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01/08/11

Somalia: vertice mondiale Fao a Roma

Le Ong locali e internazionali da mesi hanno lanciato l’allarme, ma come, nel nostro piccolo, successe per Lampedusa qualche tempo fa, finché non si raggiunge palesemente il collasso, anche dilemmi così rilevanti come la catastrofe somala, non riescono a spronare all’azione immediata

In Somalia é in atto la crisi umanitaria più grave dal secondo dopoguerra, con un tasso di malnutrizione di oltre il 50% ed una mortalità infantile visibilmente alle stelle. Ogni giorno muoiono sei bambini sotto i cinque anni, uccisi dalla fame, dai ribelli o persino sbranati dalle iene. L’acuirsi di una crisi annunciata già da mesi dalle organizzazioni umanitarie, è spiegato dalla presenza congiunta di due fenomeni devastanti quali la guerra interna, che arruola centinaia di bambini come soldati, e la piaga della siccità che investe l’intero Corno d’Africa e che sta portando alla fame oltre undici milioni di persone. Più di 750 mila somali hanno cercato rifugio nei paesi vicini e molti stanno ancora tentando di trovare una via di fuga. I campi profughi allestiti oltreconfine dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati, il più grande dei quali nella città keniota di Dabaab, stentano a fronteggiare la tragica situazione. L’agenzia delle Nazioni Unite in questione ha reclamato ai paesi donatori circa 136 milioni di dollari per fornire aiuti al popolo sudanese. La richiesta avanzata ha favorito la calendarizzazione imminente di un vertice straordinario Fao che si svolgerà a Roma, lunedì 25 luglio, e che coinvolgerà i rappresentanti dei 191 paesi membri, le agenzie Onu, le banche dello sviluppo e le organizzazioni non governative, al fine di elaborare un programma straordinario di aiuti per la Somalia.

“Centinaia di persone muoiono ogni giorno – ha dichiarato Jaques Diouf, direttore generale della Fao – e se non agiamo, molti altri perderanno la vita. Oltre all’assistenza alimentare, di cui c’è bisogno adesso, dobbiamo anche aumentare gli investimenti per interventi immediati e di medio termine, per aiutare gli agricoltori e le loro famiglie, a proteggere le loro attività e continuare a produrre cibo”.
D’altra parte i Shabaab, gruppi estremisti che controllano gran parte della Somalia, costituiscono un serio impedimento per l’accesso degli operatori umanitari, rifiutando da anni l’aiuto internazionale. Il portavoce dei Shabaab ha tenuto a precisare: “C’è siccità in Somalia, ma non carestia, quanto viene dichiarato dalle Nazioni Unite è falso al 100%”.  Un paese martoriato da povertà, guerra e siccità si trova in balia dell’egemonia di bande ribelli, che fanno i capricci davanti a milioni di morti per fame. Al contempo, sarebbe opportuno riflettere sulle parole di Anna Ridout, portavoce del gruppo Oxfam di Dabaab: “La comunità internazionale spesso non fa nulla fino all’emergenza – dichiara la cooperante a Metro -. Invece la carestia si dovrebbe prevenire, non combattere. Sarebbe anche più economico”.

Eleonora Pochi

Nasce il Sud Sudan tra armi, petrolio e coloni stranieri

Per il popolo del Sudan meridionale è una vittoria, una conquista d'indipendenza che segnerà la sorte dell'intero Paese. Sarà davvero l'inizio di una nuova era oppure la scissione rappresenterà l'aggravarsi di marcate ostilità?

Al “risiko africano” è stato aggiunto il 54° Stato. Il Sud Sudan è ufficialmente nato lo scorso 9 luglio, in seguito al referendum popolare per il quale il 99% dei votanti hanno voluto la separazione dal Nord. La sanguinosa lotta di secessione è durata 50 anni, alimentata non solo da ragioni economico-territoriali, ma anche da conflitti etnici spiegati dalla presenza nell’ex Sudan di numerose etnie e credo diversi: al settentrione arabi e islamici, al meridione cristiani e animisti. Da queste ragioni scaturì una lunga ed intensa guerra civile, che provocò quasi 5 milioni di vittime, metà delle quali bambini. La più grave crisi umanitaria al mondo, nella regione del Darfur, comportò più di 3 milioni di sfollati. La secessione di Juba da Khartoum è stata interpretata, quindi, da gran parte del popolo sudanese come la soluzione a problemi che la Nazione porta sulle spalle da decenni, mentre il Nord rimane nelle mani del dittatore Omar al Bashir, sul quale pende un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità commessi appunto durante la crisi del Darfur. Tallone d'Achille tra Juba e Khartoum è la piccola regione di Abey, contesa poiché ricca di petrolio. Lo scorso 21 maggio le truppe di al Bashir hanno invaso la città di Abey, costringendo alla fuga trentamila persone, affinché venissero allontanate le comunità ngok dinka, fedeli al governo neonato. Il dittatore sudanese non cede tuttora con l'occupazione dell'area, cosciente di possedere forze armate più equipaggiate rispetto quelle del Sud appena nato.

Analizzando l'aspetto socio-economico del Paese, ci si accorge che nel Sudan, benché il potenziale agricolo sia elevato, gran parte della popolazione è sotto la soglia della povertà, non c'è un apparato di infrastrutture adeguate e oltre la metà dei bambini non va a scuola, ma il mercato delle armi, uno dei più fiorenti del continente africano, non conosce povertà. Durante la guerra del Darfur, grazie all'importazione di tonnellate di maneggevoli e leggeri Ak47, vennero arruolati oltre 1,5 milioni di bambini come soldati. Chissà chi fece arrivare fiumi di armi nel Paese belligerante.

L'altro lato della medaglia dell'economia sudanese è rappresentato dal petrolio, preziosa risorsa che rappresenta il 98% delle entrate del Sud e il 90% del Nord. In merito, occorre considerare la sagace propensione al profitto dei paesi occidentali, ma non solo. Gli investitori stranieri hanno trattato con Juba ancor prima dell'ufficiale riconoscimento d'indipendenza dal Nord, approfittando della mancanza di istituzioni e di regole per accaparrarsi a basso costo terreni e giacimenti. “Un impresa texana avrebbe acquistato 600 mila ettari sud sudanesi – riporta l'agenzia stampa umanitaria dell'Onu -, per la modica somma di 25 mila dollari. Il prezzo all'ettaro assomma, quindi, a tre centesimi di euro”. Secondo fonti statunitensi, inoltre, la società Nile Trading and Development Inc avrebbe ottenuto così il diritto ad usufruire per circa cinquanta anni di qualsiasi risorsa naturale presente nell'area e starebbe trattando per l'appropriazione di altri 400 mila ettari. L'obiettivo di acquisti di così ampia portata è chiaramente mosso dal profitto speculativo generato dalla rivendita frazionata.
Per quanto riguarda il petrolio la Cina la fa da padrona, fornendo ad entrambi i Paesi sudanesi le attrezzature necessarie per l'estrazione e la raffinazione dell'oro nero ed acquistandone i due terzi prodotti. Non sorprende scoprire che, nonostante il risaputo appoggio cinese alla linea dittatoriale di al Bashir, Pechino ha già nominato un console cinese per il commercio con il Sud Sudan ed il 9 luglio, giorno della proclamazione dell'indipendenza dal Nord, ha inaugurato la sua ambasciata a Juba. Un'esempio calzante di quella che viene definita 'colonizzazione moderna'.

