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23/02/15

Essere bambini in Palestina: bilancio 2014

Continuano gli abusi da parte israeliana contro l’infanzia palestinese. Bombardamenti, arresti, torture e violenze sono all’ordine del giorno. Nessuna misura internazionale in difesa dei bambini di Cisgiordania e Gaza.

Oltre 1.200 minori sono stati arrestati dall’esercito di Netanyahu, la maggior parte di loro nella seconda metà dell’anno, dopo il rapimento dei tre ragazzi israeliani. Secondo Abdul-Nasser Ferwana, direttore dello Statistics Department in the Commission of Detainees and Ex-Detainees Affairs in Cisgiordania, “il numero di arresti nel 2014 ha è aumentato del 36% rispetto al 2013, e del 43,7% rispetto al 2012″. Come ripetutamente denunciato dalle Nazioni Unite, Israele è l’unico Paese al mondo in cui i minori sono sistematicamente perseguiti e processati nei tribunali militari. La quasi totalità subisce torture in carcere, abusi fisici e/o psicologici. Circa il 20% dei minori detenuti è stato tenuto in isolamento per una durata media di 10 giorni (dato DFCI).

Per quel che riguarda i feriti, secondo l’OCHA nella sola Cisgiordania 1.200 bambini sono stati feriti dalle autorità israeliane, ma anche dagli abitanti degli insediamenti. Tra i casi più atroci dello scorso anno ricordiamo Mohammed Abu Khdair, 16 anni, bruciato vivo da un gruppo di estremisti ebraici per vendicare l’uccisione dei tre ragazzi israeliani rapiti e uccisi qualche settimana prima. La vigilia di Natale un bambino di cinque anni è stato colpito sul volto da un proiettile sparato da un soldato israeliano mentre tornava da scuola verso casa, un sobborgo di Gerusalemme Est.
Nella Striscia di Gaza il 2014 stato devastante, soprattutto per i bambini. I bombardamenti della scorsa estate hanno causato la morte di oltre 500 minori e 3.374 feriti(dati UNICEF). L’ultima operazione militare israeliana, così come le precedenti, ha violato il diritto umanitario e perfino quello di guerra, avendo preso di mira ospedali, scuole, rifugi di civili. Il 16 luglio scorso sulla spiaggia di Gaza City sono stati uccisi quattro bambini, i loro corpi sono stati dilaniati da un colpo partito da una nave della marina israeliana. Le immagini dei quattro che correvano in spiaggia hanno fatto il giro del mondo.
A Gaza un bambino di otto anni ha vissuto già tre pesanti attacchi armati: Piombo Fuso nel 2008, Colonna Difensiva nel 2012 e Scudo Protettivo nel 2014. Oltra ai profondi traumi causati durante i bombardamenti, le  ci sono ulteriori fattori aggravanti, quali la lacerazione del nucleo familiare; il vagabondaggio; la dispersione e l’abbandono scolastico; la denutrizione e la dieta insalubre; la mancanza di igiene e di cure mediche; le violenze fisiche o sessuali; l’insorgere di handicap; l’uso di droghe; la criminalità minorile; lo sfruttamento lavorativo; e in alcuni casi l’arruolamento. Secondo un recente studio pubblicato su Arab Journal of Psychiatry, il 92% dei minori presenta sintomi riconducibili al Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD). Ma a differenza di altri contesti di conflitto, le terapie per i traumi da guerra indirizzate ai bambini di Gaza non riescono ad avere buon esito. A parte la ciclicità degli attacchi armati, è l’embargo la causa del fallimento di alcuni approcci terapeutici. Panos Vostanis, professore di Psicologia Infantile all’Università di Leicester, ha più volte sottolineato nei suoi studi nella Striscia: “Se un bambino vive in una casa in cui viene abusato, per farlo stare meglio si dovrebbe fare in modo di allontanarlo. Questo è il problema. A Gaza nessuno bambino può uscire per una terapia”.

Eleonora Pochi
Fonte: Nena News

23/03/14

Nabi Saleh e la lotta non violenta

Parla la giovane attivista Manal Al Tamimi: "Israele colpisce il villaggio aggredendo i bambini o togliendoci l'acqua, ma noi siamo più forti delle loro armi".


Nabi Saleh è uno dei villaggi in cui da oltre tre anni ogni venerdì si protesta pacificamente contro l'occupazione. È qui che è stato ucciso Mustafa Tamimi da un lacrimogeno lanciato da un soldato israeliano, assolto qualche giorno fa dall'esercito. Ma nel piccolo villaggio, nonostante sappiano che la legge non è per nulla uguale per tutti, non si rassegnano. Una comunità di appena 600 anime, a ridosso della quale è stata costruito Halamish, insediamento israeliano illegale, come tutto il resto delle colonie in Cisgiordania. I coloni spesso attaccano i cittadini palestinesi, distruggendo i loro campi o danneggiando le loro case. L'esercito fa il resto. Ogni venerdì è sempre più difficile contenere la violenza militare, senza essere armati.

Manal Al Tamimi è una giovane donna, membro del comitato di resistenza nonviolenta di Nabi Saleh. "Lottiamo contro l'occupazione - ci racconta - e abbiamo scelto di resistere in modo nonviolento. Sappiamo che il mondo giudica noi palestinesi come terroristi. Sappiamo che Israele ha fatto letteralmente il lavaggio del cervello al mondo, facendoci passare per una massa di violenti. Basta essere palestinesi per pensare automaticamente che minacciamo gli israeliani. Resistere pacificamente non è per niente facile, significa rispondere in modo nonviolento a tutte le aggressioni e soprusi che subiamo quotidianamente, soprattutto l'esproprio illegale delle nostre terre e la distruzione o il furto delle nostre risorse.

"La scelta della nonviolenza va pagata e siamo disposti a pagarla - continua Manal - Non abbiamo nulla da perdere. È meglio resistere e morire con dignità piuttosto che morire nell'umiliazione". Il prezzo che la nonviolenza deve pagare non è solo l'asimmetria nell'uso della forza. È il saper sopportare e reagire alle intimidazioni, alle minacce. Metabolizzare certi episodi è quasi impossibile. Manal Al Tamimi spiega che i loro bambini sono stati presi di mira da Israele: riversare intimidazioni e soprusi sui bambini è il colpo più profondo che si possa sferrare. "La cosa peggiore nella scelta di resistere è che i nostri bambini ne soffrono. Israele ha cominciato a mirare sui bambini. Per questo hanno ferito i nostri figli. Dieci bambini di età inferiore ai 10 anni sono stati colpiti. Usano pallottole, prodotti chimici". 

Nel villaggio bisogna fare i conti con problemi che intaccano significativamente il normale svolgimento della vita familiare e domestica: "Abbiamo poca acqua. Ne possiamo usufruire per dodici ore alla settimana e quasi sempre di notte. Inoltre hanno cercato di inquinare questa poca acqua con un prodotto chimico, con un odore simile a un morto in putrefazione". 

Il villaggio è abitato da circa 600 persone e lo scorso anno quasi tutti i cittadini di Nabi Saleh sono stati feriti: "Oltre 400 feriti. Tutti noi siamo stati feriti almeno una volta". Manal ci tiene a precisare che la loro è una lotta contro il sionismo, non contro il giudaismo: "Molti israeliani ci dicono che siamo antisemiti, ma noi in realtà combattiamo solamente contro chi ci ruba vita e speranza, non ci interessa che siano ebrei. Da quando abbiamo iniziato la nostra resistenza nonviolenta abbiamo avuto per la prima volta rapporti con israeliani, attivisti che lottano con noi per i diritti umani. È una guerra militante che ci unisce, per cambiare la mentalità. Se volete considerare l'altro come nemico lo potete fare - avverte Manal - ma ricordate che potrebbe esservi nemico anche un fratello. Non combattiamo il giudaismo. Abbiamo buone relazioni con israeliani attivisti, non le abbiamo con i coloni che cercano di ucciderci non appena mettiamo piede fuori di casa. Questo concetto della non violenza è nuovo e, quindi, difficile. È estremamente complicato rispondere con la nonviolenza a tutta la violenza che ci si riversa addosso. Ma siamo e saremo più forti delle loro armi".

