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27/11/12

Parte il progetto “Africa for Norway”: "L'Africa non è solo AIDS e povertà"

'Africa per la Norvegia' è una parodia su iniziative del filone “Band Aid”, che coinvolge rinomate star che cantano per i poveri, affamati africani. Ma questa volta, è una nazione ricca, quella scandinava che ha bisogno di una mano.

Perché "Africa per la Norvegia"?


Immagina se ogni persona in Africa vedesse il video "Africa per la Norvegia" e quest’ultimo fosse l’unica informazione mai avuta sul paese nordeuropeo. Che cosa penserebbero della Norvegia?
Se diciamo Africa, tu a cosa pensi? Fame, povertà, criminalità o l'AIDS? Non c'è da stupirsi, perché in gran parte delle campagne di raccolta fondi e di mezzi di comunicazione è principalmente di quei fenomeni che si sente parlare.
Le foto che siamo abituati a vedere in raccolte di fondi sono di bambini africani, poveri. La fame e la povertà sono terribili, allora si agisca. Ma mentre queste immagini possono coinvolgere le persone a breve termine, siamo preoccupati che molte persone rinuncino a sostenerci semplicemente perché sembra che nulla cambi in meglio. L'Africa non deve essere solo qualcosa che la gente riconduce a “dare, o rinunciare di dare”.
La verità è che ci sono molti sviluppi positivi nei paesi africani e vogliamo che questo diventi noto. Abbiamo bisogno di cambiare le spiegazioni semplicistiche dei problemi in Africa. Abbiamo bisogno di educare noi stessi sulle questioni complesse e ottenere maggiore attenzione su come i paesi occidentali hanno un impatto negativo sullo sviluppo dell'Africa. Se vogliamo affrontare i problemi che il mondo si trova ad affrontare abbiamo bisogno di agire basandoci sulla conoscenza ed il rispetto.
Il video è realizzato dagli studenti norvegesi e professori universitari del Fondo di assistenza internazionale (www.saih.no). Con la collaborazione di Operation Day’s Work  (www.od.no), il finanziamento dell' Agenzia Norvegese per la Cooperazione allo Sviluppo (Norad) e The Norwegian children & Youth Council (LNU). Musica di Wathiq Hoosain. Testi delle canzoni di Bretton Woods (www.developingcountry.org). Video di Productions Ikind (www.ikindmedia.com)



 

Che cosa vogliamo?

1.Il fundraising non dovrebbe essere basato su stereotipi che sfruttano e basta.
La maggior parte di è tra l’altro stanca di vedere solo immagini tristi invece di reali cambiamenti.

2. Un miglioramento dell’informazione su ciò che sta accadendo nel mondo, nelle scuole, in TV e dei media. Vogliamo vedere più sfumature. Vogliamo sapere di sviluppi positivi in Africa e nei paesi in via di sviluppo, non solo le crisi, la povertà e l'AIDS. Abbiamo bisogno di più attenzione su come i paesi occidentali hanno un impatto negativo sui paesi in via di sviluppo.

3.Che i media portino rispetto, seguendo un impostazione che tuteli l’etica nella comunicazione. Vuoi stampare una foto di un bambino affamato bianco senza permesso? Le stesse regole devono applicarsi quando i giornalisti stanno coprendo il resto del mondo, come fa quando sono nel loro paese d'origine.

4. L’aiuto deve essere basato su esigenze reali e non "buone" intenzioni.
L'aiuto è solo una parte di un quadro più grande, dobbiamo poter far funzionare la cooperazione e gli investimenti e modificare alcune strutture che frenano lo sviluppo dei paesi più poveri. Gli aiuti monetari non sono l'unica risposta. Il sito della campagna è http://www.africafornorway.no/ .


L'intervista

(fonte: All Africa)

Breezy V, rapper, ed altri artisti hanno realizzato il videoclip sulla campagna di donazione di termosifoni in Norvegia per salvarli dalla morte per congelamento. (Risorsa:. 'Song Carità' Spoof africana esorta le persone a donare Radiatori in Norvegia

"La gente non ignora le persone che muoiono di fame, e allora perché dovremmo ignorare le persone fredde? Sottolinea Frostbite." Questo è ciò che ha portato il rapper Breezy V a proporre un invito un po’ particolare agli africani, per sostenere la campagna di RADI-AID. La sua missione è di salvare i norvegesi dal congelamento donando un radiatore, oggi!
Per saperne di più circa la creazione del video, Radio Netherlands Worldwide ha parlato via Skype a Devin Carter(Productions Ikind), 27enne sudafricano, che ha prodotto il videoclip che lancia la “campagna”.

