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14/02/15

Palestina, l’hip hop per superare esclusione sociale e discriminazione

"Hip hop smash the wall” è un progetto portato avanti da Assopace Palestina.

Un’iniziativa che attraverso l’hip hop mira a favorire l’empowerment dei giovani e che rappresenta una delle molte strategie attraverso cui l’Associazione si impegna per il superamento di ogni forma di esclusione sociale e discriminazione. In Palestina l’hip hop riesce ad abbattere molti più muri di quanto si pensi, permettendo ai ragazzi di sviluppare un particolare senso critico della realtà che li circonda.

“Hip hop smash the wall” vuole supportare anche l’aggregazione dei giovani palestinesi, divisi da checkpoint, dal muro di separazione, dai regolamenti militari e da decine di prassi discriminatorie. Una delle ultime è la misura decisa dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, in base alla quale gli operai palestinesi dei Territori Occupati non potranno viaggiare sugli stessi autobus dei coloni israeliani.

L’hip hop inteso come movimento culturale ha contribuito a sviluppare, dapprima in America e poi in giro per il mondo, una coscienza collettiva, un rifiuto consapevole delle discriminazioni razziali, di classe sociale e di sesso che fa perno sul riscatto personale e sociale delle fasce deboli, o meglio indebolite, della popolazione. Per questo quando ci si trova in condizioni di disagio l’hip hop fiorisce nella sua massima essenza.

Oltre a rappresentare un filone di pensiero, l’hip hop rappresenta un potente strumento per esprimere sé stessi attraverso le quattro discipline che lo compongono (Mcing, Djing, Bboying, Writing).

Ahmad, un giovane proveniente da Askar Camp, un campo profughi vicino Nablus, ha raccontato:

“Quando faccio graffiti sento come se potessi parlare con il muro e trasmettere un messaggio alla gente, attraverso il writing sento di poter esprimere davvero e fino in fondo me stesso”.
Ma “Hip hop smash the wall” in realtà racchiude molti muri da sfondare. Come quello degli stereotipi che aleggiano sul popolo palestinese. Terrorista o vittima. Prima di tutto esseri umani. E questo è un imperativo non solo per questo progetto, ma per tutto il lavoro di Assopace Palestina, che da spazio ad una visione diversa dei palestinesi. Basti pensare al supporto fornito al Freedom Theatre di Jenin, una splendida forma di resistenza senz’armi. In accordo con i fondatori del teatro di Jenin, anche noi “crediamo che le arti abbiano un ruolo cruciale per la creazione di una società libera e sana”.

Il fulcro di “Hip Hop smash the wall” sono le relazioni umane, fondate sui presupposti dell’empatia e la voglia di cambiamento. Dopo la prima fase del progetto, che ha visto una delegazione di artisti hip hop volare a Ramallah, si è formata per spontanea volontà dei partecipanti una grande crew, una famiglia italo-palestinese.

“Sono passati due mesi da quando abbiamo realizzato le attività insieme ai ragazzi italiani – racconta Ameer, un Bboy, ossia un ballerino hip hop, di Nablus – eppure stiamo sempre a pensarci. Nonostante l’Italia e la Palestina abbiano ovviamente culture diverse, ci sentivamo appartenere ad una famiglia unita e compatta. Questo è l’hip hop. Abbiamo realizzato un liveshow a distanza con Gaza e ho avuto l’opportunità di ballare nello stesso istante e sulle stesse note dei Bboys di Gaza, che a causa delle restrizioni non ho avuto modo di incontrare. Eravamo su quel palco, palestinesi ed italiani ed abbiamo sfondato tutti i muri. E non è finita qui, ci incontreremo di nuovo”.
Ameer e gli altri Bboys hanno realizzato questa videoclip qualche settimana dopo la fine della prima sessione di attività.Ospitiamo oggi un articolo di Eleonora Pochi su “Hip hop smash the wall”, un progetto di Assopace Palestina.

“Hip hop smash the wall” è un progetto portato avanti da Assopace Palestina.

Un’iniziativa che attraverso l’hip hop mira a favorire l’empowerment dei giovani e che rappresenta una delle molte strategie attraverso cui l’Associazione si impegna per il superamento di ogni forma di esclusione sociale e discriminazione. In Palestina l’hip hop riesce ad abbattere molti più muri di quanto si pensi, permettendo ai ragazzi di sviluppare un particolare senso critico della realtà che li circonda.

“Hip hop smash the wall” vuole supportare anche l’aggregazione dei giovani palestinesi, divisi da checkpoint, dal muro di separazione, dai regolamenti militari e da decine di prassi discriminatorie. Una delle ultime è la misura decisa dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, in base alla quale gli operai palestinesi dei Territori Occupati non potranno viaggiare sugli stessi autobus dei coloni israeliani.

