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26/02/13

The Summit, nuove verità sui massacri del G8 di Genova

Una nuova inchiesta, diretta dai giornalisti Franco Fracassi e Massimo Lauria, che riporta l’attenzione sulla “più grande sospensione dei diritti umani dalla seconda guerra mondiale”, durante il G8 di Genova nel 2001″ (Amnesty). The Summit, in concorso al Festival di Berlino, è il frutto di molti anni di lavoro, migliaia di documenti raccolti, centinaia di registrazioni audio e video ed oltre cento testimonianze dirette. Un omaggio alla verità, offerto da un gruppo di giornalisti insinuatosi nei meandri di una questione che ancora oggi è scottante, permettendoci di venire a conoscenza di fondamentali dettagli, finora sconosciuti. Occorre anzitutto definire sommariamente la cornice nel quale l’inchiesta s’è svolta.

Agli albori del nuovo millennio, milioni di persone in diversi paesi del mondo sono scese massicciamente in piazza per opporsi al via libera dei governi ad una globalizzazione che si sarebbe occupata esclusivamente di economia e finanza, attraverso una liberalizzazione schizofrenica dei mercati. Con il “Millennium Round”, il vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio del 1999 a Seattle, si alzava formalmente il sipario sulla più sfrenata fase del capitalismo, proprio quella fase che ora tutto l’Occidente sta pagando a caro prezzo. Quella fase che ha innescato la bomba esplosa dopo meno di un decennio e che ha causato la più profonda delle crisi dell’era contemporanea. La gente reclamava pacificamente la tutela dei diritti umani, dei diritti sociali, maggiore attenzione all’ambiente e tutte quelle questioni che in nome del profitto erano volutamente depennate dalle agende politiche. In special modo tutto ciò che riguardava la tutela del benessere nei paesi in via di sviluppo, visti da USA e UE meri cantieri di manodopera e risorse low cost. La forte contestazione di piazza provocò un esito quasi nullo del vertice di Seattle. Molti manifestanti vennero arrestati ed altrettanti furono manganellati e feriti. Nel 2000, il vertice della Banca Mondiale che si svolse a Praga, fu significativamente contestato, così come si manifestò nelle strade di Napoli nel marzo del 2001, in occasione del Global Forum sull’e-government. I violenti scontri che ci furono tra polizia e manifestanti in quella occasione furono il primo segnale di una insidiosa e pericolosa anomalia nella gestione dell’ordine pubblico. Fu la prima volta che i manifestanti furono caricati dalla polizia in un’area dove non c’erano vie di fuga e di dispersione per il corteo e questo non era affatto previsto dalla procedura ordinaria.

Nel frattempo, a partire dal 2001, si diede il via al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, per costruire un’alternativa comune in contrapposizione al Forum Economico Mondiale. “Un altro mondo è possibile” fu lo slogan con il quale un movimento internazionale di cittadini, volle focalizzare l’attenzione sull’importanza di scelte eque e di rilevanza sociale. Da qui, la contrarietà verso istituzioni come Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, NATO e il vertice G8, quest’ultimo composto dagli Stati protagonisti di questo nuovo ciclo del capitale.
Purtroppo, forum e contro-forum, non sono gli unici appuntamenti nei quali si discute di tematiche che investono la storia di quegli anni. The Summit evidenzia che ci furono una serie di incontri per un coordinamento di intelligence sovranazionale. Figure provenienti dai servizi segreti, dalla polizia e dagli eserciti dei paesi occidentali, si confrontarono per adottare una strategia repressiva e contenere in maniera incisiva, o meglio soffocare, la protesta di milioni di cittadini, assolutamente pacifici. Per il G8 di Genova del 2001, agli agenti fu impartita una disumana preparazione militare. Un addestramento che li portò al massimo dell’esaltazione e della violenza. Furono sguinzagliati come cani feroci. Molti testimoni raccontano della terrificante esaltazione di quei battaglioni. Avanzavano marciando, battendo fortemente i manganelli sugli scudi, e una volta arrivati nella folla, massacravano indistintamente grandi, piccoli, handicappati e anziani. Dai racconti di alcuni testimoni protagonisti nell’inchiesta di Fracassi e Lauria si percepisce molto in merito.