Cosa hai pensato quando hai sentito parlare del progetto?
. "La maggior parte del mio tempo durante la produzione è stato effettivamente speso a spiegare perché stavamo andando in giro dalle persone a raccogliere radiatori per i norvegesi esposti al gelo.  A dire il vero, quando ho sentito il concetto ... ho pensato: ‘Desta un po' di confusione per me. Non sono sicuro di come gli europei la prenderanno. Non sono sicuro di come gli africani la prenderanno. ' Poi ho capito la chiave ironica e il messaggio di fondo che l’ironia fa trasparire".
(…)
Ci sono state delle difficoltà che avete dovuto affrontare durante le riprese in Sud Africa?
"Non è molto comune in Sud Africa avere un termosifone!....Così abbiamo dovuto fare un paio di telefonate, andare a raccoglierli da luoghi lontani, ma siamo riusciti a racimolarne qualcuno-.. Quel tanto che basta per tirare fuori un video e farlo sembrare realistico ... "
(…)
Che cosa pensi che questo video potrebbe realizzare?
"Quello che spero di realizzare è quello che [gli studenti norvegesi e professori universitari Fondo Assistenza Internazionale (Saih)] hanno messo in evidenza sul loro sito web, e il progetto che stiamo portando avanti non è altro che la consapevolezza per le persone di tutto il mondo su questa presa di posizione verso un certo modo di “aiutare” l'Africa. Un sacco di gente vede le immagini in tv e mossi dalla carità, casomai donano. Anche il Saih sta cercando di sottolineare che l'Africa non è un luogo dove destinare esclusivamente “donazioni morbide”, che si fanno per stare bene con sé stessi. In realtà c'è sviluppo qui. Esistono progetti che hanno bisogno di finanziamenti, che potrebbero avere risultati davvero sorprendenti se si prendesse effettivamentecoscienza del fatto che qui, in realtà, abbiamo potenziale.  A causa del modo in cui è spesso l’Africa è trattata dai media, un sacco di persone pensano esclusivamente: 'Voglio sostenere un bambino muore di fame, dare loro cinque dollari o qualsiasi altra cosa'. Forse se si evidenziassero di più i nostri sforzi di sviluppo, ci sarebbe qualche cambiamento nell’aiuto verso l’Africa.

14/07/11

Il terzo settore alza la voce: “Ci servono fondi e ci danno tagli”

Organizzazioni non governative, cooperative sociali, associazioni di volontariato, Onlus devono vedersela con un governo che, invece di elargire agevolazioni ad un settore talvolta supplente delle mancanze statali, non fa altro che tagliare loro fondi e risorse

‘I diritti alzano la voce’ è una campagna nata nel 2009 con l’obiettivo di fare luce sul progressivo smembramento del welfare attraverso iniziative di sensibilizzazione, mobilitazioni, proteste e proposte. Un’iniziativa che coinvolge gran parte degli esponenti del terzo settore, che hanno elaborato il manifesto “Il benessere è un diritto, la disuguaglianza un’ingiustizia” , dal quale si evince il significato della campagna. Tra i principi guida “la riaffermazione del valore della Costituzione e dei diritti di cittadinanza; la denuncia rispetto alla crescita della povertà, delle disuguaglianze, all’uso del diritto penale e del carcere come risposta ai problemi sociali – s’apprende dal testo -; la richiesta di una nuova politica, capace di farsi carico,prioritariamente, del bene comune; il valore del lavoro, dell’istruzione, della salute, della casa, di politiche fiscali progressive, di politiche sociali ancorate a diritti universali ed esigibili”.
Lo scorso giovedì 23 giugno, i sostenitori della campagna e i membri del Forum del Terzo settore, parte sociale riconosciuta e costituita nel 1997,  hanno organizzato una grande giornata di mobilitazione in difesa dei diritti sociali e contro i pesanti tagli ai fondi per le politiche sociali. Gli specialisti del settore denunciano attraverso un’appello, che “i diritti fondamentali non sono più garantiti in molte parti del paese, servizi rilevanti vengono tagliati a causa delle sofferenze di bilancio subite da Regioni ed Enti locali. Il dibattito pubblico, la politica e i media non sembrano avvertire con la necessaria urgenza e forza una questione che riguarda la vita di buona parte degli italiani”.
Il malcontento verso la mancanza di sostegno statale è legittimato dai numeri, che parlano molto chiaro: nel 2008 i fondi nazionali destinati alle politiche sociali erano di oltre 2,5 miliardi, ad oggi ammontano a 538 milioni di euro. Un taglio dell’80% che sta portando alla sciagura una società già colpita massicciamente dalla crisi economica.
La situazione della cooperazione italiana, è anch’essa pessima, anzi peggiore. La vergognosa assenza di risorse fa di un settore che dovrebbe essere un vanto del Paese, il fanalino di coda nelle classifiche internazionali dei donatori. La paralisi della Direzione Generale della Cooperazione allo Sviluppo (DGCS) del Ministero Affari Esteri ed il mancato rispetto degli impegni internazionali rendono la vita di Ong e Onlus sempre più impossibile. Molte di queste organizzazioni, nonostante non abbiano neanche più risorse per coprire costi primari, come quelli del personale, continuano a lavorare al fine di mantenere la coesione sociale, evitando forti lacerazioni nel tessuto sociale. Cio’ malgrado, si sente troppo poco parlare di loro, del lodevole lavoro che svolgono con passione e dedizione.  C’è addirittura chi pensa che lavorare per il terzo settore sia questione di ‘semplice’ volontariato.
“Tutti siamo consapevoli delle difficoltà economiche e della crisi che stiamo vivendo anche a livello europeo – spiega Guido Barbera, presidente di Solidarietà e Cooperazione Cipsi, coordinamento di 45 associazioni di solidarietà e cooperazione internazionale, membro della campagna ‘I diritti alzano la voce’ – ma la situazione italiana di riduzione progressiva degli aiuti e di tagli indiscriminati alle risorse per la cooperazione, è frutto di una specifica politica che ha dimenticato di dover essere al servizio di tutti i cittadini e della vita”.

