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23/03/12

Grecia, agnello pasquale di un’Europa in crisi

Un piano d'aiuti mai visto prima, ma la penisola ellenica non riesce ad uscire dalla crisi, tra declassamenti continui dalle agenzie di rating ed un popolo ridotto alla stremo
 
L’Eurozona ha detto sì ad un ulteriore iniezione di liquidità nelle casse elleniche. Altri 130 miliardi, previsti dal piano di aiuti più grande della storia, sono stati destinati al salvataggio della Grecia. Non certo per altruismo, bensì per scongiurare il contagio finanziario nel resto dell’area euro. La Troika ha inoltre giudicato “sufficenti” i progressi della Grecia: “Tutte le leggi richieste a Parlamento e a Governo sono state adottate, ne restano solo alcune che saranno completate a breve”. Le agenzie di rating sembrano di tutt’altro parere. Moody’s ha dichiarato in seguito al lancio dell’operazione finalizzata al coinvolgimento di privati nella ristrutturazione del debito ellenico: “Atene affronterà’ comunque problemi di solvibilità a medio termine perché dovrà tornare sul mercato una volta esauriti i fondi del secondo pacchetto di aiuti, e le riforme annunciate avranno rischi di attuazione molto significativi”. L’agenzia ha declassato i titoli della Grecia, in seguito all’approvazione delle misure della Troika, a livello “C”, cioè spazzatura, mentre l’agenzia Fitch l’aveva ridotto a “C” da “CCC”, prevedendo un “default nel breve termine”. 
Intanto, l’economia reale del paese è al collasso. L’austerity imposta da fuori, impone il progressivo smantellamento dello Stato sociale, con ulteriori tagli alla spesa pubblica, alle pensioni, ai salari. La disoccupazione sfiora il 20% ed il 48% dei giovani non riesce a trovare un impiego. I principali sindacati, in continuo sciopero, hanno dichiarato in una nota: “La distruzione del quadro istituzionale del lavoro, i nuovi tagli alle pensioni, la rovina dello stato sociale, l’abolizione di Enti pubblici e i nuovi licenziamenti nel settore pubblico”. Nella sua storia, Piazza Syntagma, era mai stata così costantemente presidiata da decine di miglia di cittadini, contrari alle misure di Austerity e alla sempre più marcata dipendenza dalla volontà internazionale di Fmi, Bce e Ue, a cui i governi sembrano obbedire impassibili. Ci si chiede se, non sarebbe stato meglio il default e l’uscita dall’Euro, invece d’un remissivo asservimento alla volontà della politica-finanziaria internazionale.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori Le Mura

29/12/11

Periferia d’Europa: crisi provoca allarme suicidi e depressione

Con lo spread sale il numero di persone che si tolgono la vita e gli affetti da distimia. Inoltre, comincia ad essere evidente la tendenza all'eliminazione delle spese mediche dal sempre più ristretto budget di spesa familiare

Il lato più oscuro della crisi si evince dai dati recentemente diffusi dall’European Public Health Association e dalla terza sezione del Consiglio Superiore della Sanità. A pagare il conto più salato sono i paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), denominati dal resto d’Europa ”paesi maiali”  a causa del pessimo stato delle loro economie, rappresentano la periferia d’Europa.
La Grecia è la prima della lista nera con un aumento dei suicidi nell’ultimo anno del 40%. L’organizzazione Klimaka, che si occupa della gestione di servizi d’assistenza per la prevenzione dei suicidi, ha dichiarato: “Un tempo ricevevamo circa 10 telefonate al giorno, ora vi sono giornate in cui ne arrivano 100. A chiamare sono uomini finanziariamente rovinati, tra i 35 e i 60 anni, che hanno perso la loro identità di marito che porta il pane a casa e non si sentono più uomini secondo i nostri standard culturali”(Adnkronos).
I suicidi causati dalla crisi economica sono in aumento anche nel resto dei PIIGS. Inoltre secondo l’istituto di ricerca europeo, in Spagna la depressione è aumentata del 20% ed anche in Italia, benché manchino stime attuali, arrivano i primi segnali di un “forte incremento della depressione” e di una distimia crescente anche tra le fasce più giovani. Ciò che accomuna i paesi periferici del vecchio continente, è anche una diminuzione alle abitudini salutari, quali prevenzione, che spesso si rivela fatale, e cure mediche. Di contro, si registra un aumento dei ricoveri ospedalieri, quindi una maggiore spesa sanitaria insostenibile per le strutture ospedaliere, già colpite dai tagli alle risorse finanziarie ad esse destinate, imposti dei governi centrali. L’effetto ricade sulle fasce più deboli della popolazione che, non avendo la possibilità economica, man mano rinunciano a curarsi. Tornando alla depressione, d’altronde non è una novità che essa sia sinonimo della recessione economica. Analizzando i dati diffusi nel 2009 dall’Eures sui suicidi in Italia, emerge che ogni giorno, un disoccupato si è tolto la vita, su un totale di 2.986 suicidi. Nel nostro Paese, disturbi psicologici quali ansie, stati depressivi ed attacchi di panico, sono più diffusi nelle donne e nei giovani.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura


14/10/11

"Gli esseri umani prima dei profitti", arriva la rivolta mondiale

Il prossimo 15 ottobre Roma sarà emblema della protesta italiana, nata dall’appello internazionale: “Non siamo merce nella mani di politici e banchieri”
  
Il 15 ottobre non è una comune giornata di protesta, di quelle che oramai ogni giorno abitano legittimamente le strade della Capitale. Non è neanche una mobilitazione esclusivamente nazionale, come quelle che hanno riversato milioni di italiani in piazza. E’ un qualcosa di più grande. E’ la rivolta dell’Occidente, di quella parte di mondo sulla quale il capitalismo sta manifestando l’altro lato della medaglia, sulla quale un sistema economico ha prevalso sulla democrazia.

Le misure d’austerità imposte dai governi, subordinati al volere del Fmi, Bce e Ue, non sono solo ingiuste per la popolazione, provocando tragiche conseguenze sulle condizioni e la qualità della vita quotidiana di tutti, ma fin dal principio sono destinate a fallire. L’intento dell’austerity è di eludere il default, che provocherebbe il crollo delle banche e delle grandi aziende, finora nutritesi di bolle speculative, e non di assicurare il bene comune. I Signori del profitto hanno causato la crisi economica e finanziaria più profonda dal 1929, delegando ai cittadini il pagamento di un debito mai contratto, e preservando loro la via della povertà, dell’instabilità economica, sociale e psicologica a causa della crisi. Le vie di molte metropoli, prima tra tutte Atene, sono sempre più popolate da senzatetto, uomini affamati, persone bisognose di cure mediche ed assistenza.

Il cosiddetto divario tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo sta man mano colmandosi, ma non, come era auspicabile, grazie allo sviluppo di questi ultimi, quanto per l’involuzione del “Nord del mondo”. Proprio quei Paesi che la iena capitalismo ha sbranato fino all’osso, man mano ci assomigliano. Chissà perché.

Gente d’Europa, d’America ed altre regioni del mondo, il 15 ottobre, prenderà le strade e le piazze con l’intento di dare inizio ad una forte e chiara resistenza pacifica, di fronte a classi
dirigenti che agiscono nell’interesse di una ristretta oligarchia, ignorando clamorosamente volontà e reali esigenze di miliardi di cittadini. C’è bisogno di un’altra economia, un’altra società e soprattutto di una democrazia vera.
Gli americani che hanno visto pignorate le loro case dallo Stato a causa dell’insolvenza dei loro prestiti, quei milioni di persone nel mondo che non hanno più un tetto sulla testa colpevoli di non esser riusciti a pagare una rata del proprio mutuo, chi è costretto a scegliere tra cibo o medicine perché non ha abbastanza soldi per avere entrambi oppure i ragazzi indebitati già prima di iniziare a lavorare pur di pagarsi gli studi, sono episodi che dimostrano i frutti della semina capitalista.
United for Global Change è il nome del movimento globale ed il Coordinamento 15 ottobre sta occupandosi dell’organizzazione nazionale della giornata che convergerà a Roma. La manifestazione partirà il prossimo sabato alle 14.00 da piazza della Repubblica e sfilerà per le principali strade della Capitale fino ad arrivare in piazza San Giovanni. Non ci resta che aspettare il prossimo sabato. People of the world, rise up.

Eleonora Pochi

14/07/11

Freedom Flottilla diretta a Gaza, bloccata dall'Occidente

Onu, Unione Europea, governi nazionali: non c'è istituzione che riesca ad imporsi al ricatto terroristico israeliano e la società civile ci riprova, da sola

La flottiglia della libertà è salpata. La finalità è la stessa dell'omonimo convoglio assaltato in acque internazionali il 31 maggio 2010 dalle forze israeliane, che hanno aperto il fuoco, causando nove morti, per impedire l'arrivo a Gaza di aiuti umanitari.
Quanto è avvenuto lo scorso anno è stato una chiara testimonianza della politica del terrore propagata dallo Stato ebraico, ciò malgrado la società civile internazionale non si è fatta intimorire. Davanti un simile embargo, tra l'altro fuorilegge, i governi occidentali e non continuano a far finta di non vedere, ma fortunatamente c'è anche chi si rifiuta di ignorare una simile ingiustizia, adoperandosi in soccorso del popolo palestinese. Ora, centinaia di attivisti ci riprovano: “È chiaro che, come un anno fa, il nostro intento è portare di fronte agli occhi del mondo l’ingiustizia del popolo palestinese – dichiarano gli organizzatori -, proseguendo la nostra battaglia per la liberazione di Gaza e la fine dell’embargo, in vigore dal 2007”, ma tutte le navi, tranne una, sono state bloccate dalle autorità di Atene, che impedisce loro di procedere in ragione del divieto del governo di Papandreou di consentire la partenza di qualsiasi imbarcazione per Gaza.