Al Tamimi conclude spiegando che tra i Comitati popolari sta cominciando a farsi spazio un nuovo modo di pensare ad una risoluzione del conflitto: "Abbiamo cominciato a parlare di uno Stato unico, non di due Stati. Perché la soluzione dei due Stati ucciderebbe i palestinesi, ghettizzandoli ancora di più in uno spazio circoscritto. Uno Stato in cui potrò essere libera di andare a pregare a Gerusalemme, un solo territorio che garantisca diritti per tutti". 

Eleonora Pochi
Fonte: Nena News

19/06/13

Gaza: la cultura come resistenza

E' grazie all'impegno del centro italiano di scambio culturale “Vik to Gaza” che è stato possibile conoscere le storie di alcuni dei rappresentanti delle associazioni culturali della Striscia, attive nei campi delle arti figurative, della musica, della danza e dello sport, della comunicazione, del cinema e della ricerca filosofica. A due anni dalla morte di Vittorio Arrigoni, un convoglio che porta il suo nome è giunto in Italia per testimoniare che nonostante l'assedio e i continui soprusi, Gaza, come tutta la Palestina, riesce a tenere ben alta la bandiera della cultura, tenendo sempre vivo un sapere che permette di guardare oltre, linfa vitale della cultura di un popolo che anche tra i carri armati sa mantenere la delicatezza e la bellezza d'un fiore. Convinti che la cultura e l'arte potranno risvegliare l'umanità anche nei molti che l'hanno perduta a causa del gelo portato da decenni d'assedio. “Il pensiero fisso della contrapposizione del conflitto – racconta Sara, educatrice e attrice teatrale a Gaza – fa regredire le persone. Dobbiamo andare avanti. Stiamo cercando la libertà, per cui dobbiamo essere capaci di vedere oltre, di affrontare il futuro con un'ottica il più possibile positiva”. “Per gli abitanti della Striscia è molto difficile uscire – racconta un ragazzo gazawi emigrato in Italia parecchi anni fa – non solo per Israele. Anche Hamas sa bene che scoprendo posti nuovi e confrontandosi con altre persone, ci si rende maggiormente conto dei propri diritti. Uscire dalla Striscia aiuta ad aprire gli occhi su molte cose”.  


LA STORIA DI MOHAMMED
Mohammad è un ragazzo di 23 anni. Anche per lui, come per Sara e quasi tutti i ragazzi del
convoglio, è la prima volta in Italia, anzi è la prima volta che escono oltreconfine. Tra i suoi primi interventi di Mohammad in Italia, c'è quello da relatore all'incontro promosso da AssopacePalestina, Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese e Rete romana di solidarietà con la Palestina, organizzato in occasione della giornata internazionale di solidarietà con i detenuti palestinesi che si tiene ogni 17 aprile per ricordare tutti i detenuti che a dispetto delle convenzioni internazionali, scontano in carcere una pena inesistente. Dal 2000 ad oggi, sono stati arrestati, tra gli altri, oltre 8000 bambini. Nelle tre giornate si è lanciato un appello per la liberazione di Marwan Barghouti , parlamentare e leader di Al Fatah, condannato a cinque ergastoli nel 2004. A migliaia di prigionieri non è permesso neanche di vedere i propri familiari e questa è solo una delle tante misure previste dalla legge Shalit, pacchetto di provvedimenti deciso da Israele che viola i diritti umani.
Mohammad sa bene cosa vuol dire essere arrestati e rinchiusi in carcere, senza aver commesso nessun reato, perché le autorità israeliane un bel giorno hanno deciso di arrestarlo, visto che l'attività giornalistica svolta dal ragazzo era scomoda agli occupanti. 

Mohammad racconta di sé e della sua professione, che svolge con determinazione e professionalità per la Tamini Press, rete di network creata da lui con un gruppo di ragazzi del piccolo villaggio di Nabi Saleh, territorio interamente circondato dall'occupazione israeliana, non molto lontano da Ramallah.