Barbera, una delle personalità più significative della cooperazione italiana, precisa l’importanza dell’aiuto internazionale ed il prezioso ruolo in esso racchiuso: “Si continua a perdere di vista il fatto che la cooperazione internazionale è e resta la politica più economica e più efficace per costruire la sicurezza, una politica fatta di ponti e non di muri, di rispetto e non di rigetto – precisa l’esperto -. La cooperazione italiana non può continuare a rimanere indietro. Di fronte ai profondi mutamenti sociali che stanno avvenendo in questo periodo nel nostro paese. Di fronte ad un risveglio della società civile che ha risposto positivamente alla sfida dei referendum, riconoscendo la centralità dei beni comuni e della protezione dell’ambiente. Di fronte ai difficili scenari che vengono da molti paesi del Mediterraneo e che ci impongono di pensare a politiche di integrazione e accoglienza rispetto ai flussi migratori”.

Rivolgendo un ampio sguardo alla strada percorsa nei decenni dalla Cooperazione allo sviluppo, ci si accorge che c’è ancora molto da fare: “Non esisterà più la cooperazione internazionale così come l’abbiamo conosciuta e vissuta fino ad oggi. La cooperazione era nata per ridurre le diseguaglianze. Oggi dobbiamo prendere atto del suo fallimento e saper cogliere le nuove sfide, rispondendo con scelte coraggiose, di alto livello e prospettiva. È fondamentale lavorare insieme sui beni comuni, ognuno a partire dal proprio territorio, dalle sue realtà, da casa sua” Ci si auspica che le parole di Guido Barbera, l’azione della Campgna ‘I diritti alzano la voce’ e lo splendido lavoro del Forum del terzo settore inducano ad una seria riflessione, al cambiamento, al cambio di rotta.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura

04/02/11

Crisi umanitarie. 28 paesi, 50 milioni di persone

È emergenza record. Tra fame e conflitti, la penuria dilaga per un numero crescente di persone pari all’intera popolazione italiana. Sono 28 i paesi colpiti. Il Sudan si trova nella situazione più drammatica. Intanto la spesa militare mondiale aumenta a dismisura.

Per il 2011 l’Onu reclama ai paesi donatori 7,4 miliardi di dollari, al fine di sopperire alle quattordici crisi umanitarie attuali. È la cifra per emergenze umanitarie più alta mai chiesta nella storia delle Nazioni Unite.

Il denaro richiesto va a finanziare le operazioni d’aiuto umanitario urgenti per più di 50 milioni di persone in 28 paesi del mondo, tra cui Sudan, Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Territori palestinesi occupati, Haiti, che dopo il terremoto ancora attraversa la crisi benché non se ne dica nulla, Pakistan e altri. “Nel 2011, decine di milioni di persone avranno bisogno di aiuto per sopravvivere - afferma il sottosegretario generale per gli Affari umanitari, Valerie Amos. Conflitti e disastri naturali hanno privato queste persone delle proprie case, dei mezzi di sussistenza e dell’accesso a beni essenziali come l’acqua potabile e l’assistenza sanitaria”. Amos ha spiegato che la situazione è andata peggiorando a causa dell’aumento incessante dei prezzi di combustibili, materie prime e degli effetti della recessione economica che ha colpito la maggioranza dei paesi donatori. La capacità di affrontare situazioni di grave emergenza umanitaria da parte della popolazione locale, tende a regredire soprattutto per i paesi colpiti, tra l’altro, da catastrofi naturali. Chi sta peggio è il Sudan, bisognoso di 1,7miliardi, seguito da Haiti con 907 milioni e dalla Repubblica Democratica del Congo con 679 milioni, teatro di una sanguinosissima guerra civile.

C’era una volta Haiti, dopo il terremoto

L’isola haitiana è stata colpita, oltre che dal terremoto, passato alla ribalta dei mass-media ma del quale (quasi) nessuno conosce il seguito, da una profonda epidemia di colera che sta piegando un’intera popolazione e non sembrerebbe possa essere debellata nel breve periodo. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nei prossimi sei mesi, il numero dei contagiati potrebbe arrivare a 650mila. “L’ampia portata dell’epidemia – ha dichiarato Ban Ki-Moon - è imputabile alla tipologia della malattia, che sembrerebbe appartenere ad uno dei ceppi più aggressivi del colera, combinata ad un debole sistema sanitario nazionale, alla mancanza d’accesso all’acqua potabile e ad altri servizi di base”. I soldi richiesti dall’Onu andrebbero a coprire due priorità: ridurre al più presto il tasso di mortalità attraverso il trattamento medico immediato, quando possibile, degli infetti e informare tutta la popolazione, compresi gli abitanti delle aree più isolate, sul trattamento preventivo del colera. Nonostante il durissimo e lodevole lavoro congiunto di Ong e agenzie Onu, gli sforzi non sono sufficienti. Dei 164 milioni di dollari richiesti lo scorso 11 novembre per far fronte allo scoppio dell’epidemia, ne sono stati ricevuti solo il 20%. Ad oggi, le cifre rese note dal ministero della Salute haitiano parlano di 1.800 morti e 85.000 contagiati.