La piccola imbarcazione francese Dignité, partita dalla Corsica, è riuscita però a sgattaiolare in acque elleniche, sfuggendo ai controlli greci e procedendo dritta verso Gaza. La nave scampata al blocco greco dovrebbe raggiungere Gaza entro sabato 9 luglio. Milioni di attivisti in tutto il mondo si stanno mobilitando affinché vengano lasciate passare tutte le imbarcazioni ferme nel porto greco del Pireo. Sul web è stata diffusa una lettera aperta al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, e al primo ministro greco, George Papandreou: “Il blocco delle navi della Freedom Flotilla da parte del governo greco – s'apprende dal testo della nota - è una dimostrazione che il blocco illegale imposto a Gaza da Israele si estende ora fino alle coste greche. Questo avvenimento mette in chiaro fin dove arriva, oggi, il potere indiscusso ed impunito di Israele. Considerando che non c'è stato di guerra tra Israele e Gaza, l'occupazione della Striscia è illegittima e il blocco non può estendersi a navi in soccorso umanitario – continua la lettera -, vogliamo ribadire che Israele sta violando il diritto internazionale e si sta distinguendo per le intimidazioni a tutti coloro che intendono sfidare il blocco”. L'indignazione che legittimamente traspare verso l'inottemperanza delle istituzioni internazionali, è spiegata dal fatto che sia Unione Europea sia Nazioni Unite hanno sconsigliato alla Freedom Flottilla di procedere verso Gaza, dissociandosi in qualsiasi modo dall'iniziativa, nonostante un'inchiesta Onu sull'agguato subito dagli attivisti nel 2010 rilevasse un inconcepibile ed inutile uso della violenza da parte delle forze israeliane.

Grecia: nuovo piano austerity, un governo contro l'intero popolo

Il cappio stringe sempre più al collo della Grecia, un Paese che ora paga debiti contratti da un'oligarchia corrotta e da un'azzardata entrata nell'area euro, per la quale evidentemente non si era preparati


Settimana di fuoco per la penisola ellenica. Dopo aver approvato il piano di austerità da 28,4 miliardi concesso da Fmi e Ue, il parlamento ha adottato la legge di attuazione dello stesso, contenente le misure imposte dai finanziatori del maxi-prestito destinate a realizzare il risanamento delle casse pubbliche. Un piano di rientro da circa 78 miliardi, con il quale il governo Papandreou si impegna per i prossimi cinque anni ad attuare ulteriori tagli alla spesa pubblica per 28,4 miliardi di dollari, aumentare le tasse ed intraprendere un massiccio processo di privatizzazione, che frutterebbe allo Stato circa 50 miliardi di euro.
Dall'Unione Europea, molta soddisfazione verso Atene per le decisioni intraprese, che rappresenterebbero “un importante passo in avanti verso la salvezza”.In Grecia, tranne i responsabili della crisi arroccati nelle mura del parlamento per decidere misure tese a far sprofondare il Paese nel più buio degli abissi, il popolo legittimamente protesta.

A piazza Syntagma “andate a casa, voi e il vostro pacchetto di austerità” è stato gridato talmente forte da raggiungere senza dubbio le orecchie dei governanti, i quali però non hanno voluto ascoltare la voce del popolo. Per l'ennesima volta. Mercoledì 29 giugno, giornata del primo step attuativo del piano d'austerità, i manifestanti in piazza sono giunti da tutta la penisola, uno di loro riflette sul perché di una simile mobilitazione: “Se i nostri politici ci hanno portato fino a questo punto, è perché glielo abbiamo permesso. Ma adesso bisogna reagire”. In piazza ci sono anche i sindacati, che hanno proclamato, per l'occasione, quarantotto ore di sciopero generale. Una Nazione in rivolta contro un parlamento, che dovrebbe essere l'emblema del volere dei cittadini ed invece appare chiaramente sottomesso e costretto al volere di istituti internazionali, il cui reale obiettivo è salvaguardare la stabilità dell'euro, anche a costo di ridurre un Paese alla fame. Il risultato di questo comportamento è la rabbia popolare. Una rabbia che è causato duri scontri tra manifestanti e forze dell'ordine ed è costata cento feriti. Il governo ha ordinato l'apertura di un indagine poiché, secondo immagini trasmesse da una tv privata, sembrerebbe che alcuni poliziotti abbiano collaborato con manifestanti particolarmente indignati. Probabilmente si inizia a percepire il timore che le forze dell'ordine non siano più disposte a ricoprire il ruolo di guardie del corpo per una classe politica che il Paese non appoggia e rifiuta fortemente.


Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

01/07/11

Debtocracy, presente greco e futuro italiano

Un documentario prodotto da due giornalisti, Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou, che svela gli altarini dell'attuale crisi mondiale, soffermandosi sul meccanismo che ha spinto la Grecia al vassallaggio verso FMI e BCE, perdendo così la sovranità nazionale

Questa volta occorre una piccola premessa. Benché il cortometraggio sia uscito più di un mese fa, abbiamo ritenuto giusto parlarne dal momento che i media italiani, più o meno volutamente, hanno scelto di tacere, forse presi da un raptus d'oblio. Ciò che si evince da poco più di un'ora di filmato è allarmante. E' spaventosamente speculare alla situazione italiana, fornendo un chiaro presagio di quello che il nostro Paese sarà costretto ad affrontare, un preavviso forse troppo chiaro per essere diffuso. In fondo noi italiani siamo un popolo apprensivo. Non serve essere un economista, il linguaggio utilizzato in Debtocracy, una volta tanto, è comprensibile anche ai comuni mortali, esponendo in maniera chiara e concisa il processo che ha portato alla crisi attuale e le cause principali.
Iniziamo col dire che, come la Grecia, siamo uno dei paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) dell'Unione Europea. L'acronimo ha, inoltre, il significato di paesi maiali, a causa del cattivo stato delle loro economie. “A differenza degli USA, dove la Banca Centrale opera per diminuire le diseguaglianze tra Stati, in Europa le diseguaglianze sono state amplificate, generando dei 'parenti poveri', i PIIGS, i maiali dell'integrazione europea”.
Dunque come Wallerstein classificò il sistema mondo in centro (paesi sviluppati) e periferia (paesi sottosviluppati), anche l'Europa può essere considerata in tale ottica. “L'Eurozona ha distrutto il sistema immunitario dei Paesi della periferia europea, esponendoli ai rischi più gravi della crisi mondiale. Il tallone d'Achille di questi Stati è il deficit e il debito pubblico”.

In Grecia, l'ascesa politica di G. Papandreou ha dato il colpo finale all'economia. Dopo aver posto le basi di uno Stato sociale, senza aumentare le tasse alle corporazioni e ai redditi alti, mettendo al sicuro posti di lavoro con la nazionalizzazione delle compagnie private in perdita, è emerso il raccolto della sua semina, contaminata dalle precedenti politiche del primo ministro Costas Karamanlis, che già fecero esplodere il debito, preparando l'economia al collasso.
Quando il debito raggiunge il 167% del Pil, bussa precipitosamente alla porta di casa il FMI, accolto a braccia aperte da Papandreou. “Il FMI è rappresentante nel mondo delle classi favorite dalle trasformazioni neoliberiste, il cui obiettivo di aumentare i guadagni ha portato alla crisi attuale. […] Non solo le misure imposte al governo greco sono ingiuste e pericolose per la popolazione, ma sono destinate a fallire. Come in Argentina, l'obiettivo delle misure non è di salvare l'economia, ma di proteggere banche e grandi società. Il debito continuerà a crescere”.
Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea hanno imposto alla Grecia un terribile piano di austerità in cambio del maxiprestito da 110 miliardi concesso nel maggio 2010. Ad oggi, l'UE teme il default ed impone alla penisola ellenica tagli ancora più consistenti alla spesa pubblica, un ulteriore aumento delle tasse e la svendita di beni statali. “Tutti i Paesi che sono stati 'sostenuti' dal FMI hanno avuto conseguenze drammatiche in termini di speranza di vita. Ci sono Stati in cui è calata di 5 o addirittura 10 anni”.
Migliaia di cittadini greci pagheranno miliardi di debiti, frutto di corruzione ed interessi di una stretta cerchia di persone: “La risposta del governo viola i principi più basilari della democrazia. I cittadini si ribellano”. Il problema della Grecia, s'apprende dal video, è che ha perso la sovranità nazionale, “siamo diventati vassalli. Il governo si è messo contro i suoi cittadini, portando fame e povertà per almeno 20 anni”.

09/05/11

UE boccia reato di clandestinità

Respinta la legittimità dell'introduzione nell'apparato normativo penale del reato di clandestinità, che prevedeva la reclusione degli immigrati


Secondo la corte di giustizia di Lussemburgo, l'introduzione nel diritto italiano del reato di clandestinità punibile con la reclusione compromette la realizzazione dell'obiettivo comunitario di 'instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali'.
Nella nota diffusa dalla Corte Europea, si è tenuto a precisare: “Gli Stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all'insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all'allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa nazionale in discussione, solo perché un cittadino di un paese terzo, dopo che gli è stato notificato un ordine di lasciare il territorio nazionale e il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare su detto territorio”.

Il reato di clandestinità, previsto dal 'pacchetto sicurezza', era stato introdotto nell'ordinamento italiano nel 2009. Difeso con le unghie e con i denti dal Ministro dell'interno Maroni, membro di un partito politico che ha reso il 'rifiuto allo straniero' una linea d'azione, portando ad una dilagante e vergognosa xenofobia. Sulla sentenza della Corte, così l'esponente leghista: “L'eliminazione del reato, accoppiata alla direttiva europea sui rimpatri, rischia di fatto di rendere impossibili le espulsioni, trasformandole solo in intimazione ad abbandonare il territorio nazionale entro sette giorni. Questo rende assolutamente inefficaci le politiche di contrasto all'immigrazione clandestina.
Noi vogliamo continuare con le espulsioni. Con la Tunisia, in particolare, funzionano bene. Sono oltre 600 i tunisini rimpatriati dal 5 aprile”.