L’hip hop inteso come movimento culturale ha contribuito a sviluppare, dapprima in America e poi in giro per il mondo, una coscienza collettiva, un rifiuto consapevole delle discriminazioni razziali, di classe sociale e di sesso che fa perno sul riscatto personale e sociale delle fasce deboli, o meglio indebolite, della popolazione. Per questo quando ci si trova in condizioni di disagio l’hip hop fiorisce nella sua massima essenza.

Oltre a rappresentare un filone di pensiero, l’hip hop rappresenta un potente strumento per esprimere sé stessi attraverso le quattro discipline che lo compongono (Mcing, Djing, Bboying, Writing).

Ahmad, un giovane proveniente da Askar Camp, un campo profughi vicino Nablus, ha raccontato:

“Quando faccio graffiti sento come se potessi parlare con il muro e trasmettere un messaggio alla gente, attraverso il writing sento di poter esprimere davvero e fino in fondo me stesso”.
Ma “Hip hop smash the wall” in realtà racchiude molti muri da sfondare. Come quello degli stereotipi che aleggiano sul popolo palestinese. Terrorista o vittima. Prima di tutto esseri umani. E questo è un imperativo non solo per questo progetto, ma per tutto il lavoro di Assopace Palestina, che da spazio ad una visione diversa dei palestinesi. Basti pensare al supporto fornito al Freedom Theatre di Jenin, una splendida forma di resistenza senz’armi. In accordo con i fondatori del teatro di Jenin, anche noi “crediamo che le arti abbiano un ruolo cruciale per la creazione di una società libera e sana”.

Il fulcro di “Hip Hop smash the wall” sono le relazioni umane, fondate sui presupposti dell’empatia e la voglia di cambiamento. Dopo la prima fase del progetto, che ha visto una delegazione di artisti hip hop volare a Ramallah, si è formata per spontanea volontà dei partecipanti una grande crew, una famiglia italo-palestinese.

“Sono passati due mesi da quando abbiamo realizzato le attività insieme ai ragazzi italiani – racconta Ameer, un Bboy, ossia un ballerino hip hop, di Nablus – eppure stiamo sempre a pensarci. Nonostante l’Italia e la Palestina abbiano ovviamente culture diverse, ci sentivamo appartenere ad una famiglia unita e compatta. Questo è l’hip hop. Abbiamo realizzato un liveshow a distanza con Gaza e ho avuto l’opportunità di ballare nello stesso istante e sulle stesse note dei Bboys di Gaza, che a causa delle restrizioni non ho avuto modo di incontrare. Eravamo su quel palco, palestinesi ed italiani ed abbiamo sfondato tutti i muri. E non è finita qui, ci incontreremo di nuovo”.
Ameer e gli altri Bboys hanno realizzato questo videoclip qualche settimana dopo la fine della prima sessione di attività.





Eleonora Pochi 

15/02/14

Palestina, le sfide del Tribunale Russell

Un team di specialisti lavora per i prigionieri palestinesi. Parlano i suoi membri.

Il Tribunale Russell affonda le radici negli anni '60, quando su iniziativa del filosofo ed attivista Bertrand Russell viene convocata una sessione per il Vietnam, al fine di far emergere eventuali crimini di guerra commessi dagli USA durante il conflitto vietnamita e a cui prende parte anche Lelio Basso, avvocato penalista italiano. Ne scaturiscono altre sessioni, come quella per i diritti umani in Cile, sulle violazioni dei diritti umani in psichiatria e successivamente vengono analizzate la situazione irachena(2004) e palestinese(2009 ad oggi).

Dopo l'operazione militare israeliana "Piombo Fuso" contro la Striscia di Gaza, un gruppo di personalità internazionali decide di lavorare per indagare sulle violazioni del diritto internazionale.

Nell'ambito di un incontro di alcuni promotori del Tribunale Russell per la Palestina (TRP), organizzato per il lancio della Campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi - a cura di AssopacePalestina e Fondazione Lelio e Lislie Basso - è intervenuto Pierre Galand, membro della sessione per la Palestina e ex senatore belga: "È da circa 60 anni che sosteniamo il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione, ma ogni cosa che facciamo sembra non basti per provocare un cambiamento nella comunità internazionale. Israele non potrebbe agire da solo, se non avesse complici. Quindi - spiega Galand - abbiamo iniziato ad investigare anzitutto sui complici. Dopo il 2009, ci siamo organizzati per la prima sessione internazionale per la Palestina, riunendoci a Barcellona". 

Nel primo round si lavorava con l'intento di condannare la complicità dell'Unione Europea ma dai 27 Stati membri, oltre che qualche risposta formale all'invito di partecipazione al Tribunale, non c'è stato cenno di apertura, tant'è che, benché ci fosse una notevole partecipazione della società civile, "il giorno in cui avevamo fissato il confronto con gli Stati UE, abbiamo sistemato 27 sedie vuote, specificandone il significato".