Crisi umanitaria del Darfur
Quella che si consuma in Sudan è la più grande crisi umanitaria del pianeta. Focolaio della carestia è la vasta regione del Darfur, semi-desertica ma ricca di risorse sotterranee, messa a ferro e fuoco dalle milizie ciadiane e sudanesi. La situazione geopolitica del paese è molto complessa. Agli albori di questo 2011, il tanto atteso referendum deciderà le sorti del paese: la popolazione sudanese sentenzierà la probabile secessione del Sud e la conseguente autodeterminazione di una nazione indipendente. Inoltre, già dal 2005 il protocollo CPA (Comprehnsive Peace Agreement) prevedeva disposizioni provvisorie per gli Stati di Abyei, Southern Kordofan e Blue Nile, noti come aree di transizione. Con lo stesso referendum, probabilmente sarà decisa anche l’annessione al Sud o al Nord Sudan dello Stato di Abyei. Sembrerebbe quasi una battaglia navale, nella quale si ridisegnano continuamente confini... Sembra un gioco ma non lo è affatto. Sono quasi 5 milioni le vittime dirette del conflitto e metà di esse sono bambini. Nell’arco di sei anni, il conflitto in Darfur ha provocato più di 300mila morti e costretto almeno 2 milioni di persone alla fuga, i cosiddetti sfollati sia all’interno del Sudan sia nei campi profughi ciadiani. Inoltre, circa 17mila bambini vengono arruolati forzatamente per prendere parte alle ostilità. La situazione è regredita ulteriormente con l’espulsione di 7.700 operatori umanitari rappresentanti di 16 Ong, decretata dal governo sudanese in risposta al mandato d’arresto internazionale del marzo scorso nei confronti del presidente Omar Hassan Al-Bashir da parte della Corte penale internazionale, per crimini contro l’umanità. “Al-Bashir è stato ed è tuttora il mandante dei numerosi attacchi alle popolazioni civili, sono state distrutte intere comunità – dichiara la Corte penale internazionale –. La drammatica situazione del Darfur non comprende ‘solo’ una crisi umanitaria, ma un sistematico attacco alla popolazione civile”. Nonostante ciò, il presidente Al-Bashir non è ancora stato arrestato. Per chi volesse, segnaliamo la Campagna promossa da Italians for Darfur Onlus che sta raccogliendo, tra l’altro, firme per un appello rivolto ai principali media italiani affinché si parli di più del Sudan e della relativa crisi umanitaria. L’indirizzo web di riferimento è www.italianblogsfordarfur.it. Sarebbe interessante poi, analizzare l’altra faccia della stessa medaglia, ossia come gli Stati “democratici” investano costantemente in attività di guerra, mentre il piatto degli aiuti internazionali piange.

E per la guerra quanti soldi si spendono?
Benché sia noto che la guerra è sinonimo di sottosviluppo, si spendono molti più soldi per essa che per lo sviluppo e la cooperazione tra i popoli. Il rapporto è di 10 a 1. Secondo le statistiche SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) nel 2009 ben 1.531 milioni di dollari sono stati dissipati in spese militari mondiali. A dispetto della crisi finanziaria quindi, nel bilancio mondiale la voce “spese militari” appare sempre più cospicua: dal 2000 ad oggi c’è stato un incremento del 49% in nome di una “guerra contro il terrorismo”. Nel 2009 gli Usa hanno contribuito al 54% della somma complessiva per spese militari mondiali. Se questi sono stati i “costi” imputati allo svolgimento d’attività di guerra, sembrerebbe che in contropartita ci sia un tutt’altro che modesto ritorno economico. Il 44% dei fornitori di armi a livello globale è americano e ha generato nel 2009 un flusso d’export pari a 6.795 milioni di dollari, seguiti da Europa e Russia. Occorre precisare che l’Italia, nel 2009 ha impiegato in spese militari 588 milioni di dollari (SIPRI). Per il 2010 la spesa italiana per la guerra è stata stimata in 23.500 milioni di euro. L’Italia è stata nel 2009, per il quinto anno consecutivo, il primo paese al mondo per esportazioni di armi leggere, anche dette armi di tipo non militare, intascando ben 250 milioni di dollari. I paesi in via di sviluppo continuano ad essere i principali destinatari delle esportazioni di armamenti da parte dei paesi produttori, secondo il rapporto annuale del Congressional Research Service statunitense. Tra i principali destinatari: Arabia Saudita, Brasile, Corea del Sud, Egitto, India, Israele e Pakistan. Il 60% delle armi leggere globalmente prodotte finiscono per armare civili e rendere possibili guerre interne tra gruppi etnici e d’opposizione.

* Prossimo mese prosegue l’inchiesta sulle altre crisi umanitarie, a partire dalla Repubblica Democratica del Congo.

Eleonora Pochi
Fonte: Solidarietà Intetrnazionale

12/10/10

Il Colonialismo Moderno

 
Il divario che c'è tra "Paesi Sviluppati" e "Paesi in Via di Sviluppo " è semplicemente il risultato del secolare sistema coloniale. La politica agraria delle potenze coloniali non considerava la sicurezza alimentare della popolazione locale, ma semplicemente la coltivazione di cereali e piante ai propri fini commerciali. La situazione, ad oggi, non sembra granché cambiata.
Stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno a livello planetario. E' l'acquisto da parte di multimilionari, multinazionali e PS di grandi estensioni di terra nei PVS.

...Perché si comprano terreni in paesi poveri?
Viene data sempre più attenzione alle colture per la produzione di biocombustibili, dato che il problema della scarsità del petrolio si fa sempre più imponente.
Cina, India, Giappone, Corea del Sud ed altri che presentano un grande dinamismo economico,devono far fronte agli alti tassi demografici ed il problema che gli si pone innanzi è la scarsità di terre coltivabili per poter riuscire a sfamare i loro popoli.
In realtà la maggior parte delle terre che interessano questi paesi e che vengono acquistate,sottratte,affittate ai PVS non servono per colture destinate all'alimentazione dei popoli, ma servono per essere trasformate in biocarburanti. Non tutti gli investimenti nei Pvs, quindi, sono guidati da nobili principi.