Secondo il Governo la giustizia europea ha agito in maniera sbagliata. Questa maledetta magistratura non gli fa dormire sonni tranquilli, ci mancavano giusto i giudici europei a contrastare i loro piani. Probabilmente diranno che la febbre da toga rossa ha raggiunto Lussemburgo. La nostra Costituzione è stata violata più volte dalle classi dirigenti di ieri e di oggi, in assoluta par condicio. Per fortuna la Carta dei diritti dell'uomo ci aiuta affinché in Italia vengano rispettati quei diritti fondamentali dei quali ogni essere umano deve insindacabilmente poter godere.

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

11/04/11

Immigrazione: E' emergenza umanitaria ma il Governo non si muove

Mentre arrivano migliaia di immigrati dall'altra sponda del Mediterraneo e l'Italia si spacca in due sull'accoglienza di profughi e fuggiaschi, il premier promette il recupero di Lampedusa con casinò e campi da golf


Mercoledì 30 marzo Lampedusa s'è trasformata per qualche ora in “Isola dei Famosi”, teatro di una messa in scena simile a quella presentata ai cittadini aquilani, piegati dal terremoto.
“Il governo presenterà al prossimo consiglio dei ministri la candidatura di Lampedusa al Nobel della pace”. Così ha esordito il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, cercando di accaparrarsi la fiducia degli isolani, protagonisti di un'emergenza umanitaria senza precedenti, che da mesi sta investendo il nostro paese. Il discorso del Premier è stato caratterizzato da molteplici impegni, tra i quali, il più maestoso, di sgomberare l'isola dagli immigrati entro qualche ora: “Sono già iniziate le operazioni di imbarco dei migranti. In massimo 60 ore, Lampedusa sarà abitata soltanto dai lampedusani – rassicura Berlusconi e segue rivolgendosi alla folla – Come posso darvi la certezza che tutti i piani che annuncerò saranno trasformati in realizzazioni concrete? Mi sono detto: devo diventare Lampedusano anch'io. Mi sono attaccato ad internet ed ho scovato una casa bellissima di fronte la costa francese e l'ho comprata”. Numerose le promesse berlusconiane: un piano di pulizia dell'isola, un processo promozionale per risollevare il settore turistico, un “piano colore” per tinteggiare ed abbellire le strade in stile Portofino, casinò e campi da golf.Si lucida per bene la mela benché sia chiaramente marcia, tanto per confermare l'efficacia del “fingere di non vedere”.
Così Amnesty International, che ha evitato discorsi luccicanti, limitandosi ad analizzare il problema reale: “Il governo italiano ha creato l'emergenza umanitaria non provvedendo immediatamente ad organizzare accoglienza, smistamento ed identificazione degli immigrati”. Un'emergenza annunciata già dallo scorso gennaio, quando da Lampedusa partiva l'ignorato Mayday verso palazzo Chigi. La triste verità è che la soluzione all'emergenza umanitaria, almeno per ora, non c'è. Il Nord Italia mette le mani avanti rifiutandosi di accogliere tunisini, disponibile nel caso, giusto per accogliere qualche profugo. E' il caos. Le recenti dimissioni di Alfredo Mantovano(PdL) sono la conferma che nel Mezzogiorno si sta scaricando tutto il peso dell'emergenza: “Trovo inaccettabile il 'fuori dalle balle' di Bossi che equivale a 'tutti gli immigrati al sud' - ha dichiarato a Libero l'ex sottosegretario all'Interno -, anche perché da vent’anni il carico dei CIE è supportato da tre regioni: Sicilia, Calabria e Puglia. Ora è tutto concentrato in Sicilia e in Puglia. A Manduria. Che è diventata un’altra Lampedusa e ha già accolto tremila persone”.
In tutto questo, migliaia di africani stanno vivendo giornate allucinanti. Scappati dalle bombe oppure dalla povertà, si ritrovano in condizioni disumane. Molti fuggono verso la Francia per raggiungere qualche familiare, ma appena passano il confine a Ventimiglia vengono respinti dalla Gendarmerie francese. Abel Majid, giovane libico che ha cercato di raggiungere il padre in Francia, racconta a L'Espresso: “I consolati francesi non ti concedono il visto nemmeno se vuoi andare a trovare tuo padre. Se non hai un conto corrente pieno di soldi, la Francia non ti fa entrare. Mio padre vive e lavora in Francia da venti anni, mia mamma è morta”. Mentre da Parigi viene espressa piena solidarietà a Roma, persiste la netta chiusura verso l'ingresso di immigrati, che l'Unione Europea ha ammonito. Il paese governato da Francois Fillon, che potrebbe essere definito come il maggior promotore di questa guerra, non vuole però accogliere i “topi di fogna” (come definì Gheddafi i manifestanti) che scappano dalle bombe francesi. Il risiko infinito degli immigrati continua, tra CIE che assomigliano a lager a cielo aperto, i Cara di Crotone e Bari, villaggi della disperazione come quello previsto a Mineo, fughe di massa e respingimenti mentre il Sud Italia rischia di trasformarsi in tante piccole “Lampedusa”. Cosa farà il governo, prometterà campi da golf e Nobel per la pace ad ogni cittadina stracolma di fuggiaschi?

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

21/03/11

Avviato Intervento ONU in Libia, Gaza “No – Oil Zone”

Gli abitanti della striscia di Gaza, rinchiusi nelle quattro mura che ne fanno un carcere a cielo aperto, non godono e non godranno mai del lusso di una “No-fly zone” benchè siano sotto scacco dell'integralismo, della violenza di Hamas e dei missili che arrivano puntualmente da Israele. Per gli occidentali non ha voce in capitolo l'urlo della gente palestinese, d'altronde “No Oil, No Party”.


Il 15 marzo è stata indetta dai giovani palestinesi la Giornata per la fine delle divisioni interne e per l'unità. La più alta affluenza di manifestanti per le strade è stata registrata nella striscia di Gaza, quel piccolo territorio dimenticato da Dio, ma anche a Ramallah, Nablus ed Hebron ci sono stati sit-in per la libertà in Palestina e la fine della rivalità tra le due fazioni Hamas e al-Fatah. Decine di migliaia in strada, benché se ne sia parlato poco o niente, ma d'altronde non c'è l'oro nero ad attirare l'interesse e le premure internazionali.
"Scendere in piazza per la nostra vita è il minimo che possiamo fare, visto che viviamo da 60 anni sotto l'occupazione" racconta a Il Mediterraneo Mohammad, un manifestante di Ramallah. Nonostante l'invito a non sfilare in corteo avanzato da Hamas,gli abitanti della Striscia hanno manifestato, pagando le conseguenze di una brutale repressione per mano dei corpi speciali della sicurezza del leader palestinese. Decine i feriti, tende date alle fiamme, manifestanti aggrediti con bastoni e manganelli. Solo nella strada principale di Gaza, Talateen street, sono circa 300 i feriti ed i giornalisti vengono aggrediti per poter sequestrare loro quanto registrato. Una giovane cronista di Gaza, Samah Ahmed, viene uccisa con una coltellata alla schiena. Questa è la fotografia di quella che doveva essere una manifestazione pacifica. Secondo alcune fonti, sarebbe stata arrestata dalla polizia di Hamas anche Asmaa al Ghoul, giovane blogger e giornalista, nota per i dettagliati resoconti sulla situazione di Gaza e per la ferma contrapposizione all'integralismo di Hamas.

L'altro lato della medaglia è la violenza perpetuata da Israele, che in tutta calma, continua indisturbato il suo processo di pulizia etnica. Quando nel 2009, con l'operazione Piombo Fuso, le forza israeliane hano sterminato centinaia di bambini palestinesi e bombardato all'infinito la striscia Gaza con missili al fosforo bianco, l'occidente con le sue spettacolari operazioni “No-fly zone” dov'era? Gaza sta ancora aspettando una “No-fly zone”. C'era poi bisogno di un'ulteriore petrol-guerra in Libia? Sicuramente era necessaria un'operazione che avesse evitato la morte di 20mila persone, massacrate brutalmente dai mercenari di Gheddafi. “Se l'Onu non interviene, sarà genocidio” è stato dichiarato più volte nella settimana appena trascorsa. La cruda realtà è che i civili indifesi sono la preoccupazione più remota della coalizione, che quelli che sono inviati in Libia, sono militari non crocerossine, espatriati in nome della guerra dell'oro nero. La storia ci insegna che l'Onu è stata a guardare lo sterminio di 800mila esseri umani, il terribile genocidio Rwandese, in ragione del fatto che un conflitto interno rientrebbe negli “affari che appartengono essenzialmente alla competenza nazionale” secondo quanto stabilito dalla legislazione internazionale. Evidentemente in Libia, gli “affari” in questione avallano la competenza nazionale.

Eleonora Pochi
Fonte : Parolibero

04/02/11

Crisi umanitarie. 28 paesi, 50 milioni di persone

È emergenza record. Tra fame e conflitti, la penuria dilaga per un numero crescente di persone pari all’intera popolazione italiana. Sono 28 i paesi colpiti. Il Sudan si trova nella situazione più drammatica. Intanto la spesa militare mondiale aumenta a dismisura.

Per il 2011 l’Onu reclama ai paesi donatori 7,4 miliardi di dollari, al fine di sopperire alle quattordici crisi umanitarie attuali. È la cifra per emergenze umanitarie più alta mai chiesta nella storia delle Nazioni Unite.

Il denaro richiesto va a finanziare le operazioni d’aiuto umanitario urgenti per più di 50 milioni di persone in 28 paesi del mondo, tra cui Sudan, Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Territori palestinesi occupati, Haiti, che dopo il terremoto ancora attraversa la crisi benché non se ne dica nulla, Pakistan e altri. “Nel 2011, decine di milioni di persone avranno bisogno di aiuto per sopravvivere - afferma il sottosegretario generale per gli Affari umanitari, Valerie Amos. Conflitti e disastri naturali hanno privato queste persone delle proprie case, dei mezzi di sussistenza e dell’accesso a beni essenziali come l’acqua potabile e l’assistenza sanitaria”. Amos ha spiegato che la situazione è andata peggiorando a causa dell’aumento incessante dei prezzi di combustibili, materie prime e degli effetti della recessione economica che ha colpito la maggioranza dei paesi donatori. La capacità di affrontare situazioni di grave emergenza umanitaria da parte della popolazione locale, tende a regredire soprattutto per i paesi colpiti, tra l’altro, da catastrofi naturali. Chi sta peggio è il Sudan, bisognoso di 1,7miliardi, seguito da Haiti con 907 milioni e dalla Repubblica Democratica del Congo con 679 milioni, teatro di una sanguinosissima guerra civile.

C’era una volta Haiti, dopo il terremoto

L’isola haitiana è stata colpita, oltre che dal terremoto, passato alla ribalta dei mass-media ma del quale (quasi) nessuno conosce il seguito, da una profonda epidemia di colera che sta piegando un’intera popolazione e non sembrerebbe possa essere debellata nel breve periodo. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nei prossimi sei mesi, il numero dei contagiati potrebbe arrivare a 650mila. “L’ampia portata dell’epidemia – ha dichiarato Ban Ki-Moon - è imputabile alla tipologia della malattia, che sembrerebbe appartenere ad uno dei ceppi più aggressivi del colera, combinata ad un debole sistema sanitario nazionale, alla mancanza d’accesso all’acqua potabile e ad altri servizi di base”. I soldi richiesti dall’Onu andrebbero a coprire due priorità: ridurre al più presto il tasso di mortalità attraverso il trattamento medico immediato, quando possibile, degli infetti e informare tutta la popolazione, compresi gli abitanti delle aree più isolate, sul trattamento preventivo del colera. Nonostante il durissimo e lodevole lavoro congiunto di Ong e agenzie Onu, gli sforzi non sono sufficienti. Dei 164 milioni di dollari richiesti lo scorso 11 novembre per far fronte allo scoppio dell’epidemia, ne sono stati ricevuti solo il 20%. Ad oggi, le cifre rese note dal ministero della Salute haitiano parlano di 1.800 morti e 85.000 contagiati.

Crisi umanitaria del Darfur
Quella che si consuma in Sudan è la più grande crisi umanitaria del pianeta. Focolaio della carestia è la vasta regione del Darfur, semi-desertica ma ricca di risorse sotterranee, messa a ferro e fuoco dalle milizie ciadiane e sudanesi. La situazione geopolitica del paese è molto complessa. Agli albori di questo 2011, il tanto atteso referendum deciderà le sorti del paese: la popolazione sudanese sentenzierà la probabile secessione del Sud e la conseguente autodeterminazione di una nazione indipendente. Inoltre, già dal 2005 il protocollo CPA (Comprehnsive Peace Agreement) prevedeva disposizioni provvisorie per gli Stati di Abyei, Southern Kordofan e Blue Nile, noti come aree di transizione. Con lo stesso referendum, probabilmente sarà decisa anche l’annessione al Sud o al Nord Sudan dello Stato di Abyei. Sembrerebbe quasi una battaglia navale, nella quale si ridisegnano continuamente confini... Sembra un gioco ma non lo è affatto. Sono quasi 5 milioni le vittime dirette del conflitto e metà di esse sono bambini. Nell’arco di sei anni, il conflitto in Darfur ha provocato più di 300mila morti e costretto almeno 2 milioni di persone alla fuga, i cosiddetti sfollati sia all’interno del Sudan sia nei campi profughi ciadiani. Inoltre, circa 17mila bambini vengono arruolati forzatamente per prendere parte alle ostilità. La situazione è regredita ulteriormente con l’espulsione di 7.700 operatori umanitari rappresentanti di 16 Ong, decretata dal governo sudanese in risposta al mandato d’arresto internazionale del marzo scorso nei confronti del presidente Omar Hassan Al-Bashir da parte della Corte penale internazionale, per crimini contro l’umanità. “Al-Bashir è stato ed è tuttora il mandante dei numerosi attacchi alle popolazioni civili, sono state distrutte intere comunità – dichiara la Corte penale internazionale –. La drammatica situazione del Darfur non comprende ‘solo’ una crisi umanitaria, ma un sistematico attacco alla popolazione civile”. Nonostante ciò, il presidente Al-Bashir non è ancora stato arrestato. Per chi volesse, segnaliamo la Campagna promossa da Italians for Darfur Onlus che sta raccogliendo, tra l’altro, firme per un appello rivolto ai principali media italiani affinché si parli di più del Sudan e della relativa crisi umanitaria. L’indirizzo web di riferimento è www.italianblogsfordarfur.it. Sarebbe interessante poi, analizzare l’altra faccia della stessa medaglia, ossia come gli Stati “democratici” investano costantemente in attività di guerra, mentre il piatto degli aiuti internazionali piange.