Dopo la sessione di Barcellona, l'appuntamento di Londra nel novembre del 2010 ha approfondito la questione della responsabilità delle multinazionali. "Abbiamo incoraggiato un processo di advocacy nei confronti di aziende le cui filiali operano nelle colonie. Abbiamo ricevuto un buon riscontro, per esempio da Dexia - gruppo finanziario internazionale - che ha dichiarato di impegnarsi affinché le proprie filiali non operino nelle colonie israeliane".

Il Tribunale Russell incoraggia il boicottaggio come reazione al non intervento statale e/o del mercato. "Durante il lavoro svolto in cinque anni abbiamo visto che il TRP dimostra capacità di restituire forza al diritto internazionale - conclude Galand - Oggi assistiamo alla noncuranza di molti Paesi verso la normativa internazionale. A Ginevra si discute molto sui diritti umani ma, quasi sempre, non si agisce mai. Israele gode di una specie di immunità. Abbiamo cominciato a costruire un grande movimento ed oggi la campagna mondiale di boicottaggio è un importante strumento per costringere le classi politiche ad ascoltare". 

Ad un anno di distanza dall'incontro londinese, segue la sessione di Cape Town in cui l'èquipe internazionale analizza e discute la condizione effettiva dei diritti negati al popolo palestinese da parte dello Stato di Israele. In merito, Nurit Peled-Elhanan, israeliana ed insegnante di Lingue ed Educazione all'Università Ebraica di Gerusalemme, nonché membro del TRP, ha detto: "Non sono molto ottimista. Forse perché ci vivo. Perché qualsiasi cosa dice il governo israeliano è una falsità. So che continuerà ad ingannare tutto il mondo. La UE deve avere veramente il coraggio di non collaborare con le colonie". 

Nurit è autrice del libro "La Palestina nei testi scolastici israeliani: ideologia e propaganda nell'istruzione", in cui spiega come la propaganda razzista israeliana venga diffusa attraverso l'educazione dei piccoli: "Israele utilizza l'Olocausto come leva per la sua istruzione razzista. Anche i bambini israeliani sono vittime di un grave crimine, di ricevere un educazione razzista". Ci tiene a precisare la precarietà assoluta che regna in tutti gli ambiti della vita dei palestinesi: "Quando si pensa all'occupazione ci si deve ricordare anche di tutti i bambini palestinesi uccisi e agli oltre 6000 menomati. Nella Striscia oltre 300mila bambini non possono andare a scuola, perché Gaza è sommersa dai liquami. Stanno morendo di una morte lenta. I neonati muoiono all'ospedale". 

E focalizzandosi sull'importanza della campagna internazionale per la liberazione dei prigionieri palestinesi lanciata in Italia lo scorso 5 dicembre a Roma, ha aggiunto: "Dedico queste mie parole ai 700 che sono stati portati via dalle loro case di notte, arrestati, maltrattati e spesso torturati, incarcerati per mesi, se non anni. Parlo di bambini. Dai 4 fino ai 16 anni. Tutti loro non sono stati ascoltati". Nel sentire tutto questo da Nurit, fa venire i brividi. Proprio da lei. Una mamma che porta nel cuore il dolore eterno dell'uccisione di una figlia, Smadar Elhanan, tredicenne ammazzata da un attacco suicida a Gerusalemme nel 1997. 

"Israele distrugge la cultura - conclude - Applica diritti di cittadinanza selettiva e distrugge la capacità della società di riprodursi, privandola di ogni autonomia. Questi sono segni di quello che io definisco 'sociocidio'. Israele priva i palestinesi del loro passato e del loro futuro, condannandoli ad una mera sopravvivenza. Non conosco nessuno che abbia ucciso un palestinese e sia finito in carcere. E visto che le grandi istituzioni mondiali non sono riuscite a punire i crimini di Israele, la società civile deve farlo. Bisogna smetterla di chiamare Israele 'democrazia'". 

Leyla Shahid, prima donna palestinese ad essere ambasciatrice, promotrice del tribunale Russell per la Palestina: "Stiamo vivendo un periodo della politica mondiale molto difficile. Il movimento delle rivoluzioni arabe è temporaneamente democratico, benché sia riuscito a debellare alcune dittature. Così come s'è andata affermando una visione demoniaca dell'Islam, generatasi con Bin Laden. Tutto questo ha portato ad un impeto molto forte, di estrema destra, in tutto il mondo. Perfino nelle capitali europee. Ed è un motivo di enorme preoccupazione. Dobbiamo combattere il tentativo di strumentalizzare la libertà di culto e di manifestazione del pensiero". 