Il documentario rende pure l’idea di quanto pacifico, condiviso e compatto potesse essere il movimento e quindi quanto duramente decisero di reprimerlo vista l’incapacità delle classi politiche di ascoltare le richieste dei cittadini. Forse fu il momento storico in cui i cittadini riuscirono più incisivamente a rigettare il sistema capitalista. Durante i durissimi scontri del 19 luglio nelle vie genovesi, il giornalista Franco Fracassi, nonché regista del documentario, racconta: “Un agente mi disse ‘Vuoi proprio sapere dove saranno gli scontri domani? Fatti trovare all’angolo della banca a piazza Paolo da Novi a mezzogiorno di domani. E vedrai che lì cominciano gli scontri ‘. La mattina dopo arrivo in quell’angolo. In quel momento ci stavano i Cobas, e uno schieramento di polizia, che era proprio in quel punto là. A mezzogiorno, precisi come un orologio, arrivano i black bloc, e incominciano a devastare la banca. La polizia non fa altro che osservarli. Appena finito di devastare la banca scappano via. La polizia carica i manifestanti dei Cobas”.
L’inchiesta, anche grazie al contributo di Sergio Finardi, esperto di tattiche di guerra informali, evidenzia anche quell’alone di mistero che ruota intorno a questi gruppi contraddistinti da abiti neri. Sembrerebbero a tratti estremisti con ragioni di base comuni ai manifestanti pacifici, ma secondo alcune fonti, sarebbero neonazisti, o addirittura membri di forze dell’ordine, camuffati da black bloc. Ma chi sono? Esisteranno davvero questi black bloc?
Ci si sofferma anche sul massacro della scuola Diaz, di recente raccontato altrettanto realisticamente da Daniele Vicari in Diaz- Don’t clean up this blood. L’inchiesta analizza altri aspetti rilevanti: la presenza tra le forze dell’ordine di CCIR (Compagnie di contenimento e intervento risolutivo), normalmente impiegate per interventi in zone di guerra all’estero, l’uso di fumogeni CS4, catalogati come armi di distruzione di massa, e l’uccisione di Carlo Giuliani, ammazzato da un proiettile che nessuno mai ci dirà con assoluta certezza da quale mano sia partito. L’inchiesta mostra alcuni aspetti misteriosi della presunta colpevolezza di Mario Placanica, che sembrerebbe essersi accollato la responsabilità del fatto, che però sembrerebbe andare ben al di là di un colpo partito frettolosamente per “legittima difesa”. Cosa e chi si vuole nascondere? Una cosa è certa. L’intercettazione telefonica tra due agenti che ridendo si dicono “uno a zero per noi”, in riferimento alla morte di Giuliani, lascia col nodo alla gola. E i 97 minuti di filmato, bastano per suscitare un profondo sgomento. Vedere The Summit non è semplicemente consigliato, è assolutamente necessario. Proprio come sono estremamente necessari l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale e i numeri identificativi sui caschi delle forze dell’ordine.

Eleonora Pochi

10/08/11

Siria: cantante sgozzato per canzone contro Assad

“Il vostro silenzio uccide”. Questo è lo slogan rivolto dai militanti siriani per la libertà alla comunità internazionale, un invito ad intervenire per interrompere la feroce repressione di regime

Migliaia di morti, fosse comuni, minori torturati, persecuzioni e violenze fanno parte dell’ordinaria amministrazione Assad. Tra le file delle ultime vittime, abbiamo ritenuto opportuno ricordare Ibrahim Kashoush, giovane musicista ucciso lo scorso cinque luglio dalle forze di sicurezza siriane a causa di una canzone contro il Presidente. La città di Hama, la quarta più grande del Paese, è storicamente simbolo della resistenza al regime. Nel 1982, nella città furono uccise, con agguato voluto dall’expresidente Hafez al-Assad, oltre 20 mila persone. Lo scorso primo luglio, proprio nella piazza principale di Hama, oltre 250 mila persone si sono riversate in strada per rivendicare il loro diritto alla libertà. Ibrahim ha calcato il palco adibito nella piazza, la sua “It’s time to leave, Bashar” è stata intonata dalla folla a gran voce: “Freedom is very near, depart Bashar!” recita la canzone, che critica il recente discorso del Presidente circa l’intenzione di attuare importanti riforme e invita la “cricca di barbari” a lasciare le poltrone. Dal mese di giugno, la canzone è stata presto diffusa in tutto il Paese, divenendo l’inno delle proteste contro il regime e l’uccisione di migliaia di manifestanti.