Eleonora Pochi

14/07/11

Freedom Flottilla diretta a Gaza, bloccata dall'Occidente

Onu, Unione Europea, governi nazionali: non c'è istituzione che riesca ad imporsi al ricatto terroristico israeliano e la società civile ci riprova, da sola

La flottiglia della libertà è salpata. La finalità è la stessa dell'omonimo convoglio assaltato in acque internazionali il 31 maggio 2010 dalle forze israeliane, che hanno aperto il fuoco, causando nove morti, per impedire l'arrivo a Gaza di aiuti umanitari.
Quanto è avvenuto lo scorso anno è stato una chiara testimonianza della politica del terrore propagata dallo Stato ebraico, ciò malgrado la società civile internazionale non si è fatta intimorire. Davanti un simile embargo, tra l'altro fuorilegge, i governi occidentali e non continuano a far finta di non vedere, ma fortunatamente c'è anche chi si rifiuta di ignorare una simile ingiustizia, adoperandosi in soccorso del popolo palestinese. Ora, centinaia di attivisti ci riprovano: “È chiaro che, come un anno fa, il nostro intento è portare di fronte agli occhi del mondo l’ingiustizia del popolo palestinese – dichiarano gli organizzatori -, proseguendo la nostra battaglia per la liberazione di Gaza e la fine dell’embargo, in vigore dal 2007”, ma tutte le navi, tranne una, sono state bloccate dalle autorità di Atene, che impedisce loro di procedere in ragione del divieto del governo di Papandreou di consentire la partenza di qualsiasi imbarcazione per Gaza.

La piccola imbarcazione francese Dignité, partita dalla Corsica, è riuscita però a sgattaiolare in acque elleniche, sfuggendo ai controlli greci e procedendo dritta verso Gaza. La nave scampata al blocco greco dovrebbe raggiungere Gaza entro sabato 9 luglio. Milioni di attivisti in tutto il mondo si stanno mobilitando affinché vengano lasciate passare tutte le imbarcazioni ferme nel porto greco del Pireo. Sul web è stata diffusa una lettera aperta al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, e al primo ministro greco, George Papandreou: “Il blocco delle navi della Freedom Flotilla da parte del governo greco – s'apprende dal testo della nota - è una dimostrazione che il blocco illegale imposto a Gaza da Israele si estende ora fino alle coste greche. Questo avvenimento mette in chiaro fin dove arriva, oggi, il potere indiscusso ed impunito di Israele. Considerando che non c'è stato di guerra tra Israele e Gaza, l'occupazione della Striscia è illegittima e il blocco non può estendersi a navi in soccorso umanitario – continua la lettera -, vogliamo ribadire che Israele sta violando il diritto internazionale e si sta distinguendo per le intimidazioni a tutti coloro che intendono sfidare il blocco”. L'indignazione che legittimamente traspare verso l'inottemperanza delle istituzioni internazionali, è spiegata dal fatto che sia Unione Europea sia Nazioni Unite hanno sconsigliato alla Freedom Flottilla di procedere verso Gaza, dissociandosi in qualsiasi modo dall'iniziativa, nonostante un'inchiesta Onu sull'agguato subito dagli attivisti nel 2010 rilevasse un inconcepibile ed inutile uso della violenza da parte delle forze israeliane.

11/04/11

Immigrazione: E' emergenza umanitaria ma il Governo non si muove

Mentre arrivano migliaia di immigrati dall'altra sponda del Mediterraneo e l'Italia si spacca in due sull'accoglienza di profughi e fuggiaschi, il premier promette il recupero di Lampedusa con casinò e campi da golf


Mercoledì 30 marzo Lampedusa s'è trasformata per qualche ora in “Isola dei Famosi”, teatro di una messa in scena simile a quella presentata ai cittadini aquilani, piegati dal terremoto.
“Il governo presenterà al prossimo consiglio dei ministri la candidatura di Lampedusa al Nobel della pace”. Così ha esordito il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, cercando di accaparrarsi la fiducia degli isolani, protagonisti di un'emergenza umanitaria senza precedenti, che da mesi sta investendo il nostro paese. Il discorso del Premier è stato caratterizzato da molteplici impegni, tra i quali, il più maestoso, di sgomberare l'isola dagli immigrati entro qualche ora: “Sono già iniziate le operazioni di imbarco dei migranti. In massimo 60 ore, Lampedusa sarà abitata soltanto dai lampedusani – rassicura Berlusconi e segue rivolgendosi alla folla – Come posso darvi la certezza che tutti i piani che annuncerò saranno trasformati in realizzazioni concrete? Mi sono detto: devo diventare Lampedusano anch'io. Mi sono attaccato ad internet ed ho scovato una casa bellissima di fronte la costa francese e l'ho comprata”. Numerose le promesse berlusconiane: un piano di pulizia dell'isola, un processo promozionale per risollevare il settore turistico, un “piano colore” per tinteggiare ed abbellire le strade in stile Portofino, casinò e campi da golf.Si lucida per bene la mela benché sia chiaramente marcia, tanto per confermare l'efficacia del “fingere di non vedere”.
Così Amnesty International, che ha evitato discorsi luccicanti, limitandosi ad analizzare il problema reale: “Il governo italiano ha creato l'emergenza umanitaria non provvedendo immediatamente ad organizzare accoglienza, smistamento ed identificazione degli immigrati”. Un'emergenza annunciata già dallo scorso gennaio, quando da Lampedusa partiva l'ignorato Mayday verso palazzo Chigi. La triste verità è che la soluzione all'emergenza umanitaria, almeno per ora, non c'è. Il Nord Italia mette le mani avanti rifiutandosi di accogliere tunisini, disponibile nel caso, giusto per accogliere qualche profugo. E' il caos. Le recenti dimissioni di Alfredo Mantovano(PdL) sono la conferma che nel Mezzogiorno si sta scaricando tutto il peso dell'emergenza: “Trovo inaccettabile il 'fuori dalle balle' di Bossi che equivale a 'tutti gli immigrati al sud' - ha dichiarato a Libero l'ex sottosegretario all'Interno -, anche perché da vent’anni il carico dei CIE è supportato da tre regioni: Sicilia, Calabria e Puglia. Ora è tutto concentrato in Sicilia e in Puglia. A Manduria. Che è diventata un’altra Lampedusa e ha già accolto tremila persone”.
In tutto questo, migliaia di africani stanno vivendo giornate allucinanti. Scappati dalle bombe oppure dalla povertà, si ritrovano in condizioni disumane. Molti fuggono verso la Francia per raggiungere qualche familiare, ma appena passano il confine a Ventimiglia vengono respinti dalla Gendarmerie francese. Abel Majid, giovane libico che ha cercato di raggiungere il padre in Francia, racconta a L'Espresso: “I consolati francesi non ti concedono il visto nemmeno se vuoi andare a trovare tuo padre. Se non hai un conto corrente pieno di soldi, la Francia non ti fa entrare. Mio padre vive e lavora in Francia da venti anni, mia mamma è morta”. Mentre da Parigi viene espressa piena solidarietà a Roma, persiste la netta chiusura verso l'ingresso di immigrati, che l'Unione Europea ha ammonito. Il paese governato da Francois Fillon, che potrebbe essere definito come il maggior promotore di questa guerra, non vuole però accogliere i “topi di fogna” (come definì Gheddafi i manifestanti) che scappano dalle bombe francesi. Il risiko infinito degli immigrati continua, tra CIE che assomigliano a lager a cielo aperto, i Cara di Crotone e Bari, villaggi della disperazione come quello previsto a Mineo, fughe di massa e respingimenti mentre il Sud Italia rischia di trasformarsi in tante piccole “Lampedusa”. Cosa farà il governo, prometterà campi da golf e Nobel per la pace ad ogni cittadina stracolma di fuggiaschi?

