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23/03/12

Grecia, agnello pasquale di un’Europa in crisi

Un piano d'aiuti mai visto prima, ma la penisola ellenica non riesce ad uscire dalla crisi, tra declassamenti continui dalle agenzie di rating ed un popolo ridotto alla stremo
 
L’Eurozona ha detto sì ad un ulteriore iniezione di liquidità nelle casse elleniche. Altri 130 miliardi, previsti dal piano di aiuti più grande della storia, sono stati destinati al salvataggio della Grecia. Non certo per altruismo, bensì per scongiurare il contagio finanziario nel resto dell’area euro. La Troika ha inoltre giudicato “sufficenti” i progressi della Grecia: “Tutte le leggi richieste a Parlamento e a Governo sono state adottate, ne restano solo alcune che saranno completate a breve”. Le agenzie di rating sembrano di tutt’altro parere. Moody’s ha dichiarato in seguito al lancio dell’operazione finalizzata al coinvolgimento di privati nella ristrutturazione del debito ellenico: “Atene affronterà’ comunque problemi di solvibilità a medio termine perché dovrà tornare sul mercato una volta esauriti i fondi del secondo pacchetto di aiuti, e le riforme annunciate avranno rischi di attuazione molto significativi”. L’agenzia ha declassato i titoli della Grecia, in seguito all’approvazione delle misure della Troika, a livello “C”, cioè spazzatura, mentre l’agenzia Fitch l’aveva ridotto a “C” da “CCC”, prevedendo un “default nel breve termine”. 
Intanto, l’economia reale del paese è al collasso. L’austerity imposta da fuori, impone il progressivo smantellamento dello Stato sociale, con ulteriori tagli alla spesa pubblica, alle pensioni, ai salari. La disoccupazione sfiora il 20% ed il 48% dei giovani non riesce a trovare un impiego. I principali sindacati, in continuo sciopero, hanno dichiarato in una nota: “La distruzione del quadro istituzionale del lavoro, i nuovi tagli alle pensioni, la rovina dello stato sociale, l’abolizione di Enti pubblici e i nuovi licenziamenti nel settore pubblico”. Nella sua storia, Piazza Syntagma, era mai stata così costantemente presidiata da decine di miglia di cittadini, contrari alle misure di Austerity e alla sempre più marcata dipendenza dalla volontà internazionale di Fmi, Bce e Ue, a cui i governi sembrano obbedire impassibili. Ci si chiede se, non sarebbe stato meglio il default e l’uscita dall’Euro, invece d’un remissivo asservimento alla volontà della politica-finanziaria internazionale.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori Le Mura

29/12/11

Periferia d’Europa: crisi provoca allarme suicidi e depressione

Con lo spread sale il numero di persone che si tolgono la vita e gli affetti da distimia. Inoltre, comincia ad essere evidente la tendenza all'eliminazione delle spese mediche dal sempre più ristretto budget di spesa familiare

Il lato più oscuro della crisi si evince dai dati recentemente diffusi dall’European Public Health Association e dalla terza sezione del Consiglio Superiore della Sanità. A pagare il conto più salato sono i paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), denominati dal resto d’Europa ”paesi maiali”  a causa del pessimo stato delle loro economie, rappresentano la periferia d’Europa.
La Grecia è la prima della lista nera con un aumento dei suicidi nell’ultimo anno del 40%. L’organizzazione Klimaka, che si occupa della gestione di servizi d’assistenza per la prevenzione dei suicidi, ha dichiarato: “Un tempo ricevevamo circa 10 telefonate al giorno, ora vi sono giornate in cui ne arrivano 100. A chiamare sono uomini finanziariamente rovinati, tra i 35 e i 60 anni, che hanno perso la loro identità di marito che porta il pane a casa e non si sentono più uomini secondo i nostri standard culturali”(Adnkronos).
I suicidi causati dalla crisi economica sono in aumento anche nel resto dei PIIGS. Inoltre secondo l’istituto di ricerca europeo, in Spagna la depressione è aumentata del 20% ed anche in Italia, benché manchino stime attuali, arrivano i primi segnali di un “forte incremento della depressione” e di una distimia crescente anche tra le fasce più giovani. Ciò che accomuna i paesi periferici del vecchio continente, è anche una diminuzione alle abitudini salutari, quali prevenzione, che spesso si rivela fatale, e cure mediche. Di contro, si registra un aumento dei ricoveri ospedalieri, quindi una maggiore spesa sanitaria insostenibile per le strutture ospedaliere, già colpite dai tagli alle risorse finanziarie ad esse destinate, imposti dei governi centrali. L’effetto ricade sulle fasce più deboli della popolazione che, non avendo la possibilità economica, man mano rinunciano a curarsi. Tornando alla depressione, d’altronde non è una novità che essa sia sinonimo della recessione economica. Analizzando i dati diffusi nel 2009 dall’Eures sui suicidi in Italia, emerge che ogni giorno, un disoccupato si è tolto la vita, su un totale di 2.986 suicidi. Nel nostro Paese, disturbi psicologici quali ansie, stati depressivi ed attacchi di panico, sono più diffusi nelle donne e nei giovani.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura


06/09/11

Settembre decisivo per la Palestina

Appuntamenti fondamentali per i territori palestinesi occupati, processo Arrigoni e proposta all’Onu per il riconoscimento dello Stato palestinese

Due date: 8 e 20 settembre. La prima dovrebbe essere, secondo indiscrezioni, il giorno dell’apertura della prima udienza del processo a carico dei presunti assassini di Vittorio Arrigoni, morto lo scorso 15 aprile.
La seconda rappresenta la data del prossimo raduno dell’Onu, in occasione del quale Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese, dovrebbe presentare la richiesta ufficiale di riconoscimento dello Stato palestinese, quindi l’adesione alle Nazioni Unite. Quale sarà il responso tratto dalle due giornate è un mistero, l’unica certezza è che, in particolare negli ultimi mesi, l’avvicendarsi di avvenimenti contrastanti ha creato confusione in entrambe le questioni. In riguardo ad Arrigoni, un gruppo di giovani salafiti del gruppo “Tawhid wal Jihad” ha rivendicato praticamente da subito la titolarità del gesto. Dopo pochi giorni, la cellula viene sgominata dai miliziani di Hamas, provocando la morte di due salafiti coinvolti nell’agguato all’italiano. Dal 15 giugno l’inchiesta aperta sul caso dalla Procura di Gaza è stata consegnata nelle mani dei giudici militari che hanno rinviato a giudizio due palestinesi che sembrerebbero coinvolti nell’assassinio del cooperante. Ai legali della famiglia Arrigoni è stato finora negato l’accesso alle indagini. Il governo Hamas non ha permesso alla magistratura gazese di consegnare il fascicolo dell’inchiesta agli avvocati italiani a causa di un’incomprensione riscontrata nella presentazione degli incartamenti necessari all’accesso ai dati.

Altro momento storico per l’intera Palestina è il prossimo 20 settembre. L’ostacolo più evidente al riconoscimento è rappresentato dagli Stati Uniti. Per l’ammissione di nuovi Paesi all’Onu è necessaria la maggioranza di due terzi all’Assamblea Generale e un voto favorevole, che gli USA hanno già annunciato di bloccare con il veto, al Consiglio di sicurezza. Posto che la Palestina è governata da due fazioni, Fatah in Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza, la recente intesa raggiunta tra le parti non è sufficiente alla comune creazione di un governo unitario. Hamas continua a giocare al gatto col topo con Israele, insistendo con la violenza contro il popolo israeliano. Non basta quella perpetuata da decenni da Israele nei confronti dei palestinesi. Gli abitanti della Striscia sono un popolo sequestrato alla propria terra, alla libertà, alla democrazia, segregato in una striscia di terreno, separato dalle armi israeliane dal resto dei propri compaesani, costretto all’isolamento come il resto dei palestinesi. La Cisgiordania è l’unica alla quale interessano realmente le sorti della Striscia di Gaza, giacché c’è la sua gente lì. Dal 1967 le forze israeliane hanno occupato, in piena violazione di trattati internazionali e diritti umani, entrambi i territori palestinesi, esercitando, sotto gli occhi del mondo, una scandalosa e violenta segregazione razziale. Nonostante l’oppressione degli occupanti, la Cisgiordania è riuscita a costruire una amministrazione pubblica ed un’economia discrete. Abu Mazen ha incontrato il console generale americano a Gerusalemme per chiedere agli Stati Uniti di non bloccare il processo di riconoscimento. Mentre già 122 Paesi al mondo appoggiano la creazione dello Stato palestinese e l’adesione all’Onu, Italia e Germania, insieme ad Usa ed altri, si oppongono a gran voce. 150 personaggi politici italiani, hanno addirittura sottoscritto una petizione, promossa dall’Associazione parlamentari di amicizia Italia-Israele, contro il riconoscimento della Palestina.
Il parlamento israeliano intanto continua ad elaborare leggi razziste. Dopo il nuovo piano di colonizzazione è la volta di contrastare con la legge l’uso e la diffusione della lingua araba. Inoltre è in atto una campagna altamente discriminatoria che raccomanda, attraverso dialogatori dislocati sulle spiagge, alle ragazze ebree di non frequentare coetanei arabi. Nonostante questo, ma anche tanto altro, l’Italia continua ad esprimere sostegno e collaborazione verso il governo Netanyahu, addirittura adoperandosi con una petizione in suo aiuto. Non resta altro che aspettare il fatidico 20 settembre.

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

02/09/11

Settembre decisivo per la Palestina

Appuntamenti fondamentali per i territori palestinesi occupati, processo Arrigoni e proposta all’Onu per il riconoscimento dello Stato palestinese

Due date: 8 e 20 settembre. La prima dovrebbe essere, secondo indiscrezioni, il giorno dell’apertura della prima udienza del processo a carico dei presunti assassini di Vittorio Arrigoni, morto lo scorso 15 aprile.
La seconda rappresenta la data del prossimo raduno dell’Onu, in occasione del quale Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese, dovrebbe presentare la richiesta ufficiale di riconoscimento dello Stato palestinese, quindi l’adesione alle Nazioni Unite. Quale sarà il responso tratto dalle due giornate è un mistero, l’unica certezza è che, in particolare negli ultimi mesi, l’avvicendarsi di avvenimenti contrastanti ha creato confusione in entrambe le questioni. In riguardo ad Arrigoni, un gruppo di giovani salafiti del gruppo “Tawhid wal Jihad” ha rivendicato praticamente da subito la titolarità del gesto. Dopo pochi giorni, la cellula viene sgominata dai miliziani di Hamas, provocando la morte di due salafiti coinvolti nell’agguato all’italiano. Dal 15 giugno l’inchiesta aperta sul caso dalla Procura di Gaza è stata consegnata nelle mani dei giudici militari che hanno rinviato a giudizio due palestinesi che sembrerebbero coinvolti nell’assassinio del cooperante. Ai legali della famiglia Arrigoni è stato finora negato l’accesso alle indagini. Il governo Hamas non ha permesso alla magistratura gazese di consegnare il fascicolo dell’inchiesta agli avvocati italiani a causa di un’incomprensione riscontrata nella presentazione degli incartamenti necessari all’accesso ai dati.

Altro momento storico per l’intera Palestina è il prossimo 20 settembre. L’ostacolo più evidente al riconoscimento è rappresentato dagli Stati Uniti. Per l’ammissione di nuovi Paesi all’Onu è necessaria la maggioranza di due terzi all’Assamblea Generale e un voto favorevole, che gli USA hanno già annunciato di bloccare con il veto, al Consiglio di sicurezza. Posto che la Palestina è governata da due fazioni, Fatah in Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza, la recente intesa raggiunta tra le parti non è sufficiente alla comune creazione di un governo unitario. Hamas continua a giocare al gatto col topo con Israele, insistendo con la violenza contro il popolo israeliano. Non basta quella perpetuata da decenni da Israele nei confronti dei palestinesi. Gli abitanti della Striscia sono un popolo sequestrato alla propria terra, alla libertà, alla democrazia, segregato in una striscia di terreno, separato dalle armi israeliane dal resto dei propri compaesani, costretto all’isolamento come il resto dei palestinesi. La Cisgiordania è l’unica alla quale interessano realmente le sorti della Striscia di Gaza, giacché c’è la sua gente lì. Dal 1967 le forze israeliane hanno occupato, in piena violazione di trattati internazionali e diritti umani, entrambi i territori palestinesi, esercitando, sotto gli occhi del mondo, una scandalosa e violenta segregazione razziale. Nonostante l’oppressione degli occupanti, la Cisgiordania è riuscita a costruire una amministrazione pubblica ed un’economia discrete. Abu Mazen ha incontrato il console generale americano a Gerusalemme per chiedere agli Stati Uniti di non bloccare il processo di riconoscimento. Mentre già 122 Paesi al mondo appoggiano la creazione dello Stato palestinese e l’adesione all’Onu, Italia e Germania, insieme ad Usa ed altri, si oppongono a gran voce. 150 personaggi politici italiani, hanno addirittura sottoscritto una petizione, promossa dall’Associazione parlamentari di amicizia Italia-Israele, contro il riconoscimento della Palestina.
Il parlamento israeliano intanto continua ad elaborare leggi razziste. Dopo il nuovo piano di colonizzazione è la volta di contrastare con la legge l’uso e la diffusione della lingua araba. Inoltre è in atto una campagna altamente discriminatoria che raccomanda, attraverso dialogatori dislocati sulle spiagge, alle ragazze ebree di non frequentare coetanei arabi. Nonostante questo, ma anche tanto altro, l’Italia continua ad esprimere sostegno e collaborazione verso il governo Netanyahu, addirittura adoperandosi con una petizione in suo aiuto. Non resta altro che aspettare il fatidico 20 settembre.


Eleonora Pochi

14/07/11

Grecia: nuovo piano austerity, un governo contro l'intero popolo

Il cappio stringe sempre più al collo della Grecia, un Paese che ora paga debiti contratti da un'oligarchia corrotta e da un'azzardata entrata nell'area euro, per la quale evidentemente non si era preparati


Settimana di fuoco per la penisola ellenica. Dopo aver approvato il piano di austerità da 28,4 miliardi concesso da Fmi e Ue, il parlamento ha adottato la legge di attuazione dello stesso, contenente le misure imposte dai finanziatori del maxi-prestito destinate a realizzare il risanamento delle casse pubbliche. Un piano di rientro da circa 78 miliardi, con il quale il governo Papandreou si impegna per i prossimi cinque anni ad attuare ulteriori tagli alla spesa pubblica per 28,4 miliardi di dollari, aumentare le tasse ed intraprendere un massiccio processo di privatizzazione, che frutterebbe allo Stato circa 50 miliardi di euro.
Dall'Unione Europea, molta soddisfazione verso Atene per le decisioni intraprese, che rappresenterebbero “un importante passo in avanti verso la salvezza”.In Grecia, tranne i responsabili della crisi arroccati nelle mura del parlamento per decidere misure tese a far sprofondare il Paese nel più buio degli abissi, il popolo legittimamente protesta.

A piazza Syntagma “andate a casa, voi e il vostro pacchetto di austerità” è stato gridato talmente forte da raggiungere senza dubbio le orecchie dei governanti, i quali però non hanno voluto ascoltare la voce del popolo. Per l'ennesima volta. Mercoledì 29 giugno, giornata del primo step attuativo del piano d'austerità, i manifestanti in piazza sono giunti da tutta la penisola, uno di loro riflette sul perché di una simile mobilitazione: “Se i nostri politici ci hanno portato fino a questo punto, è perché glielo abbiamo permesso. Ma adesso bisogna reagire”. In piazza ci sono anche i sindacati, che hanno proclamato, per l'occasione, quarantotto ore di sciopero generale. Una Nazione in rivolta contro un parlamento, che dovrebbe essere l'emblema del volere dei cittadini ed invece appare chiaramente sottomesso e costretto al volere di istituti internazionali, il cui reale obiettivo è salvaguardare la stabilità dell'euro, anche a costo di ridurre un Paese alla fame. Il risultato di questo comportamento è la rabbia popolare. Una rabbia che è causato duri scontri tra manifestanti e forze dell'ordine ed è costata cento feriti. Il governo ha ordinato l'apertura di un indagine poiché, secondo immagini trasmesse da una tv privata, sembrerebbe che alcuni poliziotti abbiano collaborato con manifestanti particolarmente indignati. Probabilmente si inizia a percepire il timore che le forze dell'ordine non siano più disposte a ricoprire il ruolo di guardie del corpo per una classe politica che il Paese non appoggia e rifiuta fortemente.


Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

01/07/11

Debtocracy, presente greco e futuro italiano

Un documentario prodotto da due giornalisti, Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou, che svela gli altarini dell'attuale crisi mondiale, soffermandosi sul meccanismo che ha spinto la Grecia al vassallaggio verso FMI e BCE, perdendo così la sovranità nazionale

Questa volta occorre una piccola premessa. Benché il cortometraggio sia uscito più di un mese fa, abbiamo ritenuto giusto parlarne dal momento che i media italiani, più o meno volutamente, hanno scelto di tacere, forse presi da un raptus d'oblio. Ciò che si evince da poco più di un'ora di filmato è allarmante. E' spaventosamente speculare alla situazione italiana, fornendo un chiaro presagio di quello che il nostro Paese sarà costretto ad affrontare, un preavviso forse troppo chiaro per essere diffuso. In fondo noi italiani siamo un popolo apprensivo. Non serve essere un economista, il linguaggio utilizzato in Debtocracy, una volta tanto, è comprensibile anche ai comuni mortali, esponendo in maniera chiara e concisa il processo che ha portato alla crisi attuale e le cause principali.
Iniziamo col dire che, come la Grecia, siamo uno dei paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) dell'Unione Europea. L'acronimo ha, inoltre, il significato di paesi maiali, a causa del cattivo stato delle loro economie. “A differenza degli USA, dove la Banca Centrale opera per diminuire le diseguaglianze tra Stati, in Europa le diseguaglianze sono state amplificate, generando dei 'parenti poveri', i PIIGS, i maiali dell'integrazione europea”.
Dunque come Wallerstein classificò il sistema mondo in centro (paesi sviluppati) e periferia (paesi sottosviluppati), anche l'Europa può essere considerata in tale ottica. “L'Eurozona ha distrutto il sistema immunitario dei Paesi della periferia europea, esponendoli ai rischi più gravi della crisi mondiale. Il tallone d'Achille di questi Stati è il deficit e il debito pubblico”.

In Grecia, l'ascesa politica di G. Papandreou ha dato il colpo finale all'economia. Dopo aver posto le basi di uno Stato sociale, senza aumentare le tasse alle corporazioni e ai redditi alti, mettendo al sicuro posti di lavoro con la nazionalizzazione delle compagnie private in perdita, è emerso il raccolto della sua semina, contaminata dalle precedenti politiche del primo ministro Costas Karamanlis, che già fecero esplodere il debito, preparando l'economia al collasso.
Quando il debito raggiunge il 167% del Pil, bussa precipitosamente alla porta di casa il FMI, accolto a braccia aperte da Papandreou. “Il FMI è rappresentante nel mondo delle classi favorite dalle trasformazioni neoliberiste, il cui obiettivo di aumentare i guadagni ha portato alla crisi attuale. […] Non solo le misure imposte al governo greco sono ingiuste e pericolose per la popolazione, ma sono destinate a fallire. Come in Argentina, l'obiettivo delle misure non è di salvare l'economia, ma di proteggere banche e grandi società. Il debito continuerà a crescere”.
Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea hanno imposto alla Grecia un terribile piano di austerità in cambio del maxiprestito da 110 miliardi concesso nel maggio 2010. Ad oggi, l'UE teme il default ed impone alla penisola ellenica tagli ancora più consistenti alla spesa pubblica, un ulteriore aumento delle tasse e la svendita di beni statali. “Tutti i Paesi che sono stati 'sostenuti' dal FMI hanno avuto conseguenze drammatiche in termini di speranza di vita. Ci sono Stati in cui è calata di 5 o addirittura 10 anni”.
Migliaia di cittadini greci pagheranno miliardi di debiti, frutto di corruzione ed interessi di una stretta cerchia di persone: “La risposta del governo viola i principi più basilari della democrazia. I cittadini si ribellano”. Il problema della Grecia, s'apprende dal video, è che ha perso la sovranità nazionale, “siamo diventati vassalli. Il governo si è messo contro i suoi cittadini, portando fame e povertà per almeno 20 anni”.

09/05/11

UE boccia reato di clandestinità

Respinta la legittimità dell'introduzione nell'apparato normativo penale del reato di clandestinità, che prevedeva la reclusione degli immigrati


Secondo la corte di giustizia di Lussemburgo, l'introduzione nel diritto italiano del reato di clandestinità punibile con la reclusione compromette la realizzazione dell'obiettivo comunitario di 'instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali'.
Nella nota diffusa dalla Corte Europea, si è tenuto a precisare: “Gli Stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all'insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all'allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa nazionale in discussione, solo perché un cittadino di un paese terzo, dopo che gli è stato notificato un ordine di lasciare il territorio nazionale e il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare su detto territorio”.

Il reato di clandestinità, previsto dal 'pacchetto sicurezza', era stato introdotto nell'ordinamento italiano nel 2009. Difeso con le unghie e con i denti dal Ministro dell'interno Maroni, membro di un partito politico che ha reso il 'rifiuto allo straniero' una linea d'azione, portando ad una dilagante e vergognosa xenofobia. Sulla sentenza della Corte, così l'esponente leghista: “L'eliminazione del reato, accoppiata alla direttiva europea sui rimpatri, rischia di fatto di rendere impossibili le espulsioni, trasformandole solo in intimazione ad abbandonare il territorio nazionale entro sette giorni. Questo rende assolutamente inefficaci le politiche di contrasto all'immigrazione clandestina.
Noi vogliamo continuare con le espulsioni. Con la Tunisia, in particolare, funzionano bene. Sono oltre 600 i tunisini rimpatriati dal 5 aprile”.

Secondo il Governo la giustizia europea ha agito in maniera sbagliata. Questa maledetta magistratura non gli fa dormire sonni tranquilli, ci mancavano giusto i giudici europei a contrastare i loro piani. Probabilmente diranno che la febbre da toga rossa ha raggiunto Lussemburgo. La nostra Costituzione è stata violata più volte dalle classi dirigenti di ieri e di oggi, in assoluta par condicio. Per fortuna la Carta dei diritti dell'uomo ci aiuta affinché in Italia vengano rispettati quei diritti fondamentali dei quali ogni essere umano deve insindacabilmente poter godere.

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

18/12/10

Grecia: Ancora recessione

Dopo il maxi-prestito Fmi-Ue le cose non sembrano migliorare: i dati su disoccupazione, inflazione e previsioni finanziarie parlano da sé. Intanto Fmi e Ue, preoccupati, non escluderebbero l’adozione di nuove misure restrittive.
Nel maggio 2010 Fmi e Ue stanziarono un piano di aiuti da 110miliardi per salvare la Grecia dalla bancarotta ma, ad oggi, il paese sembrerebbe patire ancora il peso di una crisi che pesa sulle spalle come un macigno.
Condizione necessaria alla concessione del maxi-prestito, è stata l’applicazione di un programma di austerità varato dal governo elleno che prevedeva, come da tradizione, una drastica serie di tagli alla spesa pubblica. I cosiddetti aggiustamenti strutturali hanno disseminato e stanno disseminando tutt’ora una preoccupante crisi sociale: cresce l’Iva, aumentano le tasse, non soltanto sui beni di lusso ma su tabacchi, alcolici e carburante, tagli ai stipendi di funzionari statali, licenziamenti per migliaia di lavoratori, svuotate le casse di scuole ed università, ridotte le pensioni.


Hanno scioperato quasi la totalità delle categorie: funzionari pubblici, camionisti, assistenti di volo, ferrovieri, operai, pensionati, forze dell’ordine, imprenditori, docenti, professori e studenti. Tutti, coinvolti più o meno direttamente dalla politica adottata, contestano le manovre di governo.
Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,2% , ci sono più di 4milioni di persone senza lavoro ed i giovani sono i più colpiti, ogni 100 ce ne sono 33 a spasso.
La Rete greca per la lotta alla povertà (Eapn) stima altresì che il paese registrerà, di questo passo, fino un terzo dei suoi abitanti sotto la soglia di povertà, in altre parole il 30% dei cittadini greci dovrà tirare a fine mese con meno di 470 Euro mensili.


Le previsioni finanziarie per il 2011 non sono certo rassicuranti “La Grecia presenta rischi di bilancio molto elevati” ammette preoccupato il Fmi, mentre da Bruxelles, il commissario Ue agli affari economici e monetari Olli Rehn, al termine dell’ultima riunione dell’Eurogruppo ha dichiarato “La Grecia potrebbe dover prendere delle nuove misure di austerità di bilancio per rispettare gli obiettivi di deficit per il 2011”. Il paese è in recessione – secondo l’ultimo rapporto dedicato all’Europa del Fmi, diffuso il 19 ottobre – e non vede luce, con un tasso di crescita del – 4% per il 2010 e  – 2,6% previsto per il 2011.
Il deficit sale più di quanto previsto nella bozza della legge di bilancio per il 2011 e a fine anno dovrebbe attestarsi al 9,3% del Pil.
L’indebitamento inarrestabile è dovuto alle entrate, ancora troppo basse e ad una rettifica al rialzo del deficit 2009. L’austerity non sembrerebbe aver cambiato di molto le cose…e mentre il debito pubblico sale e il paese decresce, viene da chiedersi se sarà mai in grado la Grecia di restituire i soldi concessi “cosi generosamente” in prestito da mezzo mondo.

Eleonora PochiFonte : http://www.fuorilemura.com/