Alcuni studiosi sostengono la tesi di un nuovo colonialismo,secondo la quale le terre coltivabili nei paesi del quarto mondo vengono tranquillamente espropriate ai contadini, che perdono di conseguenza anche l'accesso all'acqua e ad altre risorse vitali. I terreni sono destinati all'agricoltura industriale,il consumo di acqua è elevatissimo come i livelli di contaminazione del suolo a causa dell'uso intensivo di fertilizzanti chimici.
Altri economisti e studiosi, sostengono invece che investimenti di questo tipo, siano un aspetto positivo per i PVS, in particolar modo perché incidono positivamente sull'occupazione e sul progresso tecnologico.
 Spero che ricordiate il caso d'una tigre asiatica quale è la Corea del Sud ed un paese de quarto mondo,il Madagascar. Gli attori sono la multinazionale coreana Daewoo Logistics Corporation (DWL) ,il governo ed il popolo malgascio...Non sò voi, ma io di nobili principi, in quel caso, non ne ho visti e non ne vedo tutt'ora.


Eleonora Pochi


01/10/10

l'arma alimentare

Alcune potenze, che siano Stati o Multinazionali, utilizzano la privazione di cibo come arma contro coloro ai quali vogliono imporre la loro volontà.
La Dichiarazione di Roma del 1996 impegna gli Stati a rispettare la seguente disposizione: “Il cibo non dovrebbe essere usato come strumento di pressione politica ed economica”. Si limita però alla necessità di astenersi dalle sole misure unilaterali.
I Protocolli aggiuntivi della Convenzione di Ginevra per la tutela delle popolazioni civili stabiliscono: “E’ proibito attaccare, distruggere, rendere inutilizzabili oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile come alimenti, colture, installazioni idriche”. Eppure la realtà appare ben diversa. Alcuni colossi multinazionali regolano il mercato alimentare dell'intero pianeta e se vogliono, insieme a governanti e finanzieri distruggono tonnellate su tonnellate di cibo, considerato un surplus, ossia una scomoda eccedenza poco gradita alle regole del mercato.
E' altresi' opportuno precisare che la maggior parte dei cereali prodotti a livello mondiale è utilizzata per la nutrizione di animali (660.000.000 di tonnellate) contro i 200.000.000 di tonnellate utilizzati per l'alimentazione umana .
Gran parte dei cereali prodotti sulla terra vengono utilizzati in Occidente per alimentare quel bestiame che viene poi consumato da noi sotto forma di carne, uova, latte.
Se l'enorme quantità di cereali destinati all'alimentazione di bestiame venisse impiegata direttamente nell'alimentazione umana, potrebbero venir nutrite ben 2.500.000.000 persone. Con la sola quantità di cereali che U.S.A. e U.R.S.S. destinano al bestiame, si potrebbero nutrire 1.000.000.000 di persone.
La fame non c'è per scarsità di cibo, ma per scarsità d'intenti.



Eleonora Pochi


30/09/10

Non basta un mondiale di calcio


Alla cerimonia di chiusura, Mandela è sceso in campo con gli occhi lucidi dall’emozione, per salutare gli 80mila tifosi presenti nel Soccer City Stadium di Johannesburg. Un uomo che ha richiamato l’attenzione al vero Sudafrica. Che non è vuvuzuela è delinquenza, ma la terra dove un popolo intero ha sconfitto l’Apartheid.

Johannesburg, 11 giugno 2010, ore 16.10: fischio d’inizio della FIFA World Cup 2010. Milioni di persone, luci, riflettori e telecamere sintonizzate sui dieci stadi sudafricani, che hanno ospitato le 32 squadre protagoniste di questo campionato. La canzone ufficiale è stata “Waka Waka (This time for Africa)”. Ma è tempo per Africa?
Un mondiale di calcio può cambiare l’Africa? Forse si voleva scimmiottare il mondiale di rugby del 1995, che vide il trionfo del Sudafrica e l’abbattimento dell’apartheid. Il ricordo più bello di questi mondiali, che rimarrà nei cuori di tutti, è stato il sorriso di Nelson Mandela. Dopo la chiusura di Shakira, fuochi d’artificio e festeggiamenti per la vincita della Spagna, Mandela scende in campo, con gli occhi lucidi dall’emozione, per salutare gli 80mila tifosi presenti nel Soccer City Stadium di Johannesburg. Un uomo che ha richiamato l’attenzione al vero. Il Sudafrica non è vuvuzuela e delinquenza, e Mandela ricorda al mondo proprio questo. È il paese che ha sconfitto l’apartheid, un popolo straordinario pieno d’amore e di speranza. Alla resa dei conti è il calcio che ha perso. Si pubblicizzava questo mondiale come fosse l’occasione per riscattare tutti i mali inflitti al Sudafrica, forse perché noi occidentali volevamo metterci un po’ a posto con la coscienza. Pareva quasi che la Fifa si fosse trasformata in Cri!