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

21/03/11

Avviato Intervento ONU in Libia, Gaza “No – Oil Zone”

Gli abitanti della striscia di Gaza, rinchiusi nelle quattro mura che ne fanno un carcere a cielo aperto, non godono e non godranno mai del lusso di una “No-fly zone” benchè siano sotto scacco dell'integralismo, della violenza di Hamas e dei missili che arrivano puntualmente da Israele. Per gli occidentali non ha voce in capitolo l'urlo della gente palestinese, d'altronde “No Oil, No Party”.


Il 15 marzo è stata indetta dai giovani palestinesi la Giornata per la fine delle divisioni interne e per l'unità. La più alta affluenza di manifestanti per le strade è stata registrata nella striscia di Gaza, quel piccolo territorio dimenticato da Dio, ma anche a Ramallah, Nablus ed Hebron ci sono stati sit-in per la libertà in Palestina e la fine della rivalità tra le due fazioni Hamas e al-Fatah. Decine di migliaia in strada, benché se ne sia parlato poco o niente, ma d'altronde non c'è l'oro nero ad attirare l'interesse e le premure internazionali.
"Scendere in piazza per la nostra vita è il minimo che possiamo fare, visto che viviamo da 60 anni sotto l'occupazione" racconta a Il Mediterraneo Mohammad, un manifestante di Ramallah. Nonostante l'invito a non sfilare in corteo avanzato da Hamas,gli abitanti della Striscia hanno manifestato, pagando le conseguenze di una brutale repressione per mano dei corpi speciali della sicurezza del leader palestinese. Decine i feriti, tende date alle fiamme, manifestanti aggrediti con bastoni e manganelli. Solo nella strada principale di Gaza, Talateen street, sono circa 300 i feriti ed i giornalisti vengono aggrediti per poter sequestrare loro quanto registrato. Una giovane cronista di Gaza, Samah Ahmed, viene uccisa con una coltellata alla schiena. Questa è la fotografia di quella che doveva essere una manifestazione pacifica. Secondo alcune fonti, sarebbe stata arrestata dalla polizia di Hamas anche Asmaa al Ghoul, giovane blogger e giornalista, nota per i dettagliati resoconti sulla situazione di Gaza e per la ferma contrapposizione all'integralismo di Hamas.

L'altro lato della medaglia è la violenza perpetuata da Israele, che in tutta calma, continua indisturbato il suo processo di pulizia etnica. Quando nel 2009, con l'operazione Piombo Fuso, le forza israeliane hano sterminato centinaia di bambini palestinesi e bombardato all'infinito la striscia Gaza con missili al fosforo bianco, l'occidente con le sue spettacolari operazioni “No-fly zone” dov'era? Gaza sta ancora aspettando una “No-fly zone”. C'era poi bisogno di un'ulteriore petrol-guerra in Libia? Sicuramente era necessaria un'operazione che avesse evitato la morte di 20mila persone, massacrate brutalmente dai mercenari di Gheddafi. “Se l'Onu non interviene, sarà genocidio” è stato dichiarato più volte nella settimana appena trascorsa. La cruda realtà è che i civili indifesi sono la preoccupazione più remota della coalizione, che quelli che sono inviati in Libia, sono militari non crocerossine, espatriati in nome della guerra dell'oro nero. La storia ci insegna che l'Onu è stata a guardare lo sterminio di 800mila esseri umani, il terribile genocidio Rwandese, in ragione del fatto che un conflitto interno rientrebbe negli “affari che appartengono essenzialmente alla competenza nazionale” secondo quanto stabilito dalla legislazione internazionale. Evidentemente in Libia, gli “affari” in questione avallano la competenza nazionale.

Eleonora Pochi
Fonte : Parolibero

07/03/11

C'era una volta uno straniero


Secondo appuntamento per “24h ore senza di noi”, questo è il nome dell'iniziativa che lo scorso anno ha permesso anche di far riflettere su scandali quali Rosarno, l'asilo di Adro, Montecchio Maggiore che stendono un velo di vergogna sul nostro paese

Nel mentre d'un sentito e preoccupato dibattito sullo tsunami migratorio che il Governo prevede già da giorni dall'altra sponda del mediterraneo, trascurando il massacro in atto nei confini libici, il primo marzo gli immigrati si fermano per 24 ore.
Sembrerebbe che sia concesso loro addirittura il diritto di scioperare, strano ma vero.
Perché scioperano? Sono stanchi ed hanno ragione. Sono stanchi d'essere trattati come “stranieri” benché nati in Italia, stanchi di essere stipati dentro Centri di Identificazione ed Espulsione come fossero un'epidemia da tenere in incubazione, stanchi di accaparrarsi i lavori che gli italiani proprio non hanno voglia di fare, stanchi di essere schiavi d'un permesso di soggiorno, non essere tutelati dallo Stato ed essere classificati l'emblema di delinquenza.

Occorre precisare che, in Italia, la crisi economica e sociale sta rendendo sempre più ostile l'atteggiamento verso i quasi 5milioni di migranti che lavorano nelle nostre fabbriche, cantieri, imprese, case, ospedali. Molti di loro vengono licenziati (lavorando in nero sono le prime vittime dei cosiddetti “tagli di personale”) e la pretesa della Bossi-Fini di legare il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, rende loro la vita impossibile. La lista d'attesa per sistemare la loro posizione è infinita ed il provvedimento in vigore dall'estate scorsa, per la regolarizzazione di Colf e Badanti sembrerebbe confermare l'intolleranza verso la presenza di persone capaci di lavorare come noi, magari anche meglio, che pensano, riflettono e rivendicano diritti: come si volesse canalizzare il flusso d'immigrati in quei pochi settori che evidenziano la differenza. C'è da chiedersi come mai, nel nuovo decreto flussi approvato nel dicembre 2010, il quale autorizza 100mila ingressi nell'anno in corso, sono solo 500 i permessi riservati ai liberi professionisti rispetto ai 30mila per Colf, badanti e babysitter.
Inoltre, chi è in Italia e non rientra nella stretta cerchia della regolarizzazione per le difficoltà poc'anzi citate e per molte altre, commette reato. E' clandestino e se viene scoperto, viene arrestato ed espulso. Questo è quanto introdotto dal così patriottico pacchetto sicurezza...lavoro del quale Mussolini sarebbe andato molto fiero.
Sono tante le considerazioni su di loro, ma pochi provano a chiedersi cosa loro pensano di noi...

Chi è uno straniero?
Sono in spiaggia, sdraiata al sole cercando di scaricare lo stress settimanale. La voce di XXX(preferisce rimanere nell'anonimato) interrompe un rilassante dormi veglia, l'ennesimo della giornata che spera di rifilarmi uno dei suoi bracciali. Garbato e timidissimo si siede sulla spiaggia per propormi tutta la mercanzia. “Di dove sei”? domando “Del Congo”. “Perché sei qui”? “Cerco un lavoro per inviare soldi ai miei fratelli. Sono stato il più coraggioso e sono venuto in Italia, da solo.” “Ti mancano?” “Si.”. Scopro che XXX ha diciassette anni, ma dimostra un'enorme divario di maturità e saggezza rispetto a molti dei miei connazionali adolescenti. E' adulto, i suoi occhi mi dicono che, nonostante l'età, ha già capito molto dalla vita.
Mi chiede di aiutarlo, ma non so come. Non sono ricca e come lui sogno un buon lavoro.
Gli dico che 'da grande vorrei fare la giornalista' ma il mio paese  non fa altro che soffocare le ambizioni dei giovani e che probabilmente un giorno partirò per l'Africa. Lui sgrana gli occhi e ride, mi guarda strano. “Andare in Africa! Io non vedevo l'ora di scappare”. Strana la vita.
Mi racconta che vive in un appartamento con altri venti ragazzi africani. Dormono per terra, senza acqua ne elettricità, pagando una cifra esorbitante. Chi passa a ritirare il canone ogni mese è un loro connazionale, che a sua volta risulta l'affittuario d'una coppia di italiani.
Mi scrive su un foglio di carta il suo numero di telefono “Sei gentile, non pensavo ci fosse gente come te in questo paese. Grazie. Aiutami se puoi, non ce la faccio più”, riprende la sua bigiotteria, incamminandosi verso il mare di “No, grazie” che gli si pone innanzi.
Aderire all'iniziativa ha un significato speciale, oltre che voler denunciare i punti sopra esposti.
L'Italia fa fatica ad intraprendere il cammino dell'interculturalità, a considerare l' “immigrato” come  considererebbe un italiano e spetta alle nuove generazioni in primis, cambiare le carte in tavola.
In piazza, martedì primo marzo, italiani e immigrati insieme, anche per questo.