Il quattro luglio, Hama è stata assaltata dalle forze militari e si pensa che il vero obbiettivo dell’intera operazione fosse scovare Ibrahim. La mattina seguente il corpo di Ibrahim è stato trovato su una sponda del fiume Assi, con un grande squarcio alla gola gli sono state asportate le corde vocali. Un chiaro messaggio per quelli che osano alzare la voce contro il regime. E’ stato filmato il ritrovamento del corpo del giovane, per visualizzarlo, basta cliccare qui .
Il video sottostante è stato girato il primo luglio a Hama, nella giornata della grande manifestazione contro il regime. Auspichiamo che la voce di Ibrahim riecheggi negli animi del popolo siriano, fin quando il sanguinario regime Assad verrà rovesciato.

Eleonora Pochi

01/08/11

“LasciateCIEntrare” mobilitazione contro il bavaglio stampa sui Cie

Da mesi ai giornalisti è proibito l'accesso nei centri per immigrati. Organizzata lo scorso 25 luglio una manifestazione nazionale per la libertà di informazione e contro le violazioni di diritti

Ci sono luoghi in Italia dove non è concesso vedere per raccontare. E' vietato informare su quanto avviene in quelle strisce di terreno delimitate da filo spinato, posti arcani che prendono il nome di Cie e Cara, centri di detenzione. La circolare interna n° 1350 emanata il 01/04/2011 dal Ministro Maroni, nel pieno delle ondate migratorie provenienti dal Maghreb, ha vietato ai giornalisti di entrare nei siti per i migranti, ossia i Centri di Identificazione e i Centri di Accoglienza per i Richiedenti Asilo. Il provvedimento, oltre che ledere profondamente il diritto di informazione, oscura violazioni di diritti umani e condizioni di vita inaccettabili. L'atto proibitivo ha suscitato la reazione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e dell'Ordine nazionale dei Giornalisti, che hanno scritto una lettera congiunta al ministro dell'Interno: “La circolare 1350 limita il dovere di informare liberamente i cittadini, in ottemperanza all’articolo 21 della Costituzione - s'apprende dalla nota”. Davanti al silenzio di Maroni rispetto alla reazione del mondo giornalistico, è stata indetta una giornata di mobilitazione lo scorso 25 luglio. “LasciateCIEntrare” è la sigla delle manifestazioni svoltesi davanti a numerosi Cie e Cara italiani, alle quali hanno preso parte giornalisti, associazioni umanitarie, cittadini e rappresentanti istituzionali. S'apprende dall'appello dell'iniziativa: “Questi centri sono da tempo off-limits per l’informazione, cioè luoghi interdetti alla società civile e in cui soltanto alcune organizzazioni umanitarie arbitrariamente scelte riescono ad entrare. Ma la circolare del ministro dell’Interno ha reso ancora più inaccessibili tali siti – continua la nota - . Giornalisti, sindacati, esponenti di associazionismo antirazzista umanitario nazionale e internazionale presenti nel territorio in cui sono ubicati, sono considerati secondo detta circolare ‘un intralcio’ all’operato degli enti gestori e per questo tenuti fuori”.

Dentro quelle mura, la disperazione dei reclusi è tanta. Basti ricordare la protesta dello scorso giugno di decine di immigrati del Cie di Lampedusa, che pur di non rimpatriare ed uscire dal lager, hanno ingerito lamette e pezzi di vetro. Il Comitato promotore della mobilitazione, durante la giornata di lunedì, ha tenuto a precisare: “Il prolungamento votato nei giorni scorsi dal Parlamento, che consente di trattenere le persone non identificate nei Cie fino a diciotto mesi, aumenta il disagio e la sofferenza in cui si ritrovano persone che non hanno commesso alcun reato”.
Tra le altre, ha aderito all'iniziativa la Fondazione Terre des Hommes Italia, che opera a tutela dell'infanzia, con un sit-in davanti al Cie siciliano: “E’ inaccettabile che centinaia di minori siano costretti a rimanere rinchiusi in strutture, di fatto detentive, in totale violazione delle disposizione di legge che ne prevedono l’opportuna tutela - osserva Federica Giannotta, Responsabile Diritti dell’Infanzia della Fondazione -. Questi minori rimangono in uno stato di abbandono umano per settimane, ignari del perché sono detenuti e di cosa li attende. Durante la loro permanenza sull’isola non sono segnalati alle autorità competenti e, quindi, non sono presi in carico da nessuno fino a quando non raggiungono le comunità di accoglienza, spesso mesi dopo”.

