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23/02/15

Essere bambini in Palestina: bilancio 2014

Continuano gli abusi da parte israeliana contro l’infanzia palestinese. Bombardamenti, arresti, torture e violenze sono all’ordine del giorno. Nessuna misura internazionale in difesa dei bambini di Cisgiordania e Gaza.

Oltre 1.200 minori sono stati arrestati dall’esercito di Netanyahu, la maggior parte di loro nella seconda metà dell’anno, dopo il rapimento dei tre ragazzi israeliani. Secondo Abdul-Nasser Ferwana, direttore dello Statistics Department in the Commission of Detainees and Ex-Detainees Affairs in Cisgiordania, “il numero di arresti nel 2014 ha è aumentato del 36% rispetto al 2013, e del 43,7% rispetto al 2012″. Come ripetutamente denunciato dalle Nazioni Unite, Israele è l’unico Paese al mondo in cui i minori sono sistematicamente perseguiti e processati nei tribunali militari. La quasi totalità subisce torture in carcere, abusi fisici e/o psicologici. Circa il 20% dei minori detenuti è stato tenuto in isolamento per una durata media di 10 giorni (dato DFCI).

Per quel che riguarda i feriti, secondo l’OCHA nella sola Cisgiordania 1.200 bambini sono stati feriti dalle autorità israeliane, ma anche dagli abitanti degli insediamenti. Tra i casi più atroci dello scorso anno ricordiamo Mohammed Abu Khdair, 16 anni, bruciato vivo da un gruppo di estremisti ebraici per vendicare l’uccisione dei tre ragazzi israeliani rapiti e uccisi qualche settimana prima. La vigilia di Natale un bambino di cinque anni è stato colpito sul volto da un proiettile sparato da un soldato israeliano mentre tornava da scuola verso casa, un sobborgo di Gerusalemme Est.
Nella Striscia di Gaza il 2014 stato devastante, soprattutto per i bambini. I bombardamenti della scorsa estate hanno causato la morte di oltre 500 minori e 3.374 feriti(dati UNICEF). L’ultima operazione militare israeliana, così come le precedenti, ha violato il diritto umanitario e perfino quello di guerra, avendo preso di mira ospedali, scuole, rifugi di civili. Il 16 luglio scorso sulla spiaggia di Gaza City sono stati uccisi quattro bambini, i loro corpi sono stati dilaniati da un colpo partito da una nave della marina israeliana. Le immagini dei quattro che correvano in spiaggia hanno fatto il giro del mondo.
A Gaza un bambino di otto anni ha vissuto già tre pesanti attacchi armati: Piombo Fuso nel 2008, Colonna Difensiva nel 2012 e Scudo Protettivo nel 2014. Oltra ai profondi traumi causati durante i bombardamenti, le  ci sono ulteriori fattori aggravanti, quali la lacerazione del nucleo familiare; il vagabondaggio; la dispersione e l’abbandono scolastico; la denutrizione e la dieta insalubre; la mancanza di igiene e di cure mediche; le violenze fisiche o sessuali; l’insorgere di handicap; l’uso di droghe; la criminalità minorile; lo sfruttamento lavorativo; e in alcuni casi l’arruolamento. Secondo un recente studio pubblicato su Arab Journal of Psychiatry, il 92% dei minori presenta sintomi riconducibili al Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD). Ma a differenza di altri contesti di conflitto, le terapie per i traumi da guerra indirizzate ai bambini di Gaza non riescono ad avere buon esito. A parte la ciclicità degli attacchi armati, è l’embargo la causa del fallimento di alcuni approcci terapeutici. Panos Vostanis, professore di Psicologia Infantile all’Università di Leicester, ha più volte sottolineato nei suoi studi nella Striscia: “Se un bambino vive in una casa in cui viene abusato, per farlo stare meglio si dovrebbe fare in modo di allontanarlo. Questo è il problema. A Gaza nessuno bambino può uscire per una terapia”.

Eleonora Pochi
Fonte: Nena News

30/01/13

Violenza su minori: un passato nient’affatto remoto

Il racconto-testimonianza di una “bambina di ieri” istituzionalizzata 

Quando oggi assistiamo agli innumerevoli abusi su minori, ci sdegniamo. Eppure, il perpetuare di comportamenti aggressivi verso bambini e ragazzi palesa il fatto che ancora non si è fatto abbastanza. Sono in vertiginoso aumento i casi di pedofilia, anche a causa di Internet, abusi sessuali, violenze dirette o assistite che coinvolgono i nostri bambini.  La violenza su minori, purtroppo, esiste da sempre,  in ogni angolo di mondo. E’ il più grande fardello che l’essere umano porta sulle spalle. Analizzando quella in casa nostra, basta fare un piccolo salto indietro per capire qualcosa di più in merito. Quelli immediatamente successivi al dopoguerra, erano anni in cui i minori erano esposti a qualsiasi tipo di maltrattamento e sfruttamento. Non esisteva uno straccio di normativa a tutela dell’infanzia. Tanto per citarne una, era possibile compilare un modulo per fare ufficiale richiesta di un/a minore per “utilizzarlo” come servitù in casa. Solo nel decennio degli anni ’60 si contano oltre 300 mila minori ricoverati in Istituti, che erano parte di una rete di enti ed organi i quali si sarebbero dovuti occupare di garantire assistenza ai cittadini in condizioni di disagio. La concezione di “stato di bisogno” non era quella attuale, anzi era riconducibile ad una accezione medievale del termine: “L’assistenza pubblica ai bisognosi (…) racchiude in sé un rilevante interesse generale, in quanto i servizi e le attività assistenziali concorrono a difendere il tessuto sociale da elementi passivi e parassitari”, si legge da una nota del 1968 del Ministero dell’Interno, che assumeva le funzioni di direzione e coordinamento dell’assistenza pubblica e privata. Abbiamo raccolto la testimonianza di una donna che ha passato gran parte della sua infanzia in un Istituto romano, vivendo il più grande incubo della sua vita che le ha lasciato segni indelebili.

“Poco dopo la mia nascita, i miei genitori decisero che era arrivato il momento di emigrare dalla Puglia verso Roma. Noi eravamo sei ed era sempre più complicato sfamarci tutti  nella piccola cittadina di Canosa di Puglia. Arrivammo a Roma e mio padre fortunatamente trovò un buon lavoro, ma pochi anni dopo, nel 1954, fu stroncato da un infarto proprio mentre stavamo passeggiando. Io avevo cinque anni e mia madre si era ritrovata improvvisamente sola con sei figli. Si rimboccò subito le maniche e non fu affatto facile per lei, come per tante altre donne dell’epoca rimaste vedove con molti figli. Cominciò a fare molti lavori per mantenerci e tirare avanti la baracca. Iniziò come lavapiatti fino ad arrivare ad essere impiegata all’Ufficio d’Igiene (che allora era comunale, non municipale, n.d.r.). Devo dire che prima non era come ora, alcuni posti di lavoro erano molto più accessibili, forse perché si usciva dal dopoguerra. Dovendo lavorare, mia madre delegava la più grande di noi a prendersi cura degli altri in casa. Mia sorella era la figlia più grande, ma essendo già fidanzata e comunque giovane per l’arduo incarico di accudire cinque piccoli, non badava molto a noi, meno di tutti a me, che ero la più piccola e quindi la più “impegnativa”. Non stavo bene tutto il giorno a casa con lei, volevo mia madre. Così quasi ogni giorno mi incamminavo a piedi per oltre cinque chilometri, per andarla a trovare a lavoro. Ricordo che una volta fui investita violentemente da una Vespa, che mi procurò dieci punti di sutura dei quali porto ancora i segni sulla fronte. Più d’una volta mi vide una delle direttrici dell’ufficio di mia madre, che le intimò ripetutamente di non farmi più andare sul posto di lavoro.

Voleva spiegazioni del perché andassi da sola fin lì. Dopo poco,  la signora in questione mi segnalò ai servizi sociali, se così possiamo chiamare i Servizi di allora, e, come la maggior parte dei miei coetanei membri di famiglie numerose, finii nel primo Istituto, in Via Formia a Roma. Mia madre veniva di nascosto a sbirciare dalla rete di recinzione e vedendomi sempre piangere fece del tutto per tirarmi fuori di lì, ce la fece. Riuscì a riportarmi a casa. Tornai quasi ogni giorno a farle visita a lavoro. Il part-time all’epoca non esisteva, ma comunque avrebbe dovuto lavorare a tempo pieno per sfamare tutti noi. Mia sorella mi picchiava spesso ed io preferivo incamminarmi nella lunga strada che portava all’ufficio di mia madre, anche se per qualche minuto. Fui  di nuovo segnalata ai servizi sociali, che questa volta mi affidarono ad un Istituto in zona Trastevere. Piangevo di continuo, non volevo stare lì. Subì ripetutamente maltrattamenti fisici e psicologici da più di una istitutrice. Una di loro, la Sig.na Filomena, mi disse che era per colpa mia che mio padre era morto, perché ero cattiva. Mi ricattavano dicendomi che ogni volta che avessi pianto davanti a mia madre e le avessi detto che mi maltrattavano, mi avrebbero rinchiuso nello “stanzino del buio”. Ogni volta che mi serravano lì dentro per i motivi più folli, ero letteralmente terrorizzata. Ricordo che nello stanzino c’era una statua moretto e al buio erano visibili solo gli occhi. Filomena mi picchiava con una robusta bacchetta di legno, perché piangevo ed avevo paura, quindi ero cattiva. Mi ripeteva sempre che anche mia madre mi aveva abbandonata,  non mi voleva più. Lavavo i piatti di continuo, tant’è che riporto le cicatrici dei tagli che mi procuravo quando qualche piatto si rompeva tra le mie piccole mani. Anche il momento dei pasti non era affatto facile. Mi piaceva molto il salame ed ogni volta che ci veniva servito nel piatto, nascondevo qualche fettina nelle tasche, per gustarmelo pian piano durante la giornata, quando avevo più fame. Una volta mi videro e fui massacrata di botte. Molto peggio fu la volta che Filomena scoprì delle polpette, che a me non piacevano e che avevo nascosto mesi prima in un buco nel muro. Erano ricoperte di muffa ed erano palesemente avariate. Dopo avermi picchiata, mi costrinse a mangiarle tutte. Stetti molto male quel giorno, avevo dei dolori fortissimi. Ero veramente disperata, anche se molto piccola, e col senno di poi, posso dire che se la situazione sarebbe rimasta così per molto più tempo, sarei indubbiamente impazzita.