Anche Leyla sottolinea l'importanza del ruolo svolto dalla cittadinanza attraverso l'advocacy e il boicottaggio: "Bisogna batterci per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Dobbiamo far prevalere le motivazioni giuridiche. Il diritto. Ci sono prigionieri malati di cancro che non ricevono le cure necessarie, ad esempio". E riferendosi a Marwan Barghouti: "Nelson Mandela non è stato solo liberato. È diventato presidente e ha stabilito la Pace con de Klerk". 

Leyla Shahid ha precisato infine che il Tribunale Russell può svolgere la funzione di osservatore delle nuove linee guida stabilite dall'UE, che impedirebbero finanziamenti alle colonie. "È sbagliato pensare che boicottare significa essere razzisti. È un efficace strumento per dissentire da accordi ed azioni criminali". 

Tutte i relatori, storici attivisti per i diritti umani, sono convinti che attraverso una campagna internazionale si riuscirà ad ottenere la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, tra cui Marwan Barghouti, leader amato dal popolo palestinese, sostenitore della nonviolenza e dei diritti umani. "Quando vi verrà chiesto da che parte state, scegliete sempre la parte della libertà e della dignità contro l'oppressione, dei diritti umani contro la negazione dei diritti, della pace e della convivenza contro l'occupazione e l'apartheid. Solo così si può servire la causa della pace e agire per il progresso dell'umanità", ha scritto Barghouti dalla cella n. 28 del carcere di Hadarim. 

Eleonora Pochi
Fonte: Nena News 

21/01/14

Kafr Qaddum, come resistere all'occupazione

Murad Shtaiwi: "La protesta nonviolenta preoccupa molto Israele poiché innesca una resistenza ragionata e soprattutto speranza".

Foto: Jaafar Ashtiyeh/AFP/Getty Images
Kafr Qaddum (Cisgiordania) - Dopo gli accordi di Oslo agli abitanti di Qaddum non è neanche più consentito l'accesso alle loro terre; i coloni espropriano terreni ai palestinesi rivendicandone la proprietà. Alcuni episodi del villaggio di Qaddum sono diventati casi giudiziari e nonostante la giustizia abbia accertato il "furto di proprietà", l'occupazione continua. "E' vietato l'accesso agli arabi", spiegano rapidamente dalle torrette che costeggiano l'area intorno alla vasta colonia di Qeddumin. Nel 2008 alcuni giornalisti di Ha'aretz fecero notare ad un comandante dell'esercito che i palestinesi possedevano certificati di proprietà sui terreni ai quali gli si stava impedendo di accedere. "I documenti non mi interessano", rispose adirato. Inoltre, i coloni attaccano di frequente gli abitanti di Qaddum, incendiando le loro case, terreni, animali e olivi, alberi che rappresentano una preziosa risorsa per l'economia locale, ma anche per il sostentamento delle famiglie. 

Dal 2002, la strada che porta a Nablus è stata chiusa dall'esercito israeliano, isolando maggiormente gli abitanti del paese. Grazie alla creazione di Comitato popolare basato sulla resistenza nonviolenta, ogni venerdì ci sono delle manifestazioni per ottenere la riapertura della strada ed il riconoscimento delle terre. Nelle ultime settimane l'esercito ha potenziato gli attacchi al villaggio, per reprimere la protesta pacifica degli abitanti. Secondo l'International Solidarity Movement l'esercito israeliano ha intensificato anche gli arresti attraverso rastrellamenti improvvisi, soprattutto nelle prime ore del mattino e nella notte. Vengono arrestati anche minori di età, senza alcun riguardo di trattamento rispetto agli adulti. I bambini vengono prelevati da casa o dalla strada, arrestati, interrogati, maltrattati e senza dubbio traumatizzati. "Le manifestazioni nel villaggio di Qaddum subiscono una repressione altamente violenta - racconta A. C., attivista ISM stata a Qaddum -. Molti minori vengono rapiti di notte. All'improvviso decine di militari accerchiano abitazioni, irrompono violentemente, bendano e legano ragazzini e li portano via. Inoltre l'azione repressiva dell'esercito avviene sia prima che durante una manifestazione, per intimorire i manifestanti, disarmati, e spaventarli". Il maltrattamento di minori palestinesi ad opera dell'esercito israeliano è una delle piaghe più profonde dell'occupazione in tutta la Cisgiordania. Nell'ultimo rapporto Unicef, l'agenzia ha denunciato ripetutamente l'inosservanza della Convenzione sui diritti dell'Infanzia, ratificata da Israele nel 1990.

Nell'ambito di un incontro organizzato da Assopace Palestina in collaborazione con la Rete Romana di Solidarietà per la Palestina e la Comunità Palestinese di Roma e del Lazio è stato possibile conoscere e comprendere più da vicino le difficili dinamiche che affettano la quotidianità dei palestinesi di Qaddum. "Anche se la nostra situazione è di estrema sofferenza, il nostro intento quello di lanciare un messaggio di speranza attraverso la resistenza nonviolenta - spiega Murad Shtaiwi, coordinatore del Comitato Popolare -. Ci siamo organizzati da circa tre anni per protestare contro la chiusura della strada principale che collega il nostro villaggio a Nablus, blocco che impedisce ad oltre 4mila persone di avere contatti con l'esterno. Ovviamente non protestiamo solo per la riapertura della strada. Lo sblocco è simbolico perché rappresenterebbe la liberazione dall'occupazione. La resistenza nonviolenta è un diritto di ogni popolo che vive sotto occupazione e questo genere di protesta preoccupa molto Israele poiché innesca una resistenza ragionata e soprattutto speranza. Inoltre capita che nelle manifestazioni, al nostro fianco ci siano internazionali, ma anche alcuni israeliani. E la repressione che attuano dall'esercito colpisce indistintamente tutti, perché appunto hanno paura che si possa creare un'unione tra palestinesi, internazionali e israeliani". 

I lacrimogeni che usa l'esercito sono molto nocivi, inoltre spesso sono lanciati appositamente per uccidere o ferire gravemente i palestinesi. Episodi come l'uso di cani addestrati ad attaccare palestinesi inermi o l'attacchinaggio sulla moschea di foto segnaletiche di minori per terrorizzare la popolazione rendono vagamente l'idea dell'enorme stress psicologico a cui gli abitanti di Qaddum sono sottoposti. "Ci sono specifici comitati di psicologi e sociologi - spiega Murad Shtaiwi - che lavorano in coordinamento con il comitato di resistenza popolare. Offrono supporto ai minori in particolare, ma anche a genitori e insegnanti". 

Il sindaco di Kafr Qaddum, Samir Shtaiwi, spiega come molto spesso i coloni siano più pericolosi dell'esercito: "Al di là dell'occupazione militare, c'è un problema umano. Uno degli slogan preferiti dai coloni è 'Il palestinese migliore è quello morto'. Ed è sconcertante. L'occupazione ovviamente non mira a danneggiare 'solo' noi palestinesi. L'obiettivo è di sradicare totalmente qualsiasi cosa costruita dai palestinesi, dalle case alla cultura. E l'esercito israeliano sta tentando di soffocare le nuove generazioni, per questo vengono perseguitati, arrestati e/o maltratti anche bambini. La resistenza nonviolenta è quella che in realtà fa più male a Israele". 


Eleonora Pochi
Fonte: Nena News

10/11/13

REPORT DI VIAGGIO DALL’INTERNATIONAL WORK CAMP 2013: Palestina, un viaggio nell’apartheid

Le politiche israeliane discriminano e limitano i movimenti dei palestinesi. Difficile l’accesso all’acqua. Le colonie sono off-limits. Giornalisti sotto pressione. Colpiti adulti e bambini

Un popolo straordinario che nonostante la martellante occupazione israeliana riesce a mantenere il suo equilibrio interiore. Questa è la loro più grande vittoria, una grande resistenza pacifica, che trova forza dall’anima e dal cuore grande di una terra bistrattata da decenni. E uno Stato che porta avanti un’occupazione militare che infrange il diritto internazionale, così come il diritto umanitario e persino il diritto militare. Spinta dal desiderio di mettere piede su una terra di cui scrivo da anni, decido di partire per partecipare alla III° edizione del campo di lavoro internazionale organizzato dal comune di Ramallah in collaborazione con Assopace Palestina. E’ il 13 agosto, il mio volo atterrerà a Tel Aviv e da lì mi muoverò per Gerusalemme, poi verso Ramallah. Sono sull’aereo, in direzione di arrivo. L’assistente di volo ricorda: “Le autorità israeliane raccomandano di non fare fotografie”. Guardo dal finestrino, non ci metto molto a capire il perché. Si intravedono molte basi militari, con cacciabombardieri. Una volta atterrata, mi accoglie l’atmosfera surreale dell’aeroporto internazionale Ben-Gurion. Passati i controlli di rito – dovuti ad “inconfutabili ragioni di sicurezza”, per molti una assurda e palese umiliazione – mi avvio finalmente verso l’uscita. C’è una statua di Ben-Gurion, guardandola riaffiorano in me alcune delle sue dichiarazioni risalenti agli anni in cui era primo Ministro in Israele e in riguardo alla pulizia etnica del popolo palestinese: “C’è bisogno di una reazione brutale e forte, dobbiamo essere accurati nei tempi, nei luoghi e su coloro che dobbiamo colpire. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo fargli del male senza pietà, donne e bambini inclusi. Altrimenti non è una reazione effettiva. Durante le operazioni non c’è bisogno di distinguere tra innocenti e colpevoli”. Continuo a camminare, non riuscendo a fare a meno di pensare ad alcune delle parole più brutali dichiarate dal politico israeliano: “Dobbiamo usare il terrore – raccomandava Ben-Gurion nei suoi primi anni di militanza -, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre per ripulire la Galilea dalla popolazione araba”. E per le autorità israeliane quest’uomo è stato talmente da buon esempio da meritarsi onorificenze così manifeste. Spesso osservare anche la punta dell’iceberg, aiuta a capire meglio quello che c’è sotto.

LIBERTA’ CALPESTATE
Israele è uno Stato che ha trainato l’apartheid anche nel ventunesimo secolo. Ha creato una gigantesca macchina discriminatoria dandogli il nome di “sicurezza”. Le politiche israeliane discriminano e limitano i movimenti di tutti i palestinesi, invece di essere dirette esclusivamente verso particolari individui ritenuti pericolosi per la “sicurezza”. Ogni giorno libertà e diritti di un intero popolo vengono calpestati. Lo sanno i palestinesi così come lo sanno molti israeliani, che si riuniscono in gruppi ed associazioni per cercare di contrastare tutto questo. Ci sono centinaia di organizzazioni umanitarie israeliane che collaborano con i Territori occupati per cercare di mitigare gli effetti devastanti di una situazione disumana che va avanti da oltre un secolo. Ci sono israeliani, ad esempio, che se ne stanno quotidianamente ai checkpoint per cercare di aiutare qualche palestinese a passare, a non essere respinto nonostante debba attraversare la barriera per guadagnarsi il pane quotidiano. Per questo è preferibile parlare di Stato di Israele piuttosto che di “israeliani”, perchè a non tutti sta bene ciò che a loro nome generazioni di classi dirigenti stanno portando avanti. Nella Cisgiordania ci sono 125 colonie – senza contare le 15 in Gerusalemme Est -, e 98 avamposti che negli anni si sono trasformati in vere e proprie colonie. Poi dal 2002 un’infinita colata di cemento armato sta tirando su il muro della separazione, al fine di costruire un enorme ghetto. Oltre 700 chilometri in nome dell’apartheid.

IL MURO DI GERUSALEMME
Per la strada verso Gerusalemme il muro e un checkpoint mi danno il benvenuto. Con lo
Sherut, un taxi collettivo, passiamo attraverso un quartiere ortodosso. Scorgo dal finestrino tre bambini che ridono sotto al poster di due persone uccise e sanguinanti. Non riesco a capire cosa c’è scritto sopra quel poster, ma forse è meglio così. Arrivo a Gerusalemme. Una città che nonostante tutto regala un’intima pace interiore. Secondo le leggi israeliane i residenti palestinesi di Gerusalemme Est non sono né cittadini israeliani né abitanti della Cisgiordania. Hanno un permesso di soggiorno che gli permette di vivere nella città. Tale permesso può essere revocato dalle autorità israeliane qualora esse sostengano che “Gerusalemme non è il centro di vita” del titolare del permesso. Inoltre, i palestinesi residenti in Cisgiordania hanno non pochi problemi ad entrare a Gerusalemme. Per loro è obbligatorio il possesso di un permesso speciale e il passaggio ai controlli presso uno dei quattro checkpoint che circondano Gerusalemme. Per i cittadini israeliani e per i coloni non sono previsti permessi speciali. Ben 98 checkpoint fissi ostacolano la libertà di movimento dei palestinesi in Cisgiordania. Passeggiando tra i vicoli che ospita la porta di Damasco, s’incontrano parecchi sciuscià, ragazzini che in cambio di pochi spiccioli svolgono commissioni per adulti. Se si torna indietro giusto di qualche pagina della storia italiana, non mi sembra tanto distante dal nostro Paese la vita di questa terra. Mi metto in viaggio per Ramallah. Percorrendo la strada ci fermiamo perché incontriamo un posto di blocco. Un soldato israeliano sale sull’autobus per controllare i “permessi” ed eventualmente portare con sé “intrusi palestinesi” senza lasciapassare. A noi europei non guarda neanche. Ma d’altronde noi abbiamo un passaporto. Abbiamo un pezzo di carta che ci riserva dall’essere uccisi in strada, arrestati, umiliati senza motivo. Secondo un recente rapporto di Human Rights Watch “le politiche discriminatorie israeliane controllano molti aspetti della vita quotidiana dei palestinesi che vivono in aree sotto l’esclusivo controllo israeliano e tali politiche non hanno alcuna concepibile ragione di sicurezza”. Arrivata a Ramallah, scopro una città meravigliosa. Caotica di sicuro, ma con le sue straordinarie peculiarità. A Ramallah, per qualche istante, quasi ci si dimentica dell’occupazione. Quasi ci si dimentica che a nove chilometri da lì ci sono 3 colonie che contano migliaia di abitanti e sei avamposti. A molti villaggi palestinesi nei pressi di Ramallah sono state chiuse le strade per raggiungere la città. Oltre ad aver confiscato migliaia di ettari di terre palestinesi per costruire gli insediamenti, le autorità israeliane hanno anche reso quasi impossibile l’accesso dei palestinesi alle terre agricole, in particolare a quelle vicine alle colonie. L’accoglienza al campo internazionale è calorosa, la municipalità di Ramallah, nelle persone di Asad Hussary e Sana Barakeh, accoglie internazionali e palestinesi giunti nel campo di lavoro. Molti palestinesi che avrebbero dovuto partecipare al campo, non sono riusciti a raggiungere Ramallah poiché sono stati respinti da vari checkpoint. Asad e Sana sono stati giorno e notte con il gruppo di volontari, coordinando le attività e i lavori, offrendo quel mix così raro di professionalità e umanità insieme.

L’ACCESSO ALL’ACQUA E’ LIMITATO
Le giornate passano tra lavori manuali di decoro urbano, supporto a lavoratori edili, visite in altre località, ma anche preziosi incontri con operatori, politici ed attivisti. Nella Valle del Giordano, la situazione ci viene spiegata da un operatore della Maan Foundation. “Ci sono moltissime colonie israeliane nella Valle. Un tempo molte comunità palestinesi del posto possedevano coltivazioni di banane, ma la costruzione delle colonie ha distrutto tutto. Ha soprattutto limitato l’accesso all’acqua e molti palestinesi si sono visti costretti ad andare a lavorare nelle colonie. Ci sono molti terreni che Israele ha riservato per allevare i suoi animali, in cui i palestinesi non hanno assolutamente accesso. Altri campi sono stati definiti “riserva naturale”. La Valle del Giordano comprende quasi la metà dell’Area C. I confini municipali di ogni colonia, come nel resto della Cisgiordania, sono controllati dall’esercito. E guai ad avvicinarsi. Poi se sanno che sei un giornalista, non importa di quale nazionalità tu sia, aprono il fuoco. E’ successo a due reporter su commissione dell’UE. Dalla vedetta hanno intravisto una telecamera e hanno aperto il fuoco. Le colonie sono off-limits. Residence esclusivi per coloni. E solo per esserci avvicinati al muro che costeggiava una colonia esclusivamente per fotografare alcuni graffiti, sei soldati si sono affacciati urlandoci di allontanarci con mitra e telecamera alla mano. E’ stato stimato che poco meno di 10 mila coloni detengono il controllo del 50% dell’intera valle, mentre oltre 60 mila palestinesi hanno possibilità di accesso su meno del 10% del territorio nonostante Israele non goda di alcun diritto di proprietà sulle terre della zona. La Valle è stata da sempre un obiettivo strategico per Israele, che negli anni ha occupato l’area per accaparrarsi il controllo dell’intera rete idrica, proibendo ai palestinesi anche di costruire pozzi. A causa della mancanza di acqua le comunità di palestinesi locali stanno cercando un modo per riciclarla. Un operatore di un progetto di sviluppo idrico è stato arrestato per 8 mesi e 4 giorni; senza neanche sapere nulla in merito all’arresto. Gli hanno chiesto solo il nome. Quando fu rilasciato gli dissero che era stato arrestato per errore, a causa di un’omonimia.