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

Amnesty: “Dopo 10 anni, ancora nessuna giustizia”

Secondo l'organizzazione per i diritti umani, i terribili atti di violenza avvenuti in occasione del G8 di Genova sono rimasti ampiamente impuniti

Dieci anni fa, Genova divenne lugubre teatro di morte. I rappresentanti degli otto paesi più potenti si riunirono per il G8, arroccati in una blindatissima zona rossa. Nelle quattro giornate del summit, oltre 200 mila persone si riversarono nelle strade della città ligure, ma nonostante la natura pacifica della protesta, si assistette a gravi atti di violenza ed un evidente abuso della forza da parte della polizia. Eppure, nonostante si sia arrivati addirittura ad uccidere con un colpo di arma da fuoco alla testa il ventitreenne Carlo Giuliani, l'Italia non si è ancora assunta la responsabilità per le inconcepibili violazioni di diritti umani commesse in quei giorni dalle forze di polizia.
Decine e decine di manifestanti sono stati massacrati. Durante l'irruzione alla scuola Diaz, adibita a dormitorio, decine di agenti di polizia picchiarono incessantemente coi manganelli molte persone, prendendole a calci, pugni e colpendole con legni e ferri presenti nella struttura. Le pochissime immagini reperibili in riguardo, ricalcano una macelleria messicana. Nel carcere provvisorio di Bolzaneto, oltre a picchiare allo stremo decine e decine di persone, gli agenti insinuavano minacce di violenza sessuale ed ulteriori percosse. Le persone picchiate a sangue, furono costrette a rimanere in condizioni disumane per oltre venti ore.
Dure le parole di Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International: “Dal G8 di Genova, abbiamo assistito in Italia a dieci anni di tentativi largamente falliti di chiamare le forze di polizia a rispondere di fronte alla legge dei reati commessi contro i manifestanti”.

L'organizzazione umanitaria accolse favorevolmente l'apertura dei processi Diaz e Bolzaneto: “Tuttavia – ha dichiarato Amnesty alla stampa -, poiché il codice penale italiano non prevede il reato di tortura, i pubblici ufficiali sospettati di aver torturato i manifestanti non sono stati incriminati per tale reato ma per altri che, sottoposti alla prescrizione, hanno portato sostanziale impunità”. Lo scorso anno l'Italia, oltre a non aver ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura, non ha accettato la raccomandazione da parte del Consiglio Onu di introdurre il reato di tortura. Inoltre, nonostante il Paese abbia aderito ai “Principi di Parigi”, non è stata ancora creata un'istituzione nazionale indipendente in grado di monitorare il rispetto dei diritti umani.

Amnesty International esprime sgomento e preoccupazione, temendo che “non aver affrontato lacune strutturali di tipo legale e istituzionale possa dar luogo, in futuro, a nuove violazioni dei diritti umani. L'impunità per violazioni commesse quali quelle in occasione del G8 di Genova del 2001 costituisce una macchia intollerabile nella storia dei diritti umani in Italia”. L'appello lanciato dall'organizzazione umanitaria, rivolto ai nostri rappresentanti istituzionali, è quello di condannare pubblicamente le barbarie commesse dalle forze di polizia dieci anni fa, sopratutto scusandosi con le vittime e le loro famiglie. Il 20 luglio 2001, in Piazza Alimonda, Carlo Giuliani fu raggiunto alla testa da un colpo di pistola, partito dalla mano di un uomo che, anziché operare in nome dell'ordine pubblico, ha sporcato la coscienza dello Stato con il sangue dell'ennesima vita umana spezzata.

Elenora Pochi
Fonte: Parolibero

01/04/11

L'Europa assolve l'Italia per l'omicidio Giuliani

La magistratura europea ha giudicato il nostro Paese non responsabile sulla questione dell'omicidio del ventitreenne, nei giorni del summit mondiale del 2001: “Non c'è stata violazione per uso eccessivo della forza”. Ripetuta condanna per l'inchiesta, giudicata troppo superficiale