Eleonora Pochi
Fonte : Parolibero

01/03/11

1° marzo 2011: 24h senza di noi. Scioperano immigrati ed italiani per la difesa dei diritti umani

Mai come quest’anno il popolo italiano dovrebbe aderire alla giornata del primo marzo, dedicata allo sciopero dello “straniero”, dove per straniero non s’intende solamente chi è nato oltre confine, ma qualsiasi persona non si senta rappresentata a dovere dal proprio paese, “La mia posizione è quella di straniero nella mia nazione” come recita una canzone di Neffa.
A Roma, come in tutte le maggiori città d’Europa, saremo tutti chiamati a manifestare contro un paese che sprizza xenofobia da tutti i pori o che fa finta di nulla davanti al massacro di un’intera popolazione, preoccupandosi che essa possa in parte scappare alla morte e rifugiarsi in Italia. E’ inaccettabile.
In Libia sarebbero più di
10mila i morti, oltre 50mila i feriti, uomini, donne e bambini uccisi brutalmente per mano dei fedeli al regime e di mercenari reclutati da Gheddafi dai paesi confinanti. A Bengasi, alcuni di essi sono stati bruciati vivi. In tutto questo, l’Italia non si muove. “Non disturbo Gheddafi” è stato il messaggio di Berlusconi alla notizia delle prime repressioni della scorsa settimana, il quale, avendo suscitato l’indignazione di tutte le diplomazie occidentali, s’è affrettato a dichiararsi “Molto preoccupato” tanto da alzare il telefono per fare uno squillo al suo miglior amico ed essere rassicurato da un “Qui in Libia va tutto bene”. Per Gheddafi insomma andrebbe benone, mentre si diverte a guardare il massacro del suo popolo, massacro del quale lui stesso n’è vile mandante.

La storia ci insegna, purtroppo, che personalità instabili come Gheddafi sono in grado di sterminare per capriccio intere popolazioni. Allora, se nel passato ci si poteva pulire la coscienza con la scusa che non si sapeva cosa succedesse nel mondo, se non a fatto compiuto, a causa di una scarsa comunicazione, oggi non è più cosi.
Sappiamo. Tutto. Sappiamo d’ogni morto, d’ogni bagno di sangue, delle fosse comuni, dei massacri.
Allora cosa dovremo fare? Restare a guardare l’ennesimo folle genocidio? Non bastano quelli attuali di
Palestina, Darfur, tanto per citarne qualcuno, a riempire bare nella totale indifferenza mondiale? Benché anche di loro si sappia tutto, si vuole far finta di nulla, non angosciarsi più di tanto per ingiuste uccisioni di migliaia di persone. In fondo, per noi è più facile dire “chi se ne frega”, presi dalle nostre mille quisquilie.

Se da una parte Gheddafi dichiara al mondo di voler sterminare gli insorti in quanto “topi di fogna” ed ucciderli uno dopo l’altro cercandoli casa per casa, dall’altra, il nostro governo altro non fa che preoccuparsi del fatto che i “topi di fogna” cerchino rifugio in Italia.Di certo c’è solo una cosa. Le migliaia di morti e feriti. Quelli sono esseri umani, non clandestini, immigrati, “topi di fogna”, “drogati”. Non meritano di certo il massacro che stanno subendo.
Sarebbe poi interessante se l’Italia pensasse a ritirare quei 112milioni d’euro di armi che ha generosamente esportato in Libia, invece di preoccuparsi solo di immigrati, gas e petrolio. La coscienza pulita, l’Italietta, non l’ha.
Se questo è quanto il nostro paese è in grado di fare, allora aveva ragione Gaber a cantare “Io non mi sento italiano”. Bisogna aderire allo sciopero il primo marzo, da stranieri. Non da italiani ma da cittadini universali: non esiste straniero.


Per info sulla giornata  clicca qui

Eleonora Pochi
Fonte : Fuori le mura

04/02/11

Crisi umanitarie. 28 paesi, 50 milioni di persone

È emergenza record. Tra fame e conflitti, la penuria dilaga per un numero crescente di persone pari all’intera popolazione italiana. Sono 28 i paesi colpiti. Il Sudan si trova nella situazione più drammatica. Intanto la spesa militare mondiale aumenta a dismisura.

Per il 2011 l’Onu reclama ai paesi donatori 7,4 miliardi di dollari, al fine di sopperire alle quattordici crisi umanitarie attuali. È la cifra per emergenze umanitarie più alta mai chiesta nella storia delle Nazioni Unite.

Il denaro richiesto va a finanziare le operazioni d’aiuto umanitario urgenti per più di 50 milioni di persone in 28 paesi del mondo, tra cui Sudan, Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Territori palestinesi occupati, Haiti, che dopo il terremoto ancora attraversa la crisi benché non se ne dica nulla, Pakistan e altri. “Nel 2011, decine di milioni di persone avranno bisogno di aiuto per sopravvivere - afferma il sottosegretario generale per gli Affari umanitari, Valerie Amos. Conflitti e disastri naturali hanno privato queste persone delle proprie case, dei mezzi di sussistenza e dell’accesso a beni essenziali come l’acqua potabile e l’assistenza sanitaria”. Amos ha spiegato che la situazione è andata peggiorando a causa dell’aumento incessante dei prezzi di combustibili, materie prime e degli effetti della recessione economica che ha colpito la maggioranza dei paesi donatori. La capacità di affrontare situazioni di grave emergenza umanitaria da parte della popolazione locale, tende a regredire soprattutto per i paesi colpiti, tra l’altro, da catastrofi naturali. Chi sta peggio è il Sudan, bisognoso di 1,7miliardi, seguito da Haiti con 907 milioni e dalla Repubblica Democratica del Congo con 679 milioni, teatro di una sanguinosissima guerra civile.

C’era una volta Haiti, dopo il terremoto

L’isola haitiana è stata colpita, oltre che dal terremoto, passato alla ribalta dei mass-media ma del quale (quasi) nessuno conosce il seguito, da una profonda epidemia di colera che sta piegando un’intera popolazione e non sembrerebbe possa essere debellata nel breve periodo. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nei prossimi sei mesi, il numero dei contagiati potrebbe arrivare a 650mila. “L’ampia portata dell’epidemia – ha dichiarato Ban Ki-Moon - è imputabile alla tipologia della malattia, che sembrerebbe appartenere ad uno dei ceppi più aggressivi del colera, combinata ad un debole sistema sanitario nazionale, alla mancanza d’accesso all’acqua potabile e ad altri servizi di base”. I soldi richiesti dall’Onu andrebbero a coprire due priorità: ridurre al più presto il tasso di mortalità attraverso il trattamento medico immediato, quando possibile, degli infetti e informare tutta la popolazione, compresi gli abitanti delle aree più isolate, sul trattamento preventivo del colera. Nonostante il durissimo e lodevole lavoro congiunto di Ong e agenzie Onu, gli sforzi non sono sufficienti. Dei 164 milioni di dollari richiesti lo scorso 11 novembre per far fronte allo scoppio dell’epidemia, ne sono stati ricevuti solo il 20%. Ad oggi, le cifre rese note dal ministero della Salute haitiano parlano di 1.800 morti e 85.000 contagiati.

Crisi umanitaria del Darfur
Quella che si consuma in Sudan è la più grande crisi umanitaria del pianeta. Focolaio della carestia è la vasta regione del Darfur, semi-desertica ma ricca di risorse sotterranee, messa a ferro e fuoco dalle milizie ciadiane e sudanesi. La situazione geopolitica del paese è molto complessa. Agli albori di questo 2011, il tanto atteso referendum deciderà le sorti del paese: la popolazione sudanese sentenzierà la probabile secessione del Sud e la conseguente autodeterminazione di una nazione indipendente. Inoltre, già dal 2005 il protocollo CPA (Comprehnsive Peace Agreement) prevedeva disposizioni provvisorie per gli Stati di Abyei, Southern Kordofan e Blue Nile, noti come aree di transizione. Con lo stesso referendum, probabilmente sarà decisa anche l’annessione al Sud o al Nord Sudan dello Stato di Abyei. Sembrerebbe quasi una battaglia navale, nella quale si ridisegnano continuamente confini... Sembra un gioco ma non lo è affatto. Sono quasi 5 milioni le vittime dirette del conflitto e metà di esse sono bambini. Nell’arco di sei anni, il conflitto in Darfur ha provocato più di 300mila morti e costretto almeno 2 milioni di persone alla fuga, i cosiddetti sfollati sia all’interno del Sudan sia nei campi profughi ciadiani. Inoltre, circa 17mila bambini vengono arruolati forzatamente per prendere parte alle ostilità. La situazione è regredita ulteriormente con l’espulsione di 7.700 operatori umanitari rappresentanti di 16 Ong, decretata dal governo sudanese in risposta al mandato d’arresto internazionale del marzo scorso nei confronti del presidente Omar Hassan Al-Bashir da parte della Corte penale internazionale, per crimini contro l’umanità. “Al-Bashir è stato ed è tuttora il mandante dei numerosi attacchi alle popolazioni civili, sono state distrutte intere comunità – dichiara la Corte penale internazionale –. La drammatica situazione del Darfur non comprende ‘solo’ una crisi umanitaria, ma un sistematico attacco alla popolazione civile”. Nonostante ciò, il presidente Al-Bashir non è ancora stato arrestato. Per chi volesse, segnaliamo la Campagna promossa da Italians for Darfur Onlus che sta raccogliendo, tra l’altro, firme per un appello rivolto ai principali media italiani affinché si parli di più del Sudan e della relativa crisi umanitaria. L’indirizzo web di riferimento è www.italianblogsfordarfur.it. Sarebbe interessante poi, analizzare l’altra faccia della stessa medaglia, ossia come gli Stati “democratici” investano costantemente in attività di guerra, mentre il piatto degli aiuti internazionali piange.

E per la guerra quanti soldi si spendono?
Benché sia noto che la guerra è sinonimo di sottosviluppo, si spendono molti più soldi per essa che per lo sviluppo e la cooperazione tra i popoli. Il rapporto è di 10 a 1. Secondo le statistiche SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) nel 2009 ben 1.531 milioni di dollari sono stati dissipati in spese militari mondiali. A dispetto della crisi finanziaria quindi, nel bilancio mondiale la voce “spese militari” appare sempre più cospicua: dal 2000 ad oggi c’è stato un incremento del 49% in nome di una “guerra contro il terrorismo”. Nel 2009 gli Usa hanno contribuito al 54% della somma complessiva per spese militari mondiali. Se questi sono stati i “costi” imputati allo svolgimento d’attività di guerra, sembrerebbe che in contropartita ci sia un tutt’altro che modesto ritorno economico. Il 44% dei fornitori di armi a livello globale è americano e ha generato nel 2009 un flusso d’export pari a 6.795 milioni di dollari, seguiti da Europa e Russia. Occorre precisare che l’Italia, nel 2009 ha impiegato in spese militari 588 milioni di dollari (SIPRI). Per il 2010 la spesa italiana per la guerra è stata stimata in 23.500 milioni di euro. L’Italia è stata nel 2009, per il quinto anno consecutivo, il primo paese al mondo per esportazioni di armi leggere, anche dette armi di tipo non militare, intascando ben 250 milioni di dollari. I paesi in via di sviluppo continuano ad essere i principali destinatari delle esportazioni di armamenti da parte dei paesi produttori, secondo il rapporto annuale del Congressional Research Service statunitense. Tra i principali destinatari: Arabia Saudita, Brasile, Corea del Sud, Egitto, India, Israele e Pakistan. Il 60% delle armi leggere globalmente prodotte finiscono per armare civili e rendere possibili guerre interne tra gruppi etnici e d’opposizione.

* Prossimo mese prosegue l’inchiesta sulle altre crisi umanitarie, a partire dalla Repubblica Democratica del Congo.

Eleonora Pochi
Fonte: Solidarietà Intetrnazionale

07/01/11

Gaza: Natale sotto le bombe


Era il 27 dicembre 2008, quando le forze israeliane sferrarono il più brutale attacco alla popolazione palestinese. La cosiddetta operazione Piombo fuso fece cadere sulla testa di migliaia di cittadini della striscia di Gaza tonnellate d’esplosivo. Ventidue giorni di guerra provocarono 1.500 morti di cui 352 bambini, più di 5.500 feriti e sconvolsero la vita di 1.5milioni di persone sopravvissute ai bombardamenti, provocando, inoltre, un’elevata diffusione del cancro proveniente dall’inquinamento da fosforo bianco e dalle armi chimiche utilizzate dall’esercito di Netanyahu.
Sembrerebbe che Israele quasi sfrutti il periodo delle festività natalizie per agire con maggior discrezione. A due anni dal massacro, il cielo di Gaza è tornato a piovere bombe.Già dalla vigilia di Natale sono cominciati i bombardamenti, ma dal 27 dicembre si sono intensificati con bombe a gas e spari contro i civili dell’area di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.
Tra gli attacchi della zona, un carro armato ha sparato un colpo di cannone contro un gruppo di ragazzi che stavano giocando, provocando un morto e sei feriti.
A Gaza City, invece, un gruppo di soldati israeliani ha sparato contro un gruppo di palestinesi che stavano raccogliendo macerie per riciclarle come materiale edile, com’è solito fare dal 2008, dopo la distruzione di 20mila abitazioni private e la devastazione d’edifici pubblici, ospedali ed il conseguente embargo sui materiali edili decretato da Israele.
I cittadini della Striscia di Gaza, sotto assedio, hanno scritto una lettera aperta, in occasione dell’anniversario di Piombo Fuso, rivolta alla comunità internazionale con l’intento di suscitare una presa di coscienza collettiva di quanto di orribile avviene a causa dell’assedio. Abbiamo ritenuto opportuno pubblicare il testo integrale della lettera e vi invitiamo caldamente a leggerla con attenzione, affinché si possa comprendere meglio la reale situazione in quella particella di mondo, dimenticata, o meglio ignorata, dal mondo intero.
“Noi palestinesi della striscia di Gaza sotto assedio, oggi, a due anni dall’attacco genocida di Israele alle nostre famiglie, alle nostre case, alle nostre fabbriche e scuole, stiamo dicendo basta passività, basta discussione, basta aspettare – è giunto il momento di obbligare Israele a rendere conto dei suoi continui crimini contro di noi. Il 27 dicembre 2008 Israele ha iniziato un bombardamento indiscriminato della striscia di Gaza. L’attacco è durato 22 giorni, uccidendo, secondo le principali organizzazioni per i diritti umani, 1417 palestinesi di cui 352 bambini. Per 528 sconvolgenti ore, le forze di occupazione israeliane hanno scatenato i mezzi provenienti dagli Stati Uniti: F15, F16, Carri armati Merkava, il fosforo bianco proibito in tutto il mondo, hanno bombardato ed invaso la piccola enclave costiera palestinese dove risiedono 1.5 milioni di persone, tra le quali 800.000 sono bambini e oltre l’80% rifugiati registrati alle Nazioni Unite. Circa 5.300 feriti sono rimasti invalidi.
La devastazione ha superato in ferocia tutti i precedenti massacri sofferti a Gaza, come per esempio i 21 bambini ammazzati a Jabalia nel marzo 2008 o i 19 civili uccisi mentre si rifugiavano nella loro casa durante il massacro di Beit Hanoun del 2006. La carneficina ha addirittura superato gli attacchi del novembre1956 nei quali le truppe israeliane hanno indiscriminatamente radunato ed ucciso 274 palestinesi nella città di Khan Younis (sud della striscia) ed altri 111 a Rafah (nord).
Fin dal massacro di Gaza del 2009, cittadini del mondo si sono assunti la responsabilità di fare pressione su Israele perchè rispetti la legge internazionale, attraverso la strategia già collaudata del boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Come è stato fatto nel movimento globale BDS che fu così efficace nel porre un termine al regime di apartheid sudafricano, chiediamo con forza alle persone di coscienza di unirsi al movimento BDS creato da oltre 170 organizzazioni palestinesi nel 2005. Come in Sudafrica lo squilibrio di forze in campo e di rappresentazione in questa lotta può essere controbilanciata da un potente movimento di solidarietà internazionale con il BDS in testa, portando i responsabili dell’atteggiamento israeliano a rendere conto delle proprie azioni, cosa in cui la comunità internazionale ha ripetutamente fallito. Allo stesso modo, sforzi civili e fantasiosi come le navi del Free Gaza che hanno rotto l’assedio cinque volte, la Gaza Freedom March, la Gaza Freedom Flotilla, e i molti convogli via terra non devono smettere di infrangere l’assedio, evidenziando la disumanità di tenere 1,5 milioni di cittadini di Gaza in una prigione a cielo aperto.
Sono passati ora due anni dal più grave degli atti di genocidio israeliani, che dovrebbe aver lasciato la persone senza alcun dubbio sulla brutale vastità dei piani di Israele per i palestinesi. L’assalto assassino verso gli attivisti internazionali a bordo della Gaza Freedom Flotilla nel mar mediterraneo ha reso palese al mondo il poco valore che Israele ha dato alle vite palestinesi finora. Il mondo ora sa, ed adesso dopo 2 anni nulla è cambiato per i palestinesi.
Il rapporto Goldstone è arrivato e passato: nonostante il suo elencare una dopo l’altra le contravvenzioni alle legge internazionale, “crimini di guerra” israeliani e “possibili crimini contro l’umanità”, nonostante l’Unione Europea, le Nazioni Unite, la Croce Rossa, e tutte le più grosse associazioni per i diritti umani abbiano fatto una chiamata per una fine a un’assedio medievale e illegale, esso continua con la stessa violenza. L’11 novembre 2010 il capo dell’UNRWA John Ging ha dichiarato: “non ci sono stati cambiamenti concreti per la popolazione sul terreno per quanto riguarda la loro situazione, la loro dipendenza da aiuti, l’assenza di ogni risarcimento o ricostruzione, nessuna economia…le distensioni, come sono state descritte, non sono state nulla di più che una distensione politica nelle pressioni verso Israele ed Egitto”
Il 2 dicembre 22 organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty, Oxfam, Save the Children, Christian Aid, e Medical Aid for Palestinian hanno prodotto il report “Dashed Hopes, Continuation of the Gaza Blockade (Speranze in polvere, la continuazione del blocco)”, chiamando per un’azione internazionale che forzi Israele ad abbandonare incondizionatamente il blocco, descrivendo come i palestinesi di Gaza sotto l’assedio israeliano continuino a vivere nelle stesse disastrose condizioni. Solo una settimana fa l’Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto dettagliato “Separate end Unequal (separati e diseguali)” che denuncia gli atteggiamenti israeliani come pratiche di apartheid, facendo eco ad affermazioni simili da parte degli attivisti sudafricani anti-apartheid.
Noi palestinesi di Gaza vogliamo vivere in libertà e incontrare amici palestinesi o famiglie da Tulkarem, Gerusalemme o Nazaret, vogliamo avere il diritto di viaggiare e muoverci liberamente. Vogliamo vivere senza la paura di un’altra campagna di bombardamenti che lascia i nostri bambini morti e molti più feriti o con cancro proveniente dall’inquinamento da fosforo bianco israeliano ed armi chimiche. Vogliamo vivere senza essere umiliati ai check point israeliani o la vergogna di non poter provvedere alle nostre famiglie a causa della disoccupazione portata dal controllo economico e dall’assedio illegale. Chiediamo una fine del razzismo che è a fondamento di quest’oppressione.
Domandiamo: quando i Paesi del mondo si comporteranno secondo le fondamentali premesse che gli esseri umani debbano essere trattati in maniera equa, senza differenze di origine, etnia o colore – è così esagerato affermare che i bambini palestinesi abbiano gli stessi diritti di ogni altro essere umano? Sarete capaci un giorno di guardarvi indietro e dire che siete stati dalla parte giusta della storia o avrete supportato l’oppressore?
Noi, inoltre, chiamiamo la comunità internazionale ad assumersi le sue responsabilità e proteggere il popolo palestinese dalle feroci aggressioni di Israele, finire immediatamente l’assedio con un risarcimento completo della distruzione di vite ed infrastrutture di cui siamo stati afflitti da quest’esplicita pratica di punizione collettiva. Assolutamente nulla può giustificare pratiche internazionali feroci come l’accesso limitato all’acqua e all’elettricità a 1,5 milioni di persone. L’omertà internazionale nei confronti della guerra genocida che ha avuto luogo contro più di 1,5 milioni di persone rende palese la complicità in questi crimini.
Facciamo anche un’appello a tutti i gruppi di solidarietà palestinesi ed alle organizzazioni della società civile internazionale per esigere:
  • La fine dell’assedio che è stato imposto alla popolazione palestinese della West Bank e della striscia di Gaza come conseguenza dell’esercizio della loro scelta democratica.
  • La protezione delle vite civili e proprietà, come stipulato dalla legge umaitaria internazionale e dalla legge internazionale riguardo i diritti umani, come la quarta convenzione di Ginevra.-Il rilascio immediato di tutti i prigionieri politici
  • Che i rifugiati palestinesi nella striscia di Gaza siano immediatamente riforniti di supporto materiale e finanziario per affrontare le immense avversità che stanno vivendo
  • Fine dell’occupazione, apartheid ed altri crimini di guerra
  • Immediati risarcimenti e compensazioni per tutte le distruzioni portate avanti dalle forze di occupazione israeliane nella striscia di Gaza
  • Boicotta, disinvesti e sanziona, unisciti a molti sindacati in tutto il mondo, università, supermercati, artisti e scrittori che rifiutano di intrattenere l’apartheid di Israele. Parla della Palestina, per Gaza, e soprattutto AGISCI. Il tempo è adesso.
Gaza assediata, Palestina
27 dicembre 2010
List of signatories:
General Union for Public Services Workers
General Union for Health Services Workers
University Teachers’ Association
Palestinian Congregation for Lawyers
General Union for Petrochemical and Gas Workers
General Union for Agricultural Workers
Union of Women’s Work Committees
Union of Synergies—Women Unit
The One Democratic State Group
Arab Cultural Forum
Palestinian Students’ Campaign for the Academic Boycott of Israel
Association of Al-Quds Bank for Culture and Info
Palestine Sailing Federation
Palestinian Association for Fishing and Maritime
Palestinian Network of Non-Governmental Organizations
Palestinian Women Committees
Progressive Students’ Union
Medical Relief Society
The General Society for Rehabilitation
General Union of Palestinian Women
Afaq Jadeeda Cultural Centre for Women and Children
Deir Al-Balah Cultural Centre for Women and Children
Maghazi Cultural Centre for Children
Al-Sahel Centre for Women and Youth
Ghassan Kanfani Kindergartens
Rachel Corrie Centre, Rafah
Rafah Olympia City Sister
Al Awda Centre, Rafah
Al Awda Hospital, Jabaliya Camp
Ajyal Association, Gaza
General Union of Palestinian Syndicates
Al Karmel Centre, Nuseirat
Local Initiative, Beit Hanoun
Union of Health Work Committees
Red Crescent Society Gaza Strip
Beit Lahiya Cultural Centre
Al Awda Centre, Rafah


Fonte: Fuori le mura - Eleonora Pochi

01/12/10

Myanmar: Più di 100mila bambini affamati

A neanche due anni di distanza dall'uragano Nargis, la Birmania è tornata a patire gli effetti devastanti delle violente calamità naturali che non sembrano avere tregua. I dati raccolti parlano di quasi mezzo milione di sfollati.

Venerdì 22ottobre il ciclone Giri si è abbattuto sulla costa occidentale del Myanmar, in Birmania. Le cifre sono ancora approssimative, fino ad ora sono più di 400.000 bambini e adulti colpiti dalla catastrofe. Nello specifico, oltre 100.000 bambini sono affamati e senza casa.“Temiamo che centinaia di bambini possano esser stati feriti o smarriti – spiega Save the Children - o separati dai loro genitori. Migliaia di persone hanno perso le loro case e le nostre squadre operative sul campo riferiscono che intere isole sono state distrutte.”
Scuole, case e, in alcuni casi, interi villaggi sono stati spazzati via.
Una delle principali preoccupazioni è l'accesso all'acqua potabile perché i pozzi sono stati distrutti.
Save the Children punta a raggiungere 80.000 persone nelle prossime settimane con cibo, acqua, sali per la reidratazione orale, compresse per purificare l'acqua e coperte.

Da Ginevra l'Onu ha riferito che dal 22 al 23 ottobre, l'uragano tropicale Giri ha causato 45 morti ed almeno 10 dispersi. Secondo l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu(OCHA), la zona occidentale del Myanmar è stata la parte più gravemente colpita dall'uragano, interessando 400mila abitanti, 80mila dei quali sono rimasti senza casa. Ad oggi, si contano 15mila abitazioni distrutte dall'uragano. Il World Food Programme(PAM), la Food and Agricolture Organization(FAO), Save the Children e molte altre organizzazioni hanno iniziato da giorni la distribuzione degli alimenti e forniscono assistenza ai superstiti coinvolti nella catastrofe.L'uragano Giri, sarebbe stato classificato a 4/5 della scala Saffir-Simpson e, se fosse capitato nell'Atlantico – spiegano i meteorologi - sarebbe stato più forte dell'uragano Nargis, che nel 2008 colpì la Birmania, causando 130mila morti. Secondo l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu, invece, la tempesta sarebbe stata più forte dell'uragano Nargis, ma s'è riuscito ad evitare le migliaia di morti del 2008 grazie alla tempestiva azione preventiva d'evacuazione intrapresa dalla Croce Rossa.
A differenza della precedente catastrofe, ci sarebbe inoltre una maggiore apertura da parte del governo del Myanmar verso l'arrivo di aiuti internazionali. Agli operatori umanitari di Ong e agenzie Onu pertinenti, è stato concesso quasi da subito l'ingresso nelle aree devastate. “La popolazione birmana patirà una grave carestia alimentare – aggiunge Save the Children – in tutta l'area colpita dall'uragano, per almeno sei mesi.”

Eleonora Pochi
Fonte: http://www.vocelibera.it/
Pics: Save the Children

09/11/10

NIGERIA: il piombo stermina oltre 400 bambini

E' stata la ricerca manuale e artigianale dell'oro a provocare l'avvelenamento di interi villaggi, oltre 18.000 contagiati, i più colpiti sono donne e bambini.


Dall'inizio dell'anno, nella regione settentrionale di Zamfara, sono state contaminate – secondo dati ONU – almeno 18.000 persone, e la situazione tende ad aggravarsi. Già dal mese di Marzo era stato osservato un eccesso di decessi e malattie nello Stato di Zamfara, e le indagini condotte avevano identificato la causa nell'avvelenamento da piombo e mercurio legato all'estrazione dell'oro artigianale.
E' stato rilevato in seguito, che la maggior parte delle falde acquifere, nelle quali si lavorava per la ricerca dell'oro, sono contaminate dalla presenza di metalli pesanti che infettano ambiente ed esseri umani.
Gli uomini estraggono i minerali altamente contaminati a mani nude, li portano a casa per selezionare minuziosamente i metalli preziosi da ciò che è stato raccolto, e per pulirli dalla sabbia, e spesso quest'attività è svolta da donne e bambini. Ma i bambini hanno un sistema immunitario notevolmente più debole degli adulti, quindi sono i primi ad essere avvelenati dal materiale nocivo, che comporta anemia, debolezza muscolare, danni irreversibili al cervello e nei casi più gravi porta alla morte.
Considerando che la quasi totalità degli abitanti dei villaggi di Zamfara e dintorni praticano la ricerca dell'oro come primaria fonte, o meglio speranza di reddito, il bilancio dell'epidemia è sconcertante. Migliaia di persone sono a rischio, oltre 18.000 già contagiate in sette villaggi esaminati. Si parla di oltre 400 bambini al di sotto dei cinque anni uccisi dall'avvelenamento, 500 sarebbero tenuti sotto stretto controllo dall'intervento tempestivo di Medici senza Frontiere, che denuncia: “L' individuazione di altri due villaggi inquinati sembra indicare che la contaminazione da piombo nei villaggi dello Stato di Zamfara sia un problema molto più ampio di quanto stimato in un primo momento”. Il processo di bonifica dei luoghi contaminati non può essere portato a termine nel breve periodo. Prevede la rimozione del suolo inquinato e lo studio delle aree limitrofi, che risulterebbero essere contaminate dal piombo a macchia d'olio. L'operazione è curata dall'agenzia ambientale Terragraphics.


Fonte: http://www.vocelibera.it/


Eleonora Pochi

25/10/10

Gaza: la Saint Mariam ha cercato di forzare il blocco, i media indifferenti.

 Lo scorso 31 maggio Israele ha posto un agguato militare alla Fredoom Flottilla, il convoglio di 9 navi con aiuti umanitari dirette a Gaza, uccidendo nove civili turchi. Poco tempo dopo il Saint Mariam, un equipaggio multireligioso e multinazionale, ha tentato di arrivare a Gaza, ma la nave è stata bloccata.