Diritti umani
Secondo Amnesty International, poco tempo prima dell’inizio del Campionato mondiale di calcio, sono aumentate notevolmente le operazioni di polizia contro venditori ambulanti, senza tetto, rifugiati o migranti che vivono in insediamenti informali. Per mano della polizia sono state effettuate irruzioni, arresti arbitrari, maltrattamenti, estorsioni e distruzioni di baraccopoli. Tutto senza preavviso né predisposizione di un alloggio alternativo adeguato o risarcimento, in completa violazione delle leggi nazionali che proibiscono lo sgombero coatto in qualsiasi circostanza. A questo punto ci si chiede quale sia la carta che ha legittimato e legittima queste operazioni. È il regolamento derivante dalle norme Fifa, istituito per soddisfare i requisiti richiesti dalla Federazione sportiva nelle città sedi dei mondiali. Chi viola un regolamento rischia fino a sei mesi di carcere oppure, nell’ipotesi migliore, una multa di circa 1.100 euro. Gli stessi regolamenti, prevedono l’uso massiccio di risorse per garantire la protezione dei visitatori e si teme di un abuso della forza
contro presunti criminali, in modo non conforme agli standard del diritto umanitario e internazionale. Inoltre l’impiego concentrato delle forze di polizia, riduce e ridurrà di riflesso la sicurezza e l’incolumità dei cittadini sudafricani, specialmente di quelli che vivono nei quartieri più poveri dove la prevenzione del crimine costituisce già una seria sfida. Calato il sipario sui mondiali, sembra che sia in atto una vera e propria fuga di immigrati dal Sudafrica minacciati di violenze xenofobe dagli abitanti del paese. È stato detto loro: “Dovete andarvene immediatamente dopo la Coppa del Mondo” secondo quanto riportano alcuni quotidiani africani. Disoccupazione e disuguaglianze Il Sudafrica presenta un tasso di disoccupazione perennemente alto, una diseguale distribuzione del reddito, con un’elevata concentrazione della ricchezza nelle poche tasche dei più fortunati. Un altro problema strutturale del paese è la carenza di infrastrutture e servizi di base, che porta alla morte sempre più persone. Le spese sostenute dal governo per organizzare la World Cup hanno sicuramente creato alcune opportunità temporanee di lavoro e migliorato il servizio di trasporto pubblico, tuttavia dalle comunità povere continuano a denunciare che la maggioranza dei cittadini è stata ed è totalmente esclusa dai benefici derivanti dall’organizzazione dei Mondiali di calcio di quest’anno. “I requisiti stabiliti dalla normativa Fifa, che prevedono ampie zone di esclusione in cui non sono consentite attività economiche informali, – afferma Amnesty International - sono visti come particolarmente dannosi nel contesto di un paese in cui ampia parte della popolazione basa la propria sopravvivenza sui proventi dell’economia informale”. Nonostante l’impegno del governo sudafricano nella lotta alla povertà e all’Hiv, c’è bisogno della stessa determinazione mostrata nella preparazione dei Mondiali di calcio per superare le difficoltà relative ai trasporti e tutti gli altri ostacoli.

C’è bisogno inoltre di un serio impegno contro il proliferare del traffico di minori (il Sudafrica è una delle mete più ambite per il turismo sessuale). Alcune Ong locali hanno segnalato che in questi ultimi mesi il movimento di ragazzini non accompagnati lungo il confine è notevolmente aumentato. “La frontiera di Ressano Garcia è un ‘colabrodo’ dove ogni giorno i trafficanti portano dal Mozambico in Sudafrica centinaia di bambini e bambine - denunciano le Ong promotrici della campagna ‘Tutti in campo contro il traffico dei bambini’ - l’attrazione per le opportunità offerte dai Mondiali è irresistibile, specie per chi vive in condizioni precarie”. Il Sudafrica ha fatto molti passi in avanti nella legislazione per la difesa dei diritti dei bambini, ma non è ancora stata approvata la legge specifica per la prevenzione e la lotta contro il traffico di esseri umani. Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha rilasciato varie dichiarazioni sui rischi di traffico di minori durante la Coppa del Mondo, incitando genitori e tutori a non perdere di vista i bambini durante le lunghe vacanze scolastiche stabilite per il grande evento calcistico. “Le scuole sono state chiuse per ridurre il rischio di traffico – dichiara Joan van Niekerk di Childline South Africa - tuttavia il 70% dei bambini fanno affidamento sui pasti dati a scuola. In Sudafrica ci sono milioni di bambini affamati senza una famiglia alle spalle e i depliant contro il traffico non significano assolutamente niente per chi ha fame. Più importante è lavorare sul campo con interventi di prevenzione del traffico, puntando su istruzione e sviluppo”. A suon di “Waka Waka - This time for Africa” minori, sfollati, poveri ed immigrati si trovano ancora a fare i conti con il lato ignoto di questi mondiali. Non basta di certo una bella canzone e qualche bella pubblicità per cambiare la situazione africana. Conta quello che di vero c’è dietro queste azioni. È davvero tempo per l’Africa?

Eleonora PochiFonte: Solidarietà Internazionale

Bambini senza voce

Lo sfruttamento minorile impiega bambini per lavoro nero, prostituzione, spaccio di droga, mafie, servaggio, adozioni illegali, traffico di organi, guerra, abusi sessuali. Anche l’Italia non ne è indenne