Secondo il tribunale di Strasburgo, il carabiniere Mario Placanica avrebbe “agito nell'onesta convinzione che la propria vita e quella dei suoi colleghi si trovassero in pericolo. Il ricorso a un mezzo di difesa che poteva causare la morte, agli spari, era giustificato”. La famiglia di Carlo fece appello alla Corte Europea nel 2003, dopo la sentenza italiana che scagionava il carabiniere, denunciando l'uso eccessivo della forza da parte delle forze dell'ordine.
Allo stesso tempo, i magistrati europei hanno ribadito la condanna all'Italia per la mancanza di un'inchiesta approfondita sul decesso Giuliani.
Eppure, da quello che è possibile apprendere di quel tragico pomeriggio genovese, emerge che l'uso dell'arma non era l'unico modo per difendersi.
Giuliano Giuliani, padre di Carlo, ha commentato così, all'Adnkronos, la decisione della Corte: “Abbiamo ancora uno strumento che è la causa civile, sperando che nessuno voglia pensare che intendiamo rifarci sul cosiddetto povero carabiniere”. Sulla condanna da Strasburgo per la conduzione italiana dell'inchiesta, Giuliani tiene a precisare: “In quell'occasione porteremo tutta la documentazione che dimostrerà come le cose che sono state dette intorno all'uccisione di Carlo siano delle vere e proprie menzogne, delle trascuratezze, delle cose non onorevoli per il Paese”.

E' il 20 luglio 2001 a Piazza Alimonda, blindatissima malgrado non rientri nella 'zona rossa' indetta per le quattro giornate del G8. E' dalla mattina che si registrano feroci cariche della polizia contro manifestanti pacifici: chi non riesce a scappare, viene preso e letteralmente massacrato, senza motivo. Durante una delle cariche, un gruppo di dimostranti reagisce, due jeep dei carabinieri si muovono per tentare di bloccare l'accesso oltre la piazza, ma nello spostamento uno dei due defender urta un cassonetto e si ferma. In seguito verrà dichiarato dagli agenti che la jeep era incastrata in uno spazio molto stretto, ma in realtà di spazio ce n'era in abbondanza e sarebbe bastato fare una retromarcia per allontanarsi, come è stata poi fatto sul corpo di Carlo.
Il veicolo viene contornato da una decina di manifestanti, ma non accenna ad andarsene. Carlo si china per raccogliere un estintore vuoto mentre Placanica toglie la sicura alla sua beretta 92 Sb semiautomatica. Dai 1.300 fotogrammi girati in piazza Alimonda in quegli istanti, risulta che Giuliani si trovava a 3 metri e 0,6 centimetri dal defender mentre sollevava le braccia per lanciare l'estintore, a differenza di quanto appare dall'oramai diffusissima foto Reuters nella quale la distanza sembra molto più limitata. Placanica tende il braccio ad altezza d'uomo e spara. Sono le 17.27 quando Carlo viene colpito allo zigomo sinistro da un proiettile che gli fracassa la nuca, poi cade a terra. L'autista mette in moto il veicolo, facendo prima retromarcia e poi procedendo in avanti, passando per due volte sul corpo di Carlo, ancora vivo. Arrivano altri agenti di polizia, alcuni dei quali prendono il ragazzo a calci in testa. Qualche minuto dopo Carlo finirà la sua agonia. I manifestanti che tentano di soccorrerlo vengono allontanati dalle forze dell'ordine che formano un cordone attorno al cadavere mentre il vicequestore della Polizia tenta di recitare una disgustosa farsa, ignaro delle immagini che avevano ripreso l'agente sparare: “Sei stato tu ad ucciderlo, con una pietra!” urla correndo dietro un manifestante.


Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

07/01/11

La democrazia della repressione

Oramai il voler manifestare la propria opinione è diventato un fastidio da evitare, anche a costo di militarizzare città intere.
Sembrerebbe quasi si voglia iniettare nel paese un dose di tensione, d’allarmismo a mio avviso inutile e superfluo, segno evidente che l’Italia è un paese dalla memoria corta.
(Co)Protagonisti indiscussi della scena sono le forze dell’ordine, anch’esse colpite duramente dalla crisi e scese ripetutamente in piazza per ribadire che senza risorse non può esserci sicurezza e che “La sicurezza non può essere un costo per il governo, ma un investimento”.
“Nessuno si è preoccupato di interpellarci in merito alla predisposizione della Finanziaria – ha dichiarato Felice Romano, segretario generale Siulp – che nessuno poi ci indichi come i disfattisti del momento”.
Sembrerebbe paradossale rilevare che gli agenti di polizia siano scesi in piazza con le stesse motivazioni di fondo di studenti e lavoratori precari ma ciò nonostante si sia assistito a scene come quelle del 14 dicembre a Roma. Ci si rende purtroppo conto della insensatezza di quei gesti. Sembrerebbe quasi una sciocca guerra tra poveri voluta da qualcuno, tra società e forze dell’ordine che in nome del disagio si scannano mentre i lorsignori, arroccati nei palazzi, approvano riforme che porteranno alla fame un paese intero tranne loro.
“Tutto questo costringe le forze dell’ordine ad un’attività di supplenza al governo sempre più complessa e delicata” ha dichiarato il capo della Polizia Antonio Manganelli riflettendo sul 14 dicembre, aggiungendo “E’ un superlavoro richiesto a chi, tra l’altro, e’ pagato sempre meno”. Pur essendo pienamente d’accordo con le parole del Prefetto occorre precisare che molto spesso alcuni agenti si trasformano in criminali, abusando del loro potere in nome della legge, che automaticamente infrangono.
Gli scontri del 14 dicembre ne sono l’emblema (ormai tristemente note le immagini che girano in rete, di un manifestante preso a calci da più agenti di polizia). Da esse traspare non tanto la rabbia quanto una cattiveria che fa più paura dei tagli di governo. Al di là di qualsiasi pensiero ed opinione politica, la violenza è deprecabile da qualsiasi parte della barricata provenga, ma soprattutto se mossa da chi dovrebbe garantire ai cittadini l’ordine pubblico.
Abbiamo chiesto ad Alice Niffoi, presa a manganellate dalla polizia ed arrestata insieme ad altri 23 ragazzi il 14 dicembre, cosa le rimarrà delle 16 ore trascorse nel centro di identificazione di Tor Cervara “Sapevo di essere in stato d’arresto ma non sapevo di cosa ero accusata. Nonostante lo chiedessi in continuazione, sono riuscita ad incontrare il mio avvocato solo in aula. Un trattamento degradante, oltre che fuori da ogni regola! Per 14 ore non ci hanno dato la possibilità di mangiare né di bere e solo a due ragazzi è stato concesso d’andare in bagno. E’ stata un’esperienza molto dura, conserverò un ricordo orribile”.
L’indignazione di Alice, come di tanti altri, è forte, “il 14 dicembre eravamo in piazza: studenti, precari, migranti, movimenti per la difesa del territorio venuti da Chiano e dall’Aquila, lavoratori dello spettacolo e tanti altri per manifestare il nostro dissenso verso un Governo che ha adottato provvedimenti vergognosi, dalla legge finanziaria alla riforma dell’Università. Un Governo che in tutta risposta si è trincerato in una zona rossa, arrestando ed usando i manganelli delle forze dell’ordine contro chi ha provato ad avvicinarsi”.
Sarebbe opportuno invece che una società intera (forze dell’ordine comprese), accomunata dagli stessi problemi e dalle stesse motivazioni che spingono a scendere in piazza, manifestasse insieme contro i tagli imposti dal Governo. “Certo, sarebbe bello e sicuramente molto più efficace – commenta Alice, che avendo vissuto la brutta esperienza in prima persona, aggiunge – purtroppo sono estremamente scettica al riguardo. Diversi agenti ci hanno detto che non dovevamo lamentarci per essere stati arrestati e che avremmo fatto meglio a restarcene a casa”.
Non bisognerebbe permettere che per quattro esaltati, dei quali alcuni sembrerebbero infiltrati che provocano tafferugli, migliaia di lavoratori, insegnanti e ragazzi vengano bollati come criminali. E’ inconcepibile e forse fin troppo facile per chi mira a sminuire la realtà dei fatti, ossia un dissenso dilagante, di tutte le categorie, verso le misure politiche intraprese.
Alice, qualche giorno dopo l’arresto, ha dichiarato “Ho capito che per lavorare me ne devo andare”, tanti giovani purtroppo sono arrivati alla sua stessa conclusione “L’Italia investe molto meno degli altri Stati nella ricerca e nella cultura, è un dato di fatto, di conseguenza la vita è resa sempre più difficile, soprattutto per i “lavoratori della conoscenza” – continua Alice – Paradossalmente, più si ha un titolo di studio alto e ci si specializza, più è difficile trovare un’occupazione che tenga conto delle nostre capacità e conoscenze… Il Ministro Brunetta, come soluzione, ci consiglia di ripiegare sui lavori umili! Non sono convinta di trovare il paradiso o di riuscire a realizzare tutti i miei desideri fuori da questo paese, ma almeno mi riscontrerei con reali possibilità per provare a farlo, qui invece si parte già scoraggiati.”
L’Italia dimostra ogni giorno di più che non è in grado di tenersi stretta la sua più scarsa e preziosa risorsa, i giovani. soprattutto verrebbe da pensare se la democrazia della repressione persisterà fino al giorno in cui il dissenso dilagherà a macchia d’olio e tutto il paese verrà preso a manganellate.