E per la guerra quanti soldi si spendono?
Benché sia noto che la guerra è sinonimo di sottosviluppo, si spendono molti più soldi per essa che per lo sviluppo e la cooperazione tra i popoli. Il rapporto è di 10 a 1. Secondo le statistiche SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) nel 2009 ben 1.531 milioni di dollari sono stati dissipati in spese militari mondiali. A dispetto della crisi finanziaria quindi, nel bilancio mondiale la voce “spese militari” appare sempre più cospicua: dal 2000 ad oggi c’è stato un incremento del 49% in nome di una “guerra contro il terrorismo”. Nel 2009 gli Usa hanno contribuito al 54% della somma complessiva per spese militari mondiali. Se questi sono stati i “costi” imputati allo svolgimento d’attività di guerra, sembrerebbe che in contropartita ci sia un tutt’altro che modesto ritorno economico. Il 44% dei fornitori di armi a livello globale è americano e ha generato nel 2009 un flusso d’export pari a 6.795 milioni di dollari, seguiti da Europa e Russia. Occorre precisare che l’Italia, nel 2009 ha impiegato in spese militari 588 milioni di dollari (SIPRI). Per il 2010 la spesa italiana per la guerra è stata stimata in 23.500 milioni di euro. L’Italia è stata nel 2009, per il quinto anno consecutivo, il primo paese al mondo per esportazioni di armi leggere, anche dette armi di tipo non militare, intascando ben 250 milioni di dollari. I paesi in via di sviluppo continuano ad essere i principali destinatari delle esportazioni di armamenti da parte dei paesi produttori, secondo il rapporto annuale del Congressional Research Service statunitense. Tra i principali destinatari: Arabia Saudita, Brasile, Corea del Sud, Egitto, India, Israele e Pakistan. Il 60% delle armi leggere globalmente prodotte finiscono per armare civili e rendere possibili guerre interne tra gruppi etnici e d’opposizione.

* Prossimo mese prosegue l’inchiesta sulle altre crisi umanitarie, a partire dalla Repubblica Democratica del Congo.

Eleonora Pochi
Fonte: Solidarietà Intetrnazionale

18/12/10

Grecia: Ancora recessione

Dopo il maxi-prestito Fmi-Ue le cose non sembrano migliorare: i dati su disoccupazione, inflazione e previsioni finanziarie parlano da sé. Intanto Fmi e Ue, preoccupati, non escluderebbero l’adozione di nuove misure restrittive.
Nel maggio 2010 Fmi e Ue stanziarono un piano di aiuti da 110miliardi per salvare la Grecia dalla bancarotta ma, ad oggi, il paese sembrerebbe patire ancora il peso di una crisi che pesa sulle spalle come un macigno.
Condizione necessaria alla concessione del maxi-prestito, è stata l’applicazione di un programma di austerità varato dal governo elleno che prevedeva, come da tradizione, una drastica serie di tagli alla spesa pubblica. I cosiddetti aggiustamenti strutturali hanno disseminato e stanno disseminando tutt’ora una preoccupante crisi sociale: cresce l’Iva, aumentano le tasse, non soltanto sui beni di lusso ma su tabacchi, alcolici e carburante, tagli ai stipendi di funzionari statali, licenziamenti per migliaia di lavoratori, svuotate le casse di scuole ed università, ridotte le pensioni.


Hanno scioperato quasi la totalità delle categorie: funzionari pubblici, camionisti, assistenti di volo, ferrovieri, operai, pensionati, forze dell’ordine, imprenditori, docenti, professori e studenti. Tutti, coinvolti più o meno direttamente dalla politica adottata, contestano le manovre di governo.
Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,2% , ci sono più di 4milioni di persone senza lavoro ed i giovani sono i più colpiti, ogni 100 ce ne sono 33 a spasso.
La Rete greca per la lotta alla povertà (Eapn) stima altresì che il paese registrerà, di questo passo, fino un terzo dei suoi abitanti sotto la soglia di povertà, in altre parole il 30% dei cittadini greci dovrà tirare a fine mese con meno di 470 Euro mensili.


Le previsioni finanziarie per il 2011 non sono certo rassicuranti “La Grecia presenta rischi di bilancio molto elevati” ammette preoccupato il Fmi, mentre da Bruxelles, il commissario Ue agli affari economici e monetari Olli Rehn, al termine dell’ultima riunione dell’Eurogruppo ha dichiarato “La Grecia potrebbe dover prendere delle nuove misure di austerità di bilancio per rispettare gli obiettivi di deficit per il 2011”. Il paese è in recessione – secondo l’ultimo rapporto dedicato all’Europa del Fmi, diffuso il 19 ottobre – e non vede luce, con un tasso di crescita del – 4% per il 2010 e  – 2,6% previsto per il 2011.
Il deficit sale più di quanto previsto nella bozza della legge di bilancio per il 2011 e a fine anno dovrebbe attestarsi al 9,3% del Pil.
L’indebitamento inarrestabile è dovuto alle entrate, ancora troppo basse e ad una rettifica al rialzo del deficit 2009. L’austerity non sembrerebbe aver cambiato di molto le cose…e mentre il debito pubblico sale e il paese decresce, viene da chiedersi se sarà mai in grado la Grecia di restituire i soldi concessi “cosi generosamente” in prestito da mezzo mondo.

Eleonora PochiFonte : http://www.fuorilemura.com/