Chi è un bambino e che ruolo ha nella società?
Il mondo intero dovrebbe chiederselo, perché è evidente che non sa più investire sulla sua maggiore risorsa, i bambini, o forse fa finta di nulla mentre l’infanzia viene pian piano annientata. Lo scandalo della violazione dei diritti fondamentali dei bambini rappresenta  un vergognoso comune denominatore di tutte le società, povere e ricche, dai piccoli orfani haitiani, ai bambini colpiti da mille forme di violenza e abusi nei paesi industrializzati.
I soldatini di piombo
Più di due milioni di bambini ogni anno sono vittime di traffico a scopo di sfruttamento. Di questi, circa 250mila sono utilizzati nei conflitti armati. Tutti i bambini soldato porteranno nella loro vita ferite psicologiche difficili da rimarginare. Nel 1997 Susan, una ragazzina ugandese, dichiarò all’Human Right Watch: “Un ragazzo cercò di scappare dai ribelli, ma lo presero. Le sue mani erano legate e loro ci chiesero di ucciderlo. Mi sentii male. Lo conoscevo da prima. Venivamo dallo stesso villaggio. Rifiutai di ucciderlo e mi dissero che mi avrebbero sparato. Mi puntarono contro un fucile, così dovetti farlo. Il ragazzo mi chiese: ‘Perché lo fai?’, risposi che non avevo scelta. Dopo che lo uccidemmo, ci fecero bagnare le braccia nel suo sangue. Dissero che dovevamo farlo, così non avremmo più tentato di scappare. Ancora sogno quel ragazzo del mio villaggio che ho ucciso. Lo vedo nei miei sogni e lui mi parla e dice che l’ho ucciso per niente. E io piango”. A parlare è Susan, 16 anni, rapita dall’LRA (Lord’s Resistance Army, organizzazione guerrigliera ugandese). L’essere stati testimoni, o l’aver essi stessi commesso atrocità, avrà serie conseguenze non solo nella loro vita, ma nell’intero tessuto sociale in cui sono inseriti. Lo sfruttamento minorile impiega bambini per lavoro nero, prostituzione, spaccio di droga, mafie, servaggio, adozioni illegali, traffico di organi, guerra, abusi sessuali, ecc. Ogni giorno in Sudafrica sono 30mila i bambini in vendita, acquistabili dai gestori di bordello per neanche 100 euro. Le loro prestazioni hanno un valore medio di 3 euro.
Convenzione si, Convenzione no?
Lo scorso anno la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ha compiuto vent’anni. È il trattato più ratificato al mondo: sono 193 gli Stati firmatari (Stati Uniti e Somalia esclusi). “Dal 1990 ad oggi si sono registrati progressi notevoli negli ambiti della sopravvivenza dell’infanzia: il tasso di mortalità sotto i cinque anni è diminuito da 90 a 65 decessi su 1.000 nati vivi – dichiara l’Unicef - tuttavia i risultati non ci devono illudere. Si sarebbero fatti maggiori progressi se ai bambini, le bambine e gli adolescenti fosse stata data priorità nelle politiche e nei bilanci, oltre che nelle dichiarazioni d’intenti”. Se i governi non s’impegnano attivamente con politiche adeguate, la convenzione rimarrà un insieme di solenni principi. Basti pensare che in Iran, nonostante il paese abbia ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia, s’impiccano bambini per reati quasi inesistenti: presunta omosessualità, per esempio. Dal gennaio 1990 al dicembre 2007, secondo Amnesty International, il paese che ha giustiziato a morte più minori è l’Iran con 28 condanne, sorprendentemente seguito dai “democratici e civili” Stati Uniti d’America, con 19 sentenze a morte di minori. Il nostro Bel Paese non condanna a morte, ma fa la sua parte. L’Italia è al primo posto in Europa per domanda all’estero di sesso con minori. Sono circa 80mila i maschi italiani che ogni anno si recano in paesi stranieri — prima meta il Brasile — con questa finalità.
La situazione italiana
Chi credeva che l’Italia fosse un paese a misura di bambino si sbagliava. Ci sono dati statistici che dimostrano l’insuccesso della panacea. I casi d’abuso e maltrattamento di minori sono in costante aumento. La maggior parte degli abusi avviene nelle mura domestiche: 2.500 sono i casi d’abuso denunciati alla procura dagli ospedali, ed il 56% delle fratture riportate da piccoli con meno di un anno d’età non è accidentale. Per quanto riguarda la prevenzione del maltrattamento, l’Italia non ha ancora recepito la raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dello studio delle Nazioni Unite sulla violenza sui bambini, che prevede l’adozione di un piano nazionale di azione per prevenirla. Chi di voi non ricorda le immagini agghiaccianti delle maestre dell’asilo “Cip Ciop”? I piccoli erano picchiati, costretti a stare immobili, in silenzio, e addirittura a mangiare il cibo vomitato. Non è da meno il caso più recente dell’asilo di Ferrara: un bimbo di sei anni lasciato nudo in mezzo alla classe, colpito dai compagni come punizione alla sua marcata vivacità. E l’asilo di Rignano Flaminio? Quanti casi d’abusi soffocati silenziosamente dalla paura di raccontare? Troppi.
I diritti dei bambini
Per capire tutto questo è fondamentale analizzare il ruolo che un bambino riveste in una società moderna. Cominciamo col dire che i bambini non fanno parte dell’elettorato, e di conseguenza ai governi poco importa di soddisfare i loro interessi perché il non soddisfacimento degli interessi dell’infanzia non comporta loro una perdita di voti. Supponiamo che un governo si trovi a decidere se finanziare un programma d’assistenza per il recupero di minori abusati o abbellire le città con fiorellini colorati. Cosa sceglie? Opta, nella maggior parte dei casi, per le belle piantine e credo sia superfluo spiegare il perché. I minori in condizione di povertà relativa sono in Italia 1.728.000, dei quali il 61,2% ha meno di undici anni, e per il 72% si concentrano nel Mezzogiorno. Nel nostro paese mancano fondamentali misure di attuazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia (CRC), come ad esempio