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14/02/15

Palestina, l’hip hop per superare esclusione sociale e discriminazione

"Hip hop smash the wall” è un progetto portato avanti da Assopace Palestina.

Un’iniziativa che attraverso l’hip hop mira a favorire l’empowerment dei giovani e che rappresenta una delle molte strategie attraverso cui l’Associazione si impegna per il superamento di ogni forma di esclusione sociale e discriminazione. In Palestina l’hip hop riesce ad abbattere molti più muri di quanto si pensi, permettendo ai ragazzi di sviluppare un particolare senso critico della realtà che li circonda.

“Hip hop smash the wall” vuole supportare anche l’aggregazione dei giovani palestinesi, divisi da checkpoint, dal muro di separazione, dai regolamenti militari e da decine di prassi discriminatorie. Una delle ultime è la misura decisa dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, in base alla quale gli operai palestinesi dei Territori Occupati non potranno viaggiare sugli stessi autobus dei coloni israeliani.

L’hip hop inteso come movimento culturale ha contribuito a sviluppare, dapprima in America e poi in giro per il mondo, una coscienza collettiva, un rifiuto consapevole delle discriminazioni razziali, di classe sociale e di sesso che fa perno sul riscatto personale e sociale delle fasce deboli, o meglio indebolite, della popolazione. Per questo quando ci si trova in condizioni di disagio l’hip hop fiorisce nella sua massima essenza.

Oltre a rappresentare un filone di pensiero, l’hip hop rappresenta un potente strumento per esprimere sé stessi attraverso le quattro discipline che lo compongono (Mcing, Djing, Bboying, Writing).

Ahmad, un giovane proveniente da Askar Camp, un campo profughi vicino Nablus, ha raccontato:

“Quando faccio graffiti sento come se potessi parlare con il muro e trasmettere un messaggio alla gente, attraverso il writing sento di poter esprimere davvero e fino in fondo me stesso”.
Ma “Hip hop smash the wall” in realtà racchiude molti muri da sfondare. Come quello degli stereotipi che aleggiano sul popolo palestinese. Terrorista o vittima. Prima di tutto esseri umani. E questo è un imperativo non solo per questo progetto, ma per tutto il lavoro di Assopace Palestina, che da spazio ad una visione diversa dei palestinesi. Basti pensare al supporto fornito al Freedom Theatre di Jenin, una splendida forma di resistenza senz’armi. In accordo con i fondatori del teatro di Jenin, anche noi “crediamo che le arti abbiano un ruolo cruciale per la creazione di una società libera e sana”.

Il fulcro di “Hip Hop smash the wall” sono le relazioni umane, fondate sui presupposti dell’empatia e la voglia di cambiamento. Dopo la prima fase del progetto, che ha visto una delegazione di artisti hip hop volare a Ramallah, si è formata per spontanea volontà dei partecipanti una grande crew, una famiglia italo-palestinese.

“Sono passati due mesi da quando abbiamo realizzato le attività insieme ai ragazzi italiani – racconta Ameer, un Bboy, ossia un ballerino hip hop, di Nablus – eppure stiamo sempre a pensarci. Nonostante l’Italia e la Palestina abbiano ovviamente culture diverse, ci sentivamo appartenere ad una famiglia unita e compatta. Questo è l’hip hop. Abbiamo realizzato un liveshow a distanza con Gaza e ho avuto l’opportunità di ballare nello stesso istante e sulle stesse note dei Bboys di Gaza, che a causa delle restrizioni non ho avuto modo di incontrare. Eravamo su quel palco, palestinesi ed italiani ed abbiamo sfondato tutti i muri. E non è finita qui, ci incontreremo di nuovo”.
Ameer e gli altri Bboys hanno realizzato questa videoclip qualche settimana dopo la fine della prima sessione di attività.Ospitiamo oggi un articolo di Eleonora Pochi su “Hip hop smash the wall”, un progetto di Assopace Palestina.

“Hip hop smash the wall” è un progetto portato avanti da Assopace Palestina.

Un’iniziativa che attraverso l’hip hop mira a favorire l’empowerment dei giovani e che rappresenta una delle molte strategie attraverso cui l’Associazione si impegna per il superamento di ogni forma di esclusione sociale e discriminazione. In Palestina l’hip hop riesce ad abbattere molti più muri di quanto si pensi, permettendo ai ragazzi di sviluppare un particolare senso critico della realtà che li circonda.

“Hip hop smash the wall” vuole supportare anche l’aggregazione dei giovani palestinesi, divisi da checkpoint, dal muro di separazione, dai regolamenti militari e da decine di prassi discriminatorie. Una delle ultime è la misura decisa dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, in base alla quale gli operai palestinesi dei Territori Occupati non potranno viaggiare sugli stessi autobus dei coloni israeliani.