22 Ago – Una nave carica di aiuti umanitari d'origine libanese sarebbe dovuta partire da Cipro, direzione Gaza, e dopo il no delle autorità locali è stata tentata la partenza direttamente dal porto libanese di Tripoli. Non è riuscita, con la motivazione che tra il Libano ed Israele, essendo tecnicamente in stato di guerra, non sono possibili collegamenti.
La nostra posizione è chiara. L'arrivo e la partenza di imbarcazioni da e per Gaza attraverso i porti di Cipro sono proibiti e metteremo in pratica la nostra decisione” ha detto Reuters Michalis Katsounotos, portavoce della polizia di Cipro.
Così la Mariam, con un equipaggio tutto al femminile, ha tentato di salpare dal porto di Tripoli, nostrando di non farsi scoraggiare.
Noi insisteremo – aveva dichiarato Samar el-Hajj, organizzatrice della spedizione – non abbiamo armi e andremo a Gaza”.
Inoltre un responsabile del porto di Tripoli, ha dichiarato : “La nave Mariam ha ricevuto l'autorizzazione per dirigersi verso Cipro, ma non verso altra destinazione”.
La conferenza stampa sulla spedizione è stata interrotta dalla decisione dell'esercito di vietare ai giornalisti l'ingresso.
In una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite, Gabriela Shalev(ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite) riferisce che il gruppo organizzatore del viaggio “è sospettato di avere legami con l'organizzazione terroristica degli Hezbollah” e prosegue “gli organizzatori cercano di causare uno scontro ed aumentare la tensione nella nostra regione. Israele si riserva quindi il diritto, in conformità alle leggi internazionali, di utilizzare tutti i mezzi necessari per impedire a questa barca di violare il blocco navale di Gaza”.
Israele, quindi, da parte ha prontamente dichiarato il netto rifiuto verso la spedizione di aiuti umanitari. “Non permetteremo alle navi di raggiungere Gaza, area controllata dal 2007 da Hamas, gruppo militante palestinese”.
La saint miriam non è mai partita.
Tutto il mondo è contro di noi - ha detto Hajj, la principale promotrice dell'iniziativa - ma il viaggio è solo rinviato. Partiremo non appena troveremo un porto intermedio dove dirigerci”. Cipro ha detto no all'intenzione degli attivisti libanesi perché ha ritenuto la spedizione “una provocazione in grado di scatenare una dura reazione militare e diplomatica di Israele”.

Eleonora Pochi

08/10/10

Come si muore per fame

La fame è una delle più lente ed umilianti forme di morte.
Il suo effetto più immediato è la rapida perdita ponderale di peso, man mano che il  corpo consuma le riserve di grasso e poi di tessuto muscolare.
Con una dieta di 1.600 calorie giornaliere, equivalenti a mezzo chilo di cereali, il corpo perde un quarto del suo peso in due o tre mesi.Questa, la prima fase della carenza alimentare, è un'immagine che la televisione ci ha reso familiare. Tutto ciò è il primo stadio dell'inedia.

Per "inedia" si intende una grave riduzione nell'apporto di vitamine , nutrienti e in generale di energia. Essa rappresenta la più estrema forma di malnutrizione. Negli esseri umani , uno stato di inedia prolungata causa danni permanenti agli organi, portando alla morte.
Secondo la Fao più di 25.000 persone muoiono di inedia ogni giorno, un bambino ogni cinque secondi. Gli individui affetti da inedia perdono sostanzialmente materia grassa e materia muscolare perché il corpo si rivolge a questi tessuti per ricavarne energia.
La pelle diventa, ora dopo ora, secca e pallida. Gli adulti hanno spesso corpi smunti e addomi incavati, mentre i bambini presentano un ventre gonfio per i gas generati dai batteri che si moltiplicano nello stomaco e nell'intestino.
Inoltre la capacità motoria si riduce ed insorge un'apatia generale. Se l'assunzione di cibo diminuisce ancora,  si verifica una maggiore perdita ponderale con un incremento del tasso di mortalità.
Psicologicamente il desiderio di cibo è dominante , tutte le altre emozioni si attenuano. Si riscontra un abbassamento delle norme morali e in condizioni estreme possono ricorrere fenomeni come l'omicidio e il cannibalismo.
In questa seconda fase il corpo smette di dimagrire e comincia a gonfiarsi: si verifica quella che nell'età medioevale si chiamava “idropsia” e che oggi va sotto il nome di edema, definita dall'enciclopedia britannica  come “rigonfiamento dovuto all'imbibizione dei tessuti interstiziali”.
La mancanza di proteine infatti provoca il passaggio di fluidi dal compartimento vascolare a quello interstiziale tissutale che, se leso con un ago, produce la secrezione di un fluido liquido non coagulabile.

Clinicamente , la MPE si presenta in una forma asciutta e umida. La forma asciutta, il marasma, deriva da un digiuno quasi completo con carenza sia delle proteine che delle sostanze nutritive non proteiche. Il bambino con marasma consuma delle quantità di cibo molto piccole (perchè spesso sua madre non riesce ad allattarlo) ed è molto magro per la perdita della massa muscolare e del grasso corporeo.
La forma umida è chiamata Kwashiorkor , che nel mondo africano significa “primo bambino-secondo bambino”. Questo termine si riferisce al fatto che il primo bambino sviluppa una MPE quando nasce il secondo bambino, che lo sostituisce al seno materno. La prole svezzata viene alimentata con poca pappa di avena, che possiede scarse qualità nutrizionali in confronto al latte materno, e non riesce a crescere.
Il “Kwashiorkor” è dovuto ad una deficienza cronica di nutrienti (ferro, acido folico, iodio, selenio, viatamina C ) in particolare quei nutrienti con capacità antiossidante. Tuttavia esistono diverse spiegazioni per motivano lo sviluppo del  Kwashiorkor , rendendo l'argomento ancora controverso.
I sintomi di questa patologia includono un addome gonfio noto come “pancia a pentola” (raffigurata nell'immagine), una decolorazione rossiccia dei capelli e la depigmentazione della pelle.

Eleonora Pochi

01/10/10

l'arma alimentare

Alcune potenze, che siano Stati o Multinazionali, utilizzano la privazione di cibo come arma contro coloro ai quali vogliono imporre la loro volontà.
La Dichiarazione di Roma del 1996 impegna gli Stati a rispettare la seguente disposizione: “Il cibo non dovrebbe essere usato come strumento di pressione politica ed economica”. Si limita però alla necessità di astenersi dalle sole misure unilaterali.
I Protocolli aggiuntivi della Convenzione di Ginevra per la tutela delle popolazioni civili stabiliscono: “E’ proibito attaccare, distruggere, rendere inutilizzabili oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile come alimenti, colture, installazioni idriche”. Eppure la realtà appare ben diversa. Alcuni colossi multinazionali regolano il mercato alimentare dell'intero pianeta e se vogliono, insieme a governanti e finanzieri distruggono tonnellate su tonnellate di cibo, considerato un surplus, ossia una scomoda eccedenza poco gradita alle regole del mercato.
E' altresi' opportuno precisare che la maggior parte dei cereali prodotti a livello mondiale è utilizzata per la nutrizione di animali (660.000.000 di tonnellate) contro i 200.000.000 di tonnellate utilizzati per l'alimentazione umana .
Gran parte dei cereali prodotti sulla terra vengono utilizzati in Occidente per alimentare quel bestiame che viene poi consumato da noi sotto forma di carne, uova, latte.
Se l'enorme quantità di cereali destinati all'alimentazione di bestiame venisse impiegata direttamente nell'alimentazione umana, potrebbero venir nutrite ben 2.500.000.000 persone. Con la sola quantità di cereali che U.S.A. e U.R.S.S. destinano al bestiame, si potrebbero nutrire 1.000.000.000 di persone.
La fame non c'è per scarsità di cibo, ma per scarsità d'intenti.



Eleonora Pochi