il Piano Nazionale dell’infanzia. Sia la CRC che la legge 451/1997 prevedono la programmazione di linee strategiche fondamentali che il governo dovrebbe perseguire al fine di sviluppare una politica per l’infanzia e l’adolescenza in linea con i principi internazionali. Molti di voi non sapevano dell’esistenza del suddetto documento? Don’t be scared, non ne sa granchè neanche la nostra classe dirigente. Dal 2004, nonostante le raccomandazioni dal comitato Onu, l’Italia è priva del Piano Nazionale dell’Infanzia. Il Cipsi ha sottoscritto il documento “Batti il Cinque!” e aderito alla campagna per sollecitare il governo affinché si arrivi in breve tempo all’approvazione del nuovo Piano nazionale Infanzia e Adolescenza, affinché i diritti e la voce dei bambini assumano quel ruolo di rilievo che dovrebbero avere. “Sono a rischio di discriminazione particolari gruppi di minori, come i minori migranti e i minori residenti in regioni meno ricche. Non adeguatamente tutelato è il diritto alla partecipazione dei bambini e l’ascolto in particolare nell’ambito dei procedimenti giudiziari dove i minori sono spesso coinvolti”, spiega il rapporto di monitoraggio sulla condizione dell’infanzia del gruppo CRC, un network di 86 Ong.
E i minori stranieri?
La discriminazione dei minori stranieri in Italia è una delle conseguenze della guerra agli extracomunitari adulti scaturita da un latente sentimento razzista annidato tanto nella società civile, quanto tra i politicanti. La tendenza all’individualismo sarà accentuata dalla crisi, come dice qualcuno, ma è alimentata pure da un’informazione insufficiente e distorta, e da una politica della paura. Alla domanda “Perché tutto questo?” Mauro Borghenzio, Lega Nord, risponde: “I padri devono capire che se vengono a procreare qui da noi, gli effetti ricadono sui figli”. Bisognerebbe ricordarsi che fino a cinquant’anni fa eravamo noi gli immigrati che, in cerca di speranze, lasciavano la loro terra e sbarcavano in quella degli “altri”. La storia ci insegna che odio e non tolleranza portano allo sfacelo. Gli italiani dovrebbero ricordare bene lo sfacelo. A qualcuno però sfugge. A Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, una bambina nigeriana di tredici mesi è stata lasciata morire in ospedale perché non aveva la tessera sanitaria. Ho sempre pensato che tutti i medici avessero la missione di salvare vite umane, invece c’è chi salva solo gli italiani. E così, Rachel muore dopo un’agonia di 28 ore. I genitori la portano al pronto soccorso perché accusa dolori fortissimi allo stomaco ed è in preda a violenti attacchi di vomito, ma una volta arrivati non vogliono né visitarla né tanto meno ricoverarla. “Non ha la tessera sanitaria” dicono. Il padre si agita ed arrivano i carabinieri che convincono i medici a ricoverare la bimba. Nessuno la visita fino al pomeriggio del giorno seguente. Rachel non si sveglierà mai dal sonno notturno. È vergognoso che accadano queste cose. Quale mondo si lascia all’infanzia?
Togli un posto a tavola che c’è un nemico in più
Il mese scorso in una scuola di Montecchio Maggiore (Vicenza) per 9 bimbi, 7 italiani e 2 stranieri, la mensa passa solo pane e acqua perché i genitori non hanno versato la retta. Un bimbo con primo, secondo e contorno seduto vicino all’altro col panino e una bottiglietta d’acqua. Tra i bambini dovrebbe sussistere un ambiente il più possibile paritario per non generare discriminazioni, ma non tutti la pensano così. Milena Cecchetto, sindaco leghista di Montecchio Maggiore, ha commentato: “Le regole sono regole per tutti e vanno rispettate. Il mondo non può essere dei furbi”. I bambini non sono furbi, ma innocenti, e in quanto tali andrebbero lasciati fuori dalla politica. Ma anche su questo, ahimè, non tutti la pensano così. Molte sono state le reazioni alla vicenda: dalla Caritas ai partiti politici, alle associazioni che chiamano alla mobilitazione “per una vicenda che viola la Costituzione e la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia”, c’è chi chiede lo scioglimento dell’amministrazione comunale, oppure una settimana a pane e acqua per il sindaco come punizione simbolica.
La vicenda di Adro
Stessa storia, anzi peggio, ad Adro, un paesino di oltre seimila abitanti in provincia di Brescia. Qui il sindaco aveva deciso di escludere dal servizio mensa di una scuola elementare 24 bambini (la maggior parte stranieri), le cui famiglie non avevano pagato la retta. Come la manna dal cielo è arrivato al municipio di Adro, accompagnato da una lettera, un assegno di 10mila euro spedito da un generoso imprenditore bresciano per saldare il debito contratto dalle famiglie in questione. Il paradosso è che contro la buona azione del nobil-cittadino è insorto un paese intero: “O pagano tutti la mensa, oppure tutti non la pagheranno!”. Pubblichiamo a seguire alcuni stralci della lettera scritta da Silvano Lancini (il caso ha voluto che l’imprenditore e il sindaco di Adro siano omonimi). “Nemmeno le bestie – replica Ousmane Condè, originario della Guinea, cittadino italiano da pochi mesi - si comportano così e affamano i loro cuccioli”. I cittadini di Adro hanno reso un’immagine dell’Italia che neanche il bicarbonato mi ha fatto digerire. Fomentati dal rispettivo sindaco, fieri della loro intolleranza, sembrava non importasse loro che si parlasse di dar da mangiare a dei bambini un tozzo di pane; erano accecati da un inspiegabile sentimento ripulsivo. Penso ai 9 bambini dalla mensa di Montecchio e ai compagni seduti vicino che, senza se e senza ma, offrivano loro forchettate di pasta. È proprio questo che noi grandi dobbiamo imparare dai bambini.


Eleonora Pochi


“Tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano”
 (Il piccolo principe di Antonine-Marie-Roger de Saint-Exupèry)