeliano. “Molti bambini sono arrestati nel cuore della notte nelle loro case – si legge nel rapporto “Children in Israeli military detention”(2013)-, da soldati armati fino ai denti. Si svegliano dalle urla dei soldati, che ordinano al resto della famiglia di lasciare la casa. Per molti bambini già solo il momento dell’arresto provoca un trauma psicologico. Spesso i soldati rompono i vetri alle finestre e insultano la famiglia del minore, prelevato da casa con la forza e senza un motivo specifico. Quello che i soldati comunicano ai famigliari è “Viene con noi, poi lo riporteremo”. Il rapporto è stato elaborato grazie alla collaborazione di un equipe di legali israeliani e palestinesi ed evidenzia “gravi violazioni dei diritti dei bambini”.

Sono all’aeroporto di Tel Aviv per il ritorno, scelgo di non dichiarare di essere stata in Palestina, poiché spero di evitare ore di folle interrogatorio, di perdere l’aereo, di subire perquisizioni, varie ed eventuali. In quell’aeroporto chi entra in Palestina è un potenziale terrorista, ovviamente. Mi mandano comunque in fila per le perquisizioni di routine. Davanti a me c’è una donna italiana con un bambino in braccio. Mentre siamo in attesa mi dice: “Fanno bene a controllare così approfonditamente, Israele deve difendersi dai terroristi palestinesi. Qui vivono nell’angoscia, poverini”. E forse è proprio questo il momento più agghiacciante di tutto questo intenso viaggio. “Lei cosa intende per ‘terrorista’?” le chiedo. Nel frattempo mi chiamano per la perquisizione. Ma so che è stato molto meglio così.

Eleonora Pochi