Nel periodo natalizio, alcuni rappresentanti istituzionali venivano a farci visita, portandoci dei doni. Appena si congedavano, i regali ci venivano tolti e restituiti giusto per qualche minuto l’anno successivo, nel momento delle visite istituzionali, per far sembrare che ci concedevano di giocare. Dopo qualche anno Filomena andò via dall’Istituto e poco dopo venne Roberta.  Passavo giornate intere sotto un albero di datteri nel giardino dell’Istituto, chiusa nella mia tristezza. Nonostante ciò, ogni volta che mia madre mi veniva a trovare io dicevo che andava tutto bene perché mi riecheggiavano in testa le minacce di Filomena. Roberta suonava il pianoforte e a me piaceva ascoltarla, così col passare del tempo mi avvicinai a lei, che fu la mia salvezza. Mi spiegò che non ero stata la causa della morte di mio padre, tanto meno mia madre mi aveva abbandonata perché non mi voleva più. Mi fece partecipare ad alcune recite, aiutandomi a farmi tornare la voglia di vivere che troppo presto quell’ambiente aveva spento. Mi sentivo utile e amata da qualcuno, non ero più quella cattiva che tutti dovevano trattar male. Sono stata in Istituto fino all’età di 10 anni. Tornai finalmente a casa, in un nucleo familiare che non mi apparteneva più, mi sentivo un estranea dopo tanti anni d’assenza. Ci volle parecchio tempo prima che riuscì ad affezionarmi di nuovo a mia madre. Ero stata convinta per molti anni che mi avesse abbandonata. Col tempo capì che non era vero, che invece mi voleva un gran bene…ma molti dei disturbi che mi avevano procurato in Istituto persistevano. Ricordo che mi si ruppe un bicchiere in casa e mi affrettai a racimolare i vetri a mani nude per nasconderli meticolosamente, terrorizzata dalla possibilità di essere punita. Avevo paura di quasi tutto, ero molto ansiosa e anche crescendo la mia vita è stata sempre segnata da una paura inconscia. Andai alle scuole medie, mi fidanzai e poi mi sposai. Nei primi anni di matrimonio io e mio marito non riuscivamo ad avere un bambino. Incontrai per caso Renata, una psicoterapeuta  della mia età che abitava poco distante da casa mia. Entrai in terapia e grazie a lei riuscì a mettere a tacere per sempre gran parte delle mie paure. Oggi ho 63 anni, tre figlie e quattro bellissimi nipotini che mi riempiono d’affetto”.

Eleonora Pochi

01/12/10

Myanmar: Più di 100mila bambini affamati

A neanche due anni di distanza dall'uragano Nargis, la Birmania è tornata a patire gli effetti devastanti delle violente calamità naturali che non sembrano avere tregua. I dati raccolti parlano di quasi mezzo milione di sfollati.

Venerdì 22ottobre il ciclone Giri si è abbattuto sulla costa occidentale del Myanmar, in Birmania. Le cifre sono ancora approssimative, fino ad ora sono più di 400.000 bambini e adulti colpiti dalla catastrofe. Nello specifico, oltre 100.000 bambini sono affamati e senza casa.“Temiamo che centinaia di bambini possano esser stati feriti o smarriti – spiega Save the Children - o separati dai loro genitori. Migliaia di persone hanno perso le loro case e le nostre squadre operative sul campo riferiscono che intere isole sono state distrutte.”
Scuole, case e, in alcuni casi, interi villaggi sono stati spazzati via.
Una delle principali preoccupazioni è l'accesso all'acqua potabile perché i pozzi sono stati distrutti.
Save the Children punta a raggiungere 80.000 persone nelle prossime settimane con cibo, acqua, sali per la reidratazione orale, compresse per purificare l'acqua e coperte.

Da Ginevra l'Onu ha riferito che dal 22 al 23 ottobre, l'uragano tropicale Giri ha causato 45 morti ed almeno 10 dispersi. Secondo l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu(OCHA), la zona occidentale del Myanmar è stata la parte più gravemente colpita dall'uragano, interessando 400mila abitanti, 80mila dei quali sono rimasti senza casa. Ad oggi, si contano 15mila abitazioni distrutte dall'uragano. Il World Food Programme(PAM), la Food and Agricolture Organization(FAO), Save the Children e molte altre organizzazioni hanno iniziato da giorni la distribuzione degli alimenti e forniscono assistenza ai superstiti coinvolti nella catastrofe.L'uragano Giri, sarebbe stato classificato a 4/5 della scala Saffir-Simpson e, se fosse capitato nell'Atlantico – spiegano i meteorologi - sarebbe stato più forte dell'uragano Nargis, che nel 2008 colpì la Birmania, causando 130mila morti. Secondo l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu, invece, la tempesta sarebbe stata più forte dell'uragano Nargis, ma s'è riuscito ad evitare le migliaia di morti del 2008 grazie alla tempestiva azione preventiva d'evacuazione intrapresa dalla Croce Rossa.
A differenza della precedente catastrofe, ci sarebbe inoltre una maggiore apertura da parte del governo del Myanmar verso l'arrivo di aiuti internazionali. Agli operatori umanitari di Ong e agenzie Onu pertinenti, è stato concesso quasi da subito l'ingresso nelle aree devastate. “La popolazione birmana patirà una grave carestia alimentare – aggiunge Save the Children – in tutta l'area colpita dall'uragano, per almeno sei mesi.”

Eleonora Pochi
Fonte: http://www.vocelibera.it/
Pics: Save the Children

09/11/10

NIGERIA: il piombo stermina oltre 400 bambini

E' stata la ricerca manuale e artigianale dell'oro a provocare l'avvelenamento di interi villaggi, oltre 18.000 contagiati, i più colpiti sono donne e bambini.


Dall'inizio dell'anno, nella regione settentrionale di Zamfara, sono state contaminate – secondo dati ONU – almeno 18.000 persone, e la situazione tende ad aggravarsi. Già dal mese di Marzo era stato osservato un eccesso di decessi e malattie nello Stato di Zamfara, e le indagini condotte avevano identificato la causa nell'avvelenamento da piombo e mercurio legato all'estrazione dell'oro artigianale.
E' stato rilevato in seguito, che la maggior parte delle falde acquifere, nelle quali si lavorava per la ricerca dell'oro, sono contaminate dalla presenza di metalli pesanti che infettano ambiente ed esseri umani.
Gli uomini estraggono i minerali altamente contaminati a mani nude, li portano a casa per selezionare minuziosamente i metalli preziosi da ciò che è stato raccolto, e per pulirli dalla sabbia, e spesso quest'attività è svolta da donne e bambini. Ma i bambini hanno un sistema immunitario notevolmente più debole degli adulti, quindi sono i primi ad essere avvelenati dal materiale nocivo, che comporta anemia, debolezza muscolare, danni irreversibili al cervello e nei casi più gravi porta alla morte.
Considerando che la quasi totalità degli abitanti dei villaggi di Zamfara e dintorni praticano la ricerca dell'oro come primaria fonte, o meglio speranza di reddito, il bilancio dell'epidemia è sconcertante. Migliaia di persone sono a rischio, oltre 18.000 già contagiate in sette villaggi esaminati. Si parla di oltre 400 bambini al di sotto dei cinque anni uccisi dall'avvelenamento, 500 sarebbero tenuti sotto stretto controllo dall'intervento tempestivo di Medici senza Frontiere, che denuncia: “L' individuazione di altri due villaggi inquinati sembra indicare che la contaminazione da piombo nei villaggi dello Stato di Zamfara sia un problema molto più ampio di quanto stimato in un primo momento”. Il processo di bonifica dei luoghi contaminati non può essere portato a termine nel breve periodo. Prevede la rimozione del suolo inquinato e lo studio delle aree limitrofi, che risulterebbero essere contaminate dal piombo a macchia d'olio. L'operazione è curata dall'agenzia ambientale Terragraphics.


Fonte: http://www.vocelibera.it/


Eleonora Pochi

30/09/10

Non basta un mondiale di calcio


Alla cerimonia di chiusura, Mandela è sceso in campo con gli occhi lucidi dall’emozione, per salutare gli 80mila tifosi presenti nel Soccer City Stadium di Johannesburg. Un uomo che ha richiamato l’attenzione al vero Sudafrica. Che non è vuvuzuela è delinquenza, ma la terra dove un popolo intero ha sconfitto l’Apartheid.

Johannesburg, 11 giugno 2010, ore 16.10: fischio d’inizio della FIFA World Cup 2010. Milioni di persone, luci, riflettori e telecamere sintonizzate sui dieci stadi sudafricani, che hanno ospitato le 32 squadre protagoniste di questo campionato. La canzone ufficiale è stata “Waka Waka (This time for Africa)”. Ma è tempo per Africa?
Un mondiale di calcio può cambiare l’Africa? Forse si voleva scimmiottare il mondiale di rugby del 1995, che vide il trionfo del Sudafrica e l’abbattimento dell’apartheid. Il ricordo più bello di questi mondiali, che rimarrà nei cuori di tutti, è stato il sorriso di Nelson Mandela. Dopo la chiusura di Shakira, fuochi d’artificio e festeggiamenti per la vincita della Spagna, Mandela scende in campo, con gli occhi lucidi dall’emozione, per salutare gli 80mila tifosi presenti nel Soccer City Stadium di Johannesburg. Un uomo che ha richiamato l’attenzione al vero. Il Sudafrica non è vuvuzuela e delinquenza, e Mandela ricorda al mondo proprio questo. È il paese che ha sconfitto l’apartheid, un popolo straordinario pieno d’amore e di speranza. Alla resa dei conti è il calcio che ha perso. Si pubblicizzava questo mondiale come fosse l’occasione per riscattare tutti i mali inflitti al Sudafrica, forse perché noi occidentali volevamo metterci un po’ a posto con la coscienza. Pareva quasi che la Fifa si fosse trasformata in Cri!


Diritti umani
Secondo Amnesty International, poco tempo prima dell’inizio del Campionato mondiale di calcio, sono aumentate notevolmente le operazioni di polizia contro venditori ambulanti, senza tetto, rifugiati o migranti che vivono in insediamenti informali. Per mano della polizia sono state effettuate irruzioni, arresti arbitrari, maltrattamenti, estorsioni e distruzioni di baraccopoli. Tutto senza preavviso né predisposizione di un alloggio alternativo adeguato o risarcimento, in completa violazione delle leggi nazionali che proibiscono lo sgombero coatto in qualsiasi circostanza. A questo punto ci si chiede quale sia la carta che ha legittimato e legittima queste operazioni. È il regolamento derivante dalle norme Fifa, istituito per soddisfare i requisiti richiesti dalla Federazione sportiva nelle città sedi dei mondiali. Chi viola un regolamento rischia fino a sei mesi di carcere oppure, nell’ipotesi migliore, una multa di circa 1.100 euro. Gli stessi regolamenti, prevedono l’uso massiccio di risorse per garantire la protezione dei visitatori e si teme di un abuso della forza
contro presunti criminali, in modo non conforme agli standard del diritto umanitario e internazionale. Inoltre l’impiego concentrato delle forze di polizia, riduce e ridurrà di riflesso la sicurezza e l’incolumità dei cittadini sudafricani, specialmente di quelli che vivono nei quartieri più poveri dove la prevenzione del crimine costituisce già una seria sfida. Calato il sipario sui mondiali, sembra che sia in atto una vera e propria fuga di immigrati dal Sudafrica minacciati di violenze xenofobe dagli abitanti del paese. È stato detto loro: “Dovete andarvene immediatamente dopo la Coppa del Mondo” secondo quanto riportano alcuni quotidiani africani. Disoccupazione e disuguaglianze Il Sudafrica presenta un tasso di disoccupazione perennemente alto, una diseguale distribuzione del reddito, con un’elevata concentrazione della ricchezza nelle poche tasche dei più fortunati. Un altro problema strutturale del paese è la carenza di infrastrutture e servizi di base, che porta alla morte sempre più persone. Le spese sostenute dal governo per organizzare la World Cup hanno sicuramente creato alcune opportunità temporanee di lavoro e migliorato il servizio di trasporto pubblico, tuttavia dalle comunità povere continuano a denunciare che la maggioranza dei cittadini è stata ed è totalmente esclusa dai benefici derivanti dall’organizzazione dei Mondiali di calcio di quest’anno. “I requisiti stabiliti dalla normativa Fifa, che prevedono ampie zone di esclusione in cui non sono consentite attività economiche informali, – afferma Amnesty International - sono visti come particolarmente dannosi nel contesto di un paese in cui ampia parte della popolazione basa la propria sopravvivenza sui proventi dell’economia informale”. Nonostante l’impegno del governo sudafricano nella lotta alla povertà e all’Hiv, c’è bisogno della stessa determinazione mostrata nella preparazione dei Mondiali di calcio per superare le difficoltà relative ai trasporti e tutti gli altri ostacoli.

C’è bisogno inoltre di un serio impegno contro il proliferare del traffico di minori (il Sudafrica è una delle mete più ambite per il turismo sessuale). Alcune Ong locali hanno segnalato che in questi ultimi mesi il movimento di ragazzini non accompagnati lungo il confine è notevolmente aumentato. “La frontiera di Ressano Garcia è un ‘colabrodo’ dove ogni giorno i trafficanti portano dal Mozambico in Sudafrica centinaia di bambini e bambine - denunciano le Ong promotrici della campagna ‘Tutti in campo contro il traffico dei bambini’ - l’attrazione per le opportunità offerte dai Mondiali è irresistibile, specie per chi vive in condizioni precarie”. Il Sudafrica ha fatto molti passi in avanti nella legislazione per la difesa dei diritti dei bambini, ma non è ancora stata approvata la legge specifica per la prevenzione e la lotta contro il traffico di esseri umani. Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha rilasciato varie dichiarazioni sui rischi di traffico di minori durante la Coppa del Mondo, incitando genitori e tutori a non perdere di vista i bambini durante le lunghe vacanze scolastiche stabilite per il grande evento calcistico. “Le scuole sono state chiuse per ridurre il rischio di traffico – dichiara Joan van Niekerk di Childline South Africa - tuttavia il 70% dei bambini fanno affidamento sui pasti dati a scuola. In Sudafrica ci sono milioni di bambini affamati senza una famiglia alle spalle e i depliant contro il traffico non significano assolutamente niente per chi ha fame. Più importante è lavorare sul campo con interventi di prevenzione del traffico, puntando su istruzione e sviluppo”. A suon di “Waka Waka - This time for Africa” minori, sfollati, poveri ed immigrati si trovano ancora a fare i conti con il lato ignoto di questi mondiali. Non basta di certo una bella canzone e qualche bella pubblicità per cambiare la situazione africana. Conta quello che di vero c’è dietro queste azioni. È davvero tempo per l’Africa?

Eleonora PochiFonte: Solidarietà Internazionale

Bambini senza voce

Lo sfruttamento minorile impiega bambini per lavoro nero, prostituzione, spaccio di droga, mafie, servaggio, adozioni illegali, traffico di organi, guerra, abusi sessuali. Anche l’Italia non ne è indenne


Chi è un bambino e che ruolo ha nella società?
Il mondo intero dovrebbe chiederselo, perché è evidente che non sa più investire sulla sua maggiore risorsa, i bambini, o forse fa finta di nulla mentre l’infanzia viene pian piano annientata. Lo scandalo della violazione dei diritti fondamentali dei bambini rappresenta  un vergognoso comune denominatore di tutte le società, povere e ricche, dai piccoli orfani haitiani, ai bambini colpiti da mille forme di violenza e abusi nei paesi industrializzati.
I soldatini di piombo
Più di due milioni di bambini ogni anno sono vittime di traffico a scopo di sfruttamento. Di questi, circa 250mila sono utilizzati nei conflitti armati. Tutti i bambini soldato porteranno nella loro vita ferite psicologiche difficili da rimarginare. Nel 1997 Susan, una ragazzina ugandese, dichiarò all’Human Right Watch: “Un ragazzo cercò di scappare dai ribelli, ma lo presero. Le sue mani erano legate e loro ci chiesero di ucciderlo. Mi sentii male. Lo conoscevo da prima. Venivamo dallo stesso villaggio. Rifiutai di ucciderlo e mi dissero che mi avrebbero sparato. Mi puntarono contro un fucile, così dovetti farlo. Il ragazzo mi chiese: ‘Perché lo fai?’, risposi che non avevo scelta. Dopo che lo uccidemmo, ci fecero bagnare le braccia nel suo sangue. Dissero che dovevamo farlo, così non avremmo più tentato di scappare. Ancora sogno quel ragazzo del mio villaggio che ho ucciso. Lo vedo nei miei sogni e lui mi parla e dice che l’ho ucciso per niente. E io piango”. A parlare è Susan, 16 anni, rapita dall’LRA (Lord’s Resistance Army, organizzazione guerrigliera ugandese). L’essere stati testimoni, o l’aver essi stessi commesso atrocità, avrà serie conseguenze non solo nella loro vita, ma nell’intero tessuto sociale in cui sono inseriti. Lo sfruttamento minorile impiega bambini per lavoro nero, prostituzione, spaccio di droga, mafie, servaggio, adozioni illegali, traffico di organi, guerra, abusi sessuali, ecc. Ogni giorno in Sudafrica sono 30mila i bambini in vendita, acquistabili dai gestori di bordello per neanche 100 euro. Le loro prestazioni hanno un valore medio di 3 euro.
Convenzione si, Convenzione no?
Lo scorso anno la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ha compiuto vent’anni. È il trattato più ratificato al mondo: sono 193 gli Stati firmatari (Stati Uniti e Somalia esclusi). “Dal 1990 ad oggi si sono registrati progressi notevoli negli ambiti della sopravvivenza dell’infanzia: il tasso di mortalità sotto i cinque anni è diminuito da 90 a 65 decessi su 1.000 nati vivi – dichiara l’Unicef - tuttavia i risultati non ci devono illudere. Si sarebbero fatti maggiori progressi se ai bambini, le bambine e gli adolescenti fosse stata data priorità nelle politiche e nei bilanci, oltre che nelle dichiarazioni d’intenti”. Se i governi non s’impegnano attivamente con politiche adeguate, la convenzione rimarrà un insieme di solenni principi. Basti pensare che in Iran, nonostante il paese abbia ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia, s’impiccano bambini per reati quasi inesistenti: presunta omosessualità, per esempio. Dal gennaio 1990 al dicembre 2007, secondo Amnesty International, il paese che ha giustiziato a morte più minori è l’Iran con 28 condanne, sorprendentemente seguito dai “democratici e civili” Stati Uniti d’America, con 19 sentenze a morte di minori. Il nostro Bel Paese non condanna a morte, ma fa la sua parte. L’Italia è al primo posto in Europa per domanda all’estero di sesso con minori. Sono circa 80mila i maschi italiani che ogni anno si recano in paesi stranieri — prima meta il Brasile — con questa finalità.
La situazione italiana
Chi credeva che l’Italia fosse un paese a misura di bambino si sbagliava. Ci sono dati statistici che dimostrano l’insuccesso della panacea. I casi d’abuso e maltrattamento di minori sono in costante aumento. La maggior parte degli abusi avviene nelle mura domestiche: 2.500 sono i casi d’abuso denunciati alla procura dagli ospedali, ed il 56% delle fratture riportate da piccoli con meno di un anno d’età non è accidentale. Per quanto riguarda la prevenzione del maltrattamento, l’Italia non ha ancora recepito la raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dello studio delle Nazioni Unite sulla violenza sui bambini, che prevede l’adozione di un piano nazionale di azione per prevenirla. Chi di voi non ricorda le immagini agghiaccianti delle maestre dell’asilo “Cip Ciop”? I piccoli erano picchiati, costretti a stare immobili, in silenzio, e addirittura a mangiare il cibo vomitato. Non è da meno il caso più recente dell’asilo di Ferrara: un bimbo di sei anni lasciato nudo in mezzo alla classe, colpito dai compagni come punizione alla sua marcata vivacità. E l’asilo di Rignano Flaminio? Quanti casi d’abusi soffocati silenziosamente dalla paura di raccontare? Troppi.
I diritti dei bambini
Per capire tutto questo è fondamentale analizzare il ruolo che un bambino riveste in una società moderna. Cominciamo col dire che i bambini non fanno parte dell’elettorato, e di conseguenza ai governi poco importa di soddisfare i loro interessi perché il non soddisfacimento degli interessi dell’infanzia non comporta loro una perdita di voti. Supponiamo che un governo si trovi a decidere se finanziare un programma d’assistenza per il recupero di minori abusati o abbellire le città con fiorellini colorati. Cosa sceglie? Opta, nella maggior parte dei casi, per le belle piantine e credo sia superfluo spiegare il perché. I minori in condizione di povertà relativa sono in Italia 1.728.000, dei quali il 61,2% ha meno di undici anni, e per il 72% si concentrano nel Mezzogiorno. Nel nostro paese mancano fondamentali misure di attuazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia (CRC), come ad esempio il Piano Nazionale dell’infanzia. Sia la CRC che la legge 451/1997 prevedono la programmazione di linee strategiche fondamentali che il governo dovrebbe perseguire al fine di sviluppare una politica per l’infanzia e l’adolescenza in linea con i principi internazionali. Molti di voi non sapevano dell’esistenza del suddetto documento? Don’t be scared, non ne sa granchè neanche la nostra classe dirigente. Dal 2004, nonostante le raccomandazioni dal comitato Onu, l’Italia è priva del Piano Nazionale dell’Infanzia. Il Cipsi ha sottoscritto il documento “Batti il Cinque!” e aderito alla campagna per sollecitare il governo affinché si arrivi in breve tempo all’approvazione del nuovo Piano nazionale Infanzia e Adolescenza, affinché i diritti e la voce dei bambini assumano quel ruolo di rilievo che dovrebbero avere. “Sono a rischio di discriminazione particolari gruppi di minori, come i minori migranti e i minori residenti in regioni meno ricche. Non adeguatamente tutelato è il diritto alla partecipazione dei bambini e l’ascolto in particolare nell’ambito dei procedimenti giudiziari dove i minori sono spesso coinvolti”, spiega il rapporto di monitoraggio sulla condizione dell’infanzia del gruppo CRC, un network di 86 Ong.
E i minori stranieri?
La discriminazione dei minori stranieri in Italia è una delle conseguenze della guerra agli extracomunitari adulti scaturita da un latente sentimento razzista annidato tanto nella società civile, quanto tra i politicanti. La tendenza all’individualismo sarà accentuata dalla crisi, come dice qualcuno, ma è alimentata pure da un’informazione insufficiente e distorta, e da una politica della paura. Alla domanda “Perché tutto questo?” Mauro Borghenzio, Lega Nord, risponde: “I padri devono capire che se vengono a procreare qui da noi, gli effetti ricadono sui figli”. Bisognerebbe ricordarsi che fino a cinquant’anni fa eravamo noi gli immigrati che, in cerca di speranze, lasciavano la loro terra e sbarcavano in quella degli “altri”. La storia ci insegna che odio e non tolleranza portano allo sfacelo. Gli italiani dovrebbero ricordare bene lo sfacelo. A qualcuno però sfugge. A Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, una bambina nigeriana di tredici mesi è stata lasciata morire in ospedale perché non aveva la tessera sanitaria. Ho sempre pensato che tutti i medici avessero la missione di salvare vite umane, invece c’è chi salva solo gli italiani. E così, Rachel muore dopo un’agonia di 28 ore. I genitori la portano al pronto soccorso perché accusa dolori fortissimi allo stomaco ed è in preda a violenti attacchi di vomito, ma una volta arrivati non vogliono né visitarla né tanto meno ricoverarla. “Non ha la tessera sanitaria” dicono. Il padre si agita ed arrivano i carabinieri che convincono i medici a ricoverare la bimba. Nessuno la visita fino al pomeriggio del giorno seguente. Rachel non si sveglierà mai dal sonno notturno. È vergognoso che accadano queste cose. Quale mondo si lascia all’infanzia?
Togli un posto a tavola che c’è un nemico in più
Il mese scorso in una scuola di Montecchio Maggiore (Vicenza) per 9 bimbi, 7 italiani e 2 stranieri, la mensa passa solo pane e acqua perché i genitori non hanno versato la retta. Un bimbo con primo, secondo e contorno seduto vicino all’altro col panino e una bottiglietta d’acqua. Tra i bambini dovrebbe sussistere un ambiente il più possibile paritario per non generare discriminazioni, ma non tutti la pensano così. Milena Cecchetto, sindaco leghista di Montecchio Maggiore, ha commentato: “Le regole sono regole per tutti e vanno rispettate. Il mondo non può essere dei furbi”. I bambini non sono furbi, ma innocenti, e in quanto tali andrebbero lasciati fuori dalla politica. Ma anche su questo, ahimè, non tutti la pensano così. Molte sono state le reazioni alla vicenda: dalla Caritas ai partiti politici, alle associazioni che chiamano alla mobilitazione “per una vicenda che viola la Costituzione e la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia”, c’è chi chiede lo scioglimento dell’amministrazione comunale, oppure una settimana a pane e acqua per il sindaco come punizione simbolica.
La vicenda di Adro
Stessa storia, anzi peggio, ad Adro, un paesino di oltre seimila abitanti in provincia di Brescia. Qui il sindaco aveva deciso di escludere dal servizio mensa di una scuola elementare 24 bambini (la maggior parte stranieri), le cui famiglie non avevano pagato la retta. Come la manna dal cielo è arrivato al municipio di Adro, accompagnato da una lettera, un assegno di 10mila euro spedito da un generoso imprenditore bresciano per saldare il debito contratto dalle famiglie in questione. Il paradosso è che contro la buona azione del nobil-cittadino è insorto un paese intero: “O pagano tutti la mensa, oppure tutti non la pagheranno!”. Pubblichiamo a seguire alcuni stralci della lettera scritta da Silvano Lancini (il caso ha voluto che l’imprenditore e il sindaco di Adro siano omonimi). “Nemmeno le bestie – replica Ousmane Condè, originario della Guinea, cittadino italiano da pochi mesi - si comportano così e affamano i loro cuccioli”. I cittadini di Adro hanno reso un’immagine dell’Italia che neanche il bicarbonato mi ha fatto digerire. Fomentati dal rispettivo sindaco, fieri della loro intolleranza, sembrava non importasse loro che si parlasse di dar da mangiare a dei bambini un tozzo di pane; erano accecati da un inspiegabile sentimento ripulsivo. Penso ai 9 bambini dalla mensa di Montecchio e ai compagni seduti vicino che, senza se e senza ma, offrivano loro forchettate di pasta. È proprio questo che noi grandi dobbiamo imparare dai bambini.


Eleonora Pochi


“Tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano”
 (Il piccolo principe di Antonine-Marie-Roger de Saint-Exupèry)