“Abbiamo tirato su questo progetto editoriale circa quattro anni fa, quando l'esercito israeliano divise il nostro villaggio in quattro cantoni. Per noi era davvero inaccettabile vivere in dei recinti controllati dall'esercito. Da lì cominciammo a scrivere e attraverso il giornalismo, iniziammo una nuova forma di resistenza pacifica. I media non si occupavano della nostra situazione, così cominciammo a creare i nostri canali di comunicazione. Con il passare del tempo, le grandi emittenti iniziarono a consultare i nostri network (sito, radio, social media) per reperire notizie e informazioni. Siamo redattori, cronisti e video reporter e ci occupiamo di documentare soprusi perpetuati quotidianamente. Le forze israeliane hanno tentato più volte di arrestarci. Io sono stato arrestato e trattenuto in carcere per circa tre mesi, nonostante il mio arresto fosse palesemente illegale. Durante la detenzione ho letto molto, ho parlato con gli altri detenuti che erano stati incarcerati senza aver commesso nessun reato. Ci sono molti giornalisti e  intellettuali in carcere. Il motivo del loro, come del mio, arresto è il possesso di file segreti da parte delle autorità israeliane”. 


GLI SCIOPERI DELLA FAME 
Le autorità israeliane possono decidere l'incarcerazione a tempo indeterminato di cittadini palestinesi, senza capi d'accusa reali e senza processo. L'arresto e la detenzione reggono sulla inopinabile motivazione di “possesso di file segreti”, che tra l'altro non vengono resi noti ne al detenuto ne all'avvocato.   “Molti detenuti – continua Mohammad – intraprendono, come unica protesta possibile, lo sciopero della fame”. Gli chiedo se ha timore di tornare in carcere: “Non sono preoccupato di tornare in prigione. Sono un combattente pacifico e lotto per la libertà. I miei fratelli sono stati in prigione e le autorità israeliane hanno ucciso mio cugino. Quando vennero ad arrestarmi, i militari mi bendarono e mi dissero che se volevo vivere dovevo andare in un altro paese. A molte persone hanno demolito le loro case e hanno ucciso mio cugino proprio mentre stavamo lavorando in strada con le telecamere. Un cecchino appostato, gli ha sparato in faccia”.   


I LIMITI ALL'INFORMAZIONE
Tariq, vive nella Striscia ed anche lui è un giornalista: “Non abbiamo la possibilità di lavorare liberamente perché abbiamo evidenti limitazioni. Io, come tutto il team di giornalisti che lavora con me, abbiamo studiato comunicazione all'Università di Gaza. Personalmente mi occupo di documentare ingiustizie sociali perpetuate sia da Israele che da Hamas. Lavoro anche in radio, occupandomi di un programma bisettimanale su questioni sociali. Attualmente sono in Egitto, sto frequentando un corso di specializzazione in giornalismo. Ero a Gaza quando c'è stato l'attacco dello scorso novembre, “Pillar of cloud”, e ho documentato quello che è successo. Hanno bombardato gli edifici dove avevamo una piccola redazione del nostro giornale “Jordan Alhadf” . Due cronisti di un'altra testata sono rimasti gravemente feriti dai bombardamenti e le forze israeliane sapevano perfettamente che in quelle strutture c'erano giornalisti, anche internazionali. Ad ogni modo, tornando al nostro lavoro, stiamo cercando di tradurre il nostro giornale in molte lingue,  per dargli uno slancio e una risonanza internazionale”. 
Majid, un altro membro del convoglio, lavora in un centro che accoglie 700 bambini palestinesi, non molto distante dal confine nord della Striscia. “Intratteniamo i bambini con una scuola di circo e collaboriamo anche con alcuni ospedali, facendo la clown-terapia a bambini che subiscono traumi. Il brutto è che molti problemi di natura psichiatrica non possiamo risolverli...d'altra parte la cosa più bella è che facciamo spuntare il sorriso sulle facce di bambini che avevano perso la forza di ridere. Il lavoro che facciamo è tutto volontario, ma siamo tutti motivati dalla convinzione che dobbiamo recuperare i bambini, perché sono infinitamente preziosi”.

Me ne sto per andare, quando si avvicina timidamente il piccolo Mohammed, di appena 15 anni. “Io suono musica classica. Mio padre era un musicista, suonava musiche popolari e così sono cresciuto con la musica. Credo che la resistenza possa essere dimostrata anche attraverso uno strumento musicale”.   

Eleonora Pochi