L’hip hop inteso come movimento culturale ha contribuito a sviluppare, dapprima in America e poi in giro per il mondo, una coscienza collettiva, un rifiuto consapevole delle discriminazioni razziali, di classe sociale e di sesso che fa perno sul riscatto personale e sociale delle fasce deboli, o meglio indebolite, della popolazione. Per questo quando ci si trova in condizioni di disagio l’hip hop fiorisce nella sua massima essenza.

Oltre a rappresentare un filone di pensiero, l’hip hop rappresenta un potente strumento per esprimere sé stessi attraverso le quattro discipline che lo compongono (Mcing, Djing, Bboying, Writing).

Ahmad, un giovane proveniente da Askar Camp, un campo profughi vicino Nablus, ha raccontato:

“Quando faccio graffiti sento come se potessi parlare con il muro e trasmettere un messaggio alla gente, attraverso il writing sento di poter esprimere davvero e fino in fondo me stesso”.
Ma “Hip hop smash the wall” in realtà racchiude molti muri da sfondare. Come quello degli stereotipi che aleggiano sul popolo palestinese. Terrorista o vittima. Prima di tutto esseri umani. E questo è un imperativo non solo per questo progetto, ma per tutto il lavoro di Assopace Palestina, che da spazio ad una visione diversa dei palestinesi. Basti pensare al supporto fornito al Freedom Theatre di Jenin, una splendida forma di resistenza senz’armi. In accordo con i fondatori del teatro di Jenin, anche noi “crediamo che le arti abbiano un ruolo cruciale per la creazione di una società libera e sana”.

Il fulcro di “Hip Hop smash the wall” sono le relazioni umane, fondate sui presupposti dell’empatia e la voglia di cambiamento. Dopo la prima fase del progetto, che ha visto una delegazione di artisti hip hop volare a Ramallah, si è formata per spontanea volontà dei partecipanti una grande crew, una famiglia italo-palestinese.

“Sono passati due mesi da quando abbiamo realizzato le attività insieme ai ragazzi italiani – racconta Ameer, un Bboy, ossia un ballerino hip hop, di Nablus – eppure stiamo sempre a pensarci. Nonostante l’Italia e la Palestina abbiano ovviamente culture diverse, ci sentivamo appartenere ad una famiglia unita e compatta. Questo è l’hip hop. Abbiamo realizzato un liveshow a distanza con Gaza e ho avuto l’opportunità di ballare nello stesso istante e sulle stesse note dei Bboys di Gaza, che a causa delle restrizioni non ho avuto modo di incontrare. Eravamo su quel palco, palestinesi ed italiani ed abbiamo sfondato tutti i muri. E non è finita qui, ci incontreremo di nuovo”.
Ameer e gli altri Bboys hanno realizzato questo videoclip qualche settimana dopo la fine della prima sessione di attività.





Eleonora Pochi 

08/10/13

Street art in Palestina: la lotta di chi impugna uno spray

Hamza Abu Ayyash, classe ’81, è uno street artist che vive a Ramallah, in Cisgiordania. “Ho cominciato verso i 12 anni. Inizialmente mi limitavo ad imprimere la mia tag su un muro, con il passare degli anni ho deciso di prestare più attenzione ai graffiti, migliorandomi quotidianamente. E’ per questo che ho studiato belle arti all’An-Najah National University, nella città di Nablus”.

Hamza ha le idee molto chiare. Supporta con la sua professionalità la causa palestinese, in particolare denunciando la questione dei prigionieri civili nelle carceri israeliane. Gli chiedo se hai mai dipinto sul muro di separazione e mi colpisce la sua profonda osservazione: “Non credo che sia positivo fare graffiti sul muro di separazione. Sono contro qualsiasi iniziativa artistica sul muro perché dovrebbe rimanere così com’è, brutto. Quando si fanno degli artwork sul muro in un certo senso è come se si accettasse la sua esistenza. Non ho niente a che fare con me quel muro, è stato costruito contro la nostra volontà. E’ una gabbia che ci tiene intrappolati. E non si può neanche paragonare al muro di Berlino, perché questo è il muro dell’apartheid, non un muro costruito tra due parti della stessa nazionalità”. Hamza spiega che in Palestina l’uso di vernice e spray sul muro proviene da lontano: “I primi graffiti palestinesi sono apparsi nel 1950 in Libano, nel campo profughi Ain El Helwe per mano di un giovane ragazzo che è diventato il più famoso vignettista palestinese, Naji Al Ali. Cominciò a rappresentare sulle pareti del campo la sua speranza di ritornare in Palestina, di liberare il suo Paese dall’oppressione. Tornò a disegnare nel 1987, durante la prima Intifada, per diffondere quelle notizie che non arrivavano al popolo palestinese, poiché preventivamente censurate da Israele. Tutt’oggi i graffiti in Palestina hanno un carattere più politico che artistico”. Naji Al Ali è, tra le altre cose, l’inventore dell’ Handala, divenuta simbolo della lotta non-violenta portata avanti dal popolo palestinese. “L’Handala è “nata” nel 1969 in Kwait” ricorda Hamza. Quel piccolo con le spalle al pubblico, poichè lo sguardo è sempre rivolto alla Palestina.