I PRIGIONIERI PALESTINESI NELLE CARCERI ISRAELIANE
Il giorno seguente partecipiamo ad un’assemblea circa la situazione dei prigionieri
palestinesi nelle carceri israeliane. Tutte persone arrestate, che non sanno quando usciranno dal carcere. Molti prendono parola, quasi tutti parenti di persone che sono in carcere per i motivi più assurdi. Tra gli oratori, una bambina che piangendo esterna tutta la sua rabbia per l’arresto del giovane padre. “L’ultima volta che ho visto mio padre avevo due anni. E quando lo hanno arrestato non c’è stato concesso neanche di salutarci. Non posso godere dell’affetto di un padre. Vorrei solo un suo abbraccio”. Una anziana signora interviene poco dopo. Ha in mano la fotografia del figlio su una sedia a rotelle: “Mio figlio è stato arrestato mentre dimostrava contro le discriminazioni israeliane a Qalqelya. Mentre era in carcere è scoppiato un ordigno che gli ha fatto perdere le gambe. “Mio figlio ha bisogno di aiuto e di cure che in carcere non gli stanno assicurando” urla con dolore la donna. I coloni che vivono in Cisgiordania, nonostante gli insediamenti non siano stati formalmente annessi ad Israele, si avvalgono del sistema giuridico israeliano. Di conseguenza non sono soggetti alla legislazione militare, come invece lo sono i palestinesi. Con il regolamento 5757, “Regolamento di emergenza su reati nei Territori occupati e competenza ed assistenza legale” emanato dal Ministero della Difesa israeliano nel 1967, è stata ufficializzata una disparità di trattamento penale e legale degli imputati che garantisce ai coloni israeliani maggiori libertà e garanzie giuridiche, invece negate ai palestinesi. A due popolazioni sulla stessa area sono applicati due sistemi giuridici diversi. In particolare per quanto riguarda la modalità di arresto, il periodo massimo di detenzione prima del processo, il diritto ad avere un avvocato difensore, la pena massima consentita per legge, il rilascio di prigionieri, il trattamento degli stessi durante il periodo di prigionia. Oltre a violare il principio di ugualianza di fronte alla legge, la presenza di due sistemi di leggi evidentemente diseguali infrange anche il principio giuridico della territorialità, per cui “un unico sistema di leggi deve applicarsi a tutte le persone che vivono nello stesso territorio”. E’ la volta di Hebron, città in cui la vita dei palestinesi è stata resa ancora più difficile dall’intensificarsi dell’occupazione, quindi dalla creazione di 7 colonie nell’area urbana e dalla presenza di 17 checkpoint. Un protocollo firmato da Israele e OLP nel 1997 prevede la divisione amministrativa della città in due aree: H1 amministrata da una giunta palestinese e H2 sotto il controllo dell’esercito israeliano. Ai cittadini palestinesi è ancora vietato di passare per Shuhada Street, via nevralgica della città, nonostante il protocollo preveda la riapertura.

LA VIOLENZA MILITARE ISRAELIANA
Per chi vive in H2 anche andare a comprare il cibo diventa una difficle impresa, qualche volta mortale. Nelle ore del coprifuoco durante la seconda Intifada, nel 2002, Imnran Abu Hamdiyya, 17enne palestinese, fu arrestato dai soldati. In quel periodo l’esercito israeliano ad Hebron era solito usare pratiche molto inusuali di tortura ed uccisione dei palestinesi. Il ragazzino fu preso e messo di forza in una jeep. “Come vuoi morire?” gli dissero porgendogli tre fogli con scritto “ti spacchiamo la testa”, “ti gettiamo dalla jeep”, “ti spariamo”. Imnran scelse di essere gettato dalla jeep in corsa, così fu fatto. Ad oggi, la violenza militare israeliana non si è attenuata di certo. Mohammad Al-Salaymeh è stato ucciso lo scorso dicembre nel giorno del suo diciassettesimo compleanno. Era a casa con la famiglia, la mamma gli chiese di andare a comprare una bella torta per festeggiare. Il ragazzino si avviò verso un piccolo negozio vicino casa sua, nei pressi di un checkpoint. Un soldato israeliano gli sparò. Il 12 dicembre è il giorno in cui era nato, ma anche il giorno in cui fu ucciso. Mohammad era un ottimo ginnasta e, nonostante la giovane età, era riuscito a vincere numerosi campionati importanti, rappresentando la sua Palestina. Secondo dati Unicef, negli ultimi dieci anni circa settemila bambini sono stati arrestati, interrogati, perseguiti e/o imprigionati secondo il sistema giuridico israeliano. “Molti bambini sono arrestati nel cuore della notte nelle loro case – si legge nel rapporto “Children in Israeli military detention”(2013)-, da soldati armati fino ai denti. Si svegliano dalle urla dei soldati, che ordinano al resto della famiglia di lasciare la casa. Per molti bambini già solo il momento dell’arresto provoca un trauma psicologico. Spesso i soldati rompono i vetri alle finestre e insultano la famiglia del minore, prelevato da casa con la forza e senza un motivo specifico. Quello che i soldati comunicano ai famigliari è “Viene con noi, poi lo riporteremo”. Il rapporto è stato elaborato grazie alla collaborazione di un equipe di legali israeliani e palestinesi ed evidenzia “gravi violazioni dei diritti dei bambini”.

Sono all’aeroporto di Tel Aviv per il ritorno, scelgo di non dichiarare di essere stata in Palestina, poiché spero di evitare ore di folle interrogatorio, di perdere l’aereo, di subire perquisizioni, varie ed eventuali. In quell’aeroporto chi entra in Palestina è un potenziale terrorista, ovviamente. Mi mandano comunque in fila per le perquisizioni di routine. Davanti a me c’è una donna italiana con un bambino in braccio. Mentre siamo in attesa mi dice: “Fanno bene a controllare così approfonditamente, Israele deve difendersi dai terroristi palestinesi. Qui vivono nell’angoscia, poverini”. E forse è proprio questo il momento più agghiacciante di tutto questo intenso viaggio. “Lei cosa intende per ‘terrorista’?” le chiedo. Nel frattempo mi chiamano per la perquisizione. Ma so che è stato molto meglio così.

Eleonora Pochi