Per quanto riguarda l’hip hop, l’artista racconta di avere molti amici MC e di aver collaborato e collaborare 
ad oggi con molti di loro. “I Graffiti intesi come ‘hip hop’ sono nati da qualche anno. Sai che l’hip hop in Palestina è giovane, si sta diffondendo a macchia d’olio, ma si è radicato da qualche anno”. Nei mesi scorsi Hamza è stato molto attivo, dipingendo numerose mura in merito ai prigionieri palestinesi. Li raffigura quasi sempre forti e senza volto. La sua tag è “7mz” e qualche volta “Crazy Horse”. Hamza ha cominciato a fare tatuaggi dallo scorso febbraio. Ci tengo a mostrargli il murales “Free Palestinese” – scritto in arabo – realizzato lo scorso anno a Roma da writers italiani e gazawi , in occasione dell’incontro con il convoglio “Vik to Gaza”. Mi chiede: “Ricordi la t-shirt che Vittorio usava indossare, che raffigurava una corona di spine? Quel disegno lo ho realizzato io”. Mi rendo conto che il mondo è grande, ma l’umanità riesce sempre a trovare un modo per incontrarsi. Come se certe persone fossero tasselli di un puzzle incantevole ma dannatamente raro, che se capti la giusta frequenza hai la fortuna di trovarle. E parlandoci scopri che sei stata attratta dalla loro energia poiché fanno parte della cricca che tenta di “restare umani” costi quel che costi. Chiedo ad Hamza cosa rappresenta quel disegno: “Sta a significare‘Gaza sempre nella mia mente’. Ho ancora qualche maglia. Te ne conservo una per quando tornerai in Palestina”.



Eleonora Pochi
Fonte: Moodmagazine

30/09/11

“Existence is Resistance”, due giorni al fianco della Palestina

Dibattiti, musica e documentari sul popolo più ingiustamente tormentato al mondo accompagneranno le giornate del 30 settembre e 1 ottobre a Roma

Una due giorni intensa che offre reale informazione e intrattenimento di qualità, quella organizzata dal Csoa Forte Prenestino, la rete Free Palestine Roma e il movimento Existence is Resistance. Nella giornata di venerdì 30 settembre, presso la Facoltà di Lettere di RomaTre, avrà luogo un dibattito sulla campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) contro il progetto coloniale portato avanti da Israele in Palestina. La campagna si impegna da anni a contrastare attivamente l’occupazione, portata avanti da decenni dallo Stato di Netanyahu, attraverso il boicottaggio di merci, ma non solo. Molti artisti israeliani contrari all’occupazione, hanno scelto di aderire all’iniziativa BDS evitando di esibirsi a Tel Aviv e dimostrando quindi come l’arte riesca ad abbracciare e consolidare la lotta del popolo palestinese. A dimostrazione di questo virtuoso legame, verrà proiettata l’anteprima italiana del documentario Hip Hop is bigger than Occupation, un diario di viaggio di rapper, tra cui Lowkey e Shadia Mansour che si esibiranno nella serata al Forte Prenestino, e dj nella West Bank occupata. Uno spaccato di vita palestinese che, in particolare nel campo profughi di Balata, rende chiaramente l’idea di cosa significhi vivere sotto assedio.

La giornata successiva, sabato 1 ottobre al Csoa Forte Prenestino di Via Federico del Pino, la lotta palestinese sarà rappresentata attraverso l’hip hop, mostrando tramite le quattro discipline come esso sia un forte e pacifico strumento di protesta. Dal pomeriggio graffiti a Centocelle, a seguire cena e presentazione del reportage realizzato dalla carovana Corum, in occasione del viaggio fatto a Gaza in commemorazione di Vittorio Arrigoni. A chiudere l’incontro, un liveshow all’insegna del rap rivoluzionario di Lowkey, Logic e Shadia Mansour, la prima  rapper donna della scena hip hop araba. Gli artisti saranno affiancati on stage dagli italiani Kento, Ill Nano e Serpe in seno.
Lowkey, rapper inglese, presenterà il suo nuovo album “Soundtrack to the struggle”, come sempre fedele al suo fare marcato, oltre che da un indiscutibile talento, da uno splendido attivismo a favore della causa palestinese e dei diritti umani in genere.
Anche Logic, membro dell’associazione musicale People Army, volta a sottolineare che il concetto del “giusto” spesso può scostarsi dai comportamenti intrapresi dai potenti del mondo, porterà sul palco i frutti del suo ultimo lavoro, “Free man”.
Il costo del biglietto per il concerto è di 5 euro e il ricavato sarà devoluto al finanziamento dei progetti di Free Palestine Roma nei territori palestinesi occupati.


Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura