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12/10/12

La denuncia di Amnesty, “Il costo umano del controllo dell’immigrazione”

“When you don’t exist” è la campagna lanciata da Amnesty International con lo scopo di proteggere i diritti dei migranti, rifugiati e richiedenti asilo in tutta Europa. Il movimento internazionale che opera in difesa dei diritti umani, rivendica un adeguata protezione dei migranti e la cessazione di accordi esistenti in materia di controllo dell’immigrazione, particolarmente intensi tra Italia e Libia.
Nell’ambito dell’iniziativa è stato pubblicato di recente il rapporto “S.O.S. Europe, Il costo umano del controllo dell’immigrazione” che analizza alcuni aspetti delle discutibili pratiche di controllo e contenimento dell’immigrazione messe in atto soprattutto dai paesi bagnati dal mediterraneo, coinvolti maggiormente nella gestione dei flussi migratori dell’area. Nella Libia di Gheddafi, così come quella postconflitto, persistono gravi violazioni dei diritti dei migranti, maltrattati con abusi in alcuni casi simili alla tortura.

La maggior parte dei migranti che salpano dalla Libia con la speranza di raggiungere l’Europa, non è di origine libica, ma proviene da altri paesi, talvolta molto lontani. In riguardo, la Libia post-Gheddafi sta ponendo in modo ancora più ostile rispetto al passato. In tutto il paese circolano armi a bizzeffe ed il razzismo è in preoccupante aumento, soprattutto verso chi proviene dall’Africa subsahariana, regione dalla quale si pensa provenissero i “mercenari africani” arruolati da Gheddafi per combattere l’opposizione. Una guerra silente, tutto sommato c’è ancora.
Nonostante siano stati resi noti gravi abusi subiti dai migranti in Libia, tra il 2006 e il 2010, il nostro Paese ha comunque stipulato accordi bilaterali atti al controllo e contenimento dei flussi migratori. Accordi di cui poco si conosce, di cui Amnesty chiede la sospensione, almeno fin quando la Libia s’impegni a tutelare i diritti dei rifugiati, richiedenti asilo e migranti. In questa partita, l’Italia gioca pessimamente, lungi dall’essere un esempio di civiltà. Il nostro paese ha sottoscritto accordi in base ai quali si accetta che migliaia di bisognosi di protezione internazionale siano trattenuti involontariamente in un paese, la Libia, che non riconosce loro lo status di rifugiato, rendendoli vittime di un trattamento insensatamente punitivo che in molti casi consiste nel rimpatrio forzato, che in molti casi, è sinonimo di morte.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura


16/09/11

Assad massacra il popolo siriano

Torture, fosse comuni, minori fucilati, repressione sempre più feroce. Damasco mobilita navi da guerra, elicotteri, carri armati e schiera l’esercito con l’obiettivo di reprimere le manifestazioni di massa che reclamano riforme 


Dal mese di marzo, secondo l’Organizzazione nazionale per i diritti umani in Siria, sarebbero state uccise dalle forze di sicurezza circa 3.100 persone. Neanche chi ha una discreta notorietà pubblica puo’ star tranquillo. Si pensi ad Ibrahim Kashoush, giovane musicista, sgozzato per aver cantato una canzone contro Assad oppure ad Ali Ferzat, noto vignettista satirico, al quale sono state rotte le mani durante un’ aggressione; “E’ un avvertimento” hanno detto lui. Un recente rapporto di Amnesty International denuncia 88 morti, tra cui dieci bambini, nelle carceri siriane. Arrestati e torturati fino alla morte per aver preso parte alle manifestazioni. Ziad Tariq Abd al-Qadr era un giovane siriano, arrestato nel governatorato di Homs il 29 aprile e spedito morto alla famiglia il 16 giugno. C’è un video del cadavere con evidenti segni di torture, nel quale “un individuo analizza le lesioni visibili sul corpo, in modo calmo e metodico mentre le sue mani, in guanti chirurgici, indicano la posizione dei vari segni di tortura, punto per punto – s’apprende tra le scure pagine del rapporto -. Indicano la testa, dalla quale sono stati strappati i capelli, il collo e il pene segnati da scariche elettriche, cicatrici di sigarette spente sulle spalle, segni di frustate, coltellate sul busto, ustioni su braccia, mani e piedi”. Come Tariq sono stati uccise migliaia di persone, di “dissidenti” ardenti di democrazia, di un futuro migliore, di “topi di fogna” che tanto fastidiano i dittatori, sfidando la repressione a mani nude. 
Secondo Adnan Bakkour, procuratore generale della Siria che secondo fonti internazionali pare si sia dimesso dopo esser stato testimone dell’uccisione di 72 prigionieri ad Hama, sarebbero oltre diecimila i “topi di fogna” arrestati. “Mi dimetto a causa del regime di Assad e delle sue bande” ha dichiarato Bakkour.

Intanto la macelleria umana siriana ha suscitato lo sdegno internazionale. Mentre gli Usa hanno deliberato l’applicazione di diverse sanzioni, anche l’Ue dichiara un embargo imminente verso Damasco, sul quale grava un colossale giro d’affari: ben il 95% del petrolio siriano esportato è destinato all’Europa. Affari che l’Italia tiene bene a mente, giacché sta ostacolando, in sede comunitaria, l’applicazione immediata delle sanzioni, dichiarando che sarebbe più adeguato posticipare il blocco a fine novembre, scadenza contrattuale delle forniture. Sempre più sfacciatamente, gli affari prima di tutto.


Non solo l’Occidente. L’Iran, storico alleato della Siria, storce la bocca davanti il sanguinario obbrobrio: “Il Medio Oriente potrebbe essere immerso nel caos se il presidente Assad continua ad ignorare le richieste di riforma – ha dichiarato Akbar Salesi, ministro degli esteri iraniano -. Sia nello Yemen, in Siria o in qualsiasi altro paese, la gente ha richieste legittime ed i governi dovrebbero rispondere nel più breve tempo possibile”. Un Paese, l’Iran, mosso dall’appetitosa fetta d’export petrolifero verso l’Europa, che con l’embargo taglierebbe gli accordi con la Siria?


Anche la Turchia ha preso le distanze dalle scelte politiche di Assad: “Tutto il mondo dovrebbe sapere che siamo al fianco del popolo siriano – ha dichiarato il presidente della repubblica turca -. Oggi nel mondo non c’è più spazio per amministrazioni autoritarie, partiti unici, regimi chiusi”. Perfino la Lega Araba condanna la Siria, raccomandandosi di “mettere fine allo spargimento di sangue”, si legge dalla nota che Damasco ha respinto nervosamente. 
Di tutte le parti in gioco, il popolo siriano appare l’unico vero amico di sé stesso, inerme contro una dispotica follia. 


Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero 

01/08/11

Amnesty: “Dopo 10 anni, ancora nessuna giustizia”

Secondo l'organizzazione per i diritti umani, i terribili atti di violenza avvenuti in occasione del G8 di Genova sono rimasti ampiamente impuniti

Dieci anni fa, Genova divenne lugubre teatro di morte. I rappresentanti degli otto paesi più potenti si riunirono per il G8, arroccati in una blindatissima zona rossa. Nelle quattro giornate del summit, oltre 200 mila persone si riversarono nelle strade della città ligure, ma nonostante la natura pacifica della protesta, si assistette a gravi atti di violenza ed un evidente abuso della forza da parte della polizia. Eppure, nonostante si sia arrivati addirittura ad uccidere con un colpo di arma da fuoco alla testa il ventitreenne Carlo Giuliani, l'Italia non si è ancora assunta la responsabilità per le inconcepibili violazioni di diritti umani commesse in quei giorni dalle forze di polizia.
Decine e decine di manifestanti sono stati massacrati. Durante l'irruzione alla scuola Diaz, adibita a dormitorio, decine di agenti di polizia picchiarono incessantemente coi manganelli molte persone, prendendole a calci, pugni e colpendole con legni e ferri presenti nella struttura. Le pochissime immagini reperibili in riguardo, ricalcano una macelleria messicana. Nel carcere provvisorio di Bolzaneto, oltre a picchiare allo stremo decine e decine di persone, gli agenti insinuavano minacce di violenza sessuale ed ulteriori percosse. Le persone picchiate a sangue, furono costrette a rimanere in condizioni disumane per oltre venti ore.
Dure le parole di Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International: “Dal G8 di Genova, abbiamo assistito in Italia a dieci anni di tentativi largamente falliti di chiamare le forze di polizia a rispondere di fronte alla legge dei reati commessi contro i manifestanti”.

L'organizzazione umanitaria accolse favorevolmente l'apertura dei processi Diaz e Bolzaneto: “Tuttavia – ha dichiarato Amnesty alla stampa -, poiché il codice penale italiano non prevede il reato di tortura, i pubblici ufficiali sospettati di aver torturato i manifestanti non sono stati incriminati per tale reato ma per altri che, sottoposti alla prescrizione, hanno portato sostanziale impunità”. Lo scorso anno l'Italia, oltre a non aver ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura, non ha accettato la raccomandazione da parte del Consiglio Onu di introdurre il reato di tortura. Inoltre, nonostante il Paese abbia aderito ai “Principi di Parigi”, non è stata ancora creata un'istituzione nazionale indipendente in grado di monitorare il rispetto dei diritti umani.

Amnesty International esprime sgomento e preoccupazione, temendo che “non aver affrontato lacune strutturali di tipo legale e istituzionale possa dar luogo, in futuro, a nuove violazioni dei diritti umani. L'impunità per violazioni commesse quali quelle in occasione del G8 di Genova del 2001 costituisce una macchia intollerabile nella storia dei diritti umani in Italia”. L'appello lanciato dall'organizzazione umanitaria, rivolto ai nostri rappresentanti istituzionali, è quello di condannare pubblicamente le barbarie commesse dalle forze di polizia dieci anni fa, sopratutto scusandosi con le vittime e le loro famiglie. Il 20 luglio 2001, in Piazza Alimonda, Carlo Giuliani fu raggiunto alla testa da un colpo di pistola, partito dalla mano di un uomo che, anziché operare in nome dell'ordine pubblico, ha sporcato la coscienza dello Stato con il sangue dell'ennesima vita umana spezzata.

Elenora Pochi
Fonte: Parolibero

11/04/11

Immigrazione: E' emergenza umanitaria ma il Governo non si muove

Mentre arrivano migliaia di immigrati dall'altra sponda del Mediterraneo e l'Italia si spacca in due sull'accoglienza di profughi e fuggiaschi, il premier promette il recupero di Lampedusa con casinò e campi da golf


Mercoledì 30 marzo Lampedusa s'è trasformata per qualche ora in “Isola dei Famosi”, teatro di una messa in scena simile a quella presentata ai cittadini aquilani, piegati dal terremoto.
“Il governo presenterà al prossimo consiglio dei ministri la candidatura di Lampedusa al Nobel della pace”. Così ha esordito il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, cercando di accaparrarsi la fiducia degli isolani, protagonisti di un'emergenza umanitaria senza precedenti, che da mesi sta investendo il nostro paese. Il discorso del Premier è stato caratterizzato da molteplici impegni, tra i quali, il più maestoso, di sgomberare l'isola dagli immigrati entro qualche ora: “Sono già iniziate le operazioni di imbarco dei migranti. In massimo 60 ore, Lampedusa sarà abitata soltanto dai lampedusani – rassicura Berlusconi e segue rivolgendosi alla folla – Come posso darvi la certezza che tutti i piani che annuncerò saranno trasformati in realizzazioni concrete? Mi sono detto: devo diventare Lampedusano anch'io. Mi sono attaccato ad internet ed ho scovato una casa bellissima di fronte la costa francese e l'ho comprata”. Numerose le promesse berlusconiane: un piano di pulizia dell'isola, un processo promozionale per risollevare il settore turistico, un “piano colore” per tinteggiare ed abbellire le strade in stile Portofino, casinò e campi da golf.Si lucida per bene la mela benché sia chiaramente marcia, tanto per confermare l'efficacia del “fingere di non vedere”.
Così Amnesty International, che ha evitato discorsi luccicanti, limitandosi ad analizzare il problema reale: “Il governo italiano ha creato l'emergenza umanitaria non provvedendo immediatamente ad organizzare accoglienza, smistamento ed identificazione degli immigrati”. Un'emergenza annunciata già dallo scorso gennaio, quando da Lampedusa partiva l'ignorato Mayday verso palazzo Chigi. La triste verità è che la soluzione all'emergenza umanitaria, almeno per ora, non c'è. Il Nord Italia mette le mani avanti rifiutandosi di accogliere tunisini, disponibile nel caso, giusto per accogliere qualche profugo. E' il caos. Le recenti dimissioni di Alfredo Mantovano(PdL) sono la conferma che nel Mezzogiorno si sta scaricando tutto il peso dell'emergenza: “Trovo inaccettabile il 'fuori dalle balle' di Bossi che equivale a 'tutti gli immigrati al sud' - ha dichiarato a Libero l'ex sottosegretario all'Interno -, anche perché da vent’anni il carico dei CIE è supportato da tre regioni: Sicilia, Calabria e Puglia. Ora è tutto concentrato in Sicilia e in Puglia. A Manduria. Che è diventata un’altra Lampedusa e ha già accolto tremila persone”.
In tutto questo, migliaia di africani stanno vivendo giornate allucinanti. Scappati dalle bombe oppure dalla povertà, si ritrovano in condizioni disumane. Molti fuggono verso la Francia per raggiungere qualche familiare, ma appena passano il confine a Ventimiglia vengono respinti dalla Gendarmerie francese. Abel Majid, giovane libico che ha cercato di raggiungere il padre in Francia, racconta a L'Espresso: “I consolati francesi non ti concedono il visto nemmeno se vuoi andare a trovare tuo padre. Se non hai un conto corrente pieno di soldi, la Francia non ti fa entrare. Mio padre vive e lavora in Francia da venti anni, mia mamma è morta”. Mentre da Parigi viene espressa piena solidarietà a Roma, persiste la netta chiusura verso l'ingresso di immigrati, che l'Unione Europea ha ammonito. Il paese governato da Francois Fillon, che potrebbe essere definito come il maggior promotore di questa guerra, non vuole però accogliere i “topi di fogna” (come definì Gheddafi i manifestanti) che scappano dalle bombe francesi. Il risiko infinito degli immigrati continua, tra CIE che assomigliano a lager a cielo aperto, i Cara di Crotone e Bari, villaggi della disperazione come quello previsto a Mineo, fughe di massa e respingimenti mentre il Sud Italia rischia di trasformarsi in tante piccole “Lampedusa”. Cosa farà il governo, prometterà campi da golf e Nobel per la pace ad ogni cittadina stracolma di fuggiaschi?

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

08/11/10

Amnesty: In Italia l'abuso di potere non è punito adeguatamente

Il rapporto annuale firmato Amnesty, evidenzia la mancanza, in Italia, di tutela di diritti umani.


Dal rapporto annuale di Amnesty International, sezione italiana, emerge che il nostro Paese è privo di uno specifico reato di tortura nel codice penale. A distanza di venti anni dalla ratifica della Convenzione ONU contro la tortura, l'Italia non ha ancora adeguato l'ordinamento giuridico nazionale all'impegno internazionale intrapreso. Di conseguenza, gli atti di tortura e i maltrattamenti commessi dai pubblici ufficiali, nell'esercizio delle loro funzioni, vengono perseguiti come forme di reato minore: lesioni, abuso d'ufficio, falso ecc. e puniti quindi con pene non adeguatamente severe.
“L'Italia non ha inoltre ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura – spiega Amnesty – che prevede l'adozione di meccanismi di prevenzione di maltrattamenti, tra cui un'istituzione indipendente di monitoraggio sui luoghi di detenzione, e non si è dotata di un'istituzione indipendente per il monitoraggio sui diritti umani, né di un organismo indipendente di denuncia degli abusi di polizia”. Sono state registrate frequenti denunce di tortura e di altri maltrattamenti commessi da agenti delle forze di polizia, nonché segnalazioni di decessi avvenuti in carcere in circostanze controverse. Amnesty ricorda i casi più recenti, tristemente noti. Nel giugno 2009, 10 agenti della polizia municipale di Parma sono stati rinviati a giudizio per lesioni, aggressione, sequestro di persona, calunnia, falsa testimonianza e altri reati minori, per il pestaggio di Emmanuel Bonsu, cittadino del Ghana, avvenuto nel settembre 2008. Bonsu è stato vittima di insulti razzisti e pestaggio, riportando danni a un occhio. Il 6 luglio 2009, quatto agenti della polizia di stato, sono stati condannati in primo grado per l'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, 18 anni, morto nel settembre 2005 a Ferrara, mentre si trovava in stato di fermo. Il 14 luglio 2009, un agente della polizia stradale, Luigi Spaccarotella, è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Arezzo per l'omicidio colposo di Gabriele Sandri, ucciso nel novembre 2007 da un colpo di pistola. Il 22 ottobre 2009, Stefano Cucchi è morto nel reparto penitenziario dell'ospedale Sandro Pertini di Roma, sette giorni dopo il suo arresto. Secondo la famiglia, le ferite rilevate sul suo corpo dopo il decesso, mostravano i maltrattamenti subiti. Nell' aprile 2010 è stata chiusa l'indagine preliminare, che ha escluso le accuse di omicidio. Restano in piedi le accuse di omissione di soccorso, aggravata dalla morte del paziente, lesioni personali e falso. Nel dicembre 2009, l'indagine per omicidio nel caso di Aldo Bianzino, morto in carcere a Perugia a ottobre 2007, si è conclusa con un'archiviazione. L'autopsia sul corpo di Bianzino aveva rivelato un'emorragia celebrale e lesioni al fegato. Ci auguriamo che la denuncia di Amnesty induca la classe dirigente a ratificare il protocollo opzionale alla Convenzione sopracitata, e ad introdurre nella nostra legislazione penale il reato di tortura.


Eleonora Pochi

30/09/10

Non basta un mondiale di calcio


Alla cerimonia di chiusura, Mandela è sceso in campo con gli occhi lucidi dall’emozione, per salutare gli 80mila tifosi presenti nel Soccer City Stadium di Johannesburg. Un uomo che ha richiamato l’attenzione al vero Sudafrica. Che non è vuvuzuela è delinquenza, ma la terra dove un popolo intero ha sconfitto l’Apartheid.

Johannesburg, 11 giugno 2010, ore 16.10: fischio d’inizio della FIFA World Cup 2010. Milioni di persone, luci, riflettori e telecamere sintonizzate sui dieci stadi sudafricani, che hanno ospitato le 32 squadre protagoniste di questo campionato. La canzone ufficiale è stata “Waka Waka (This time for Africa)”. Ma è tempo per Africa?
Un mondiale di calcio può cambiare l’Africa? Forse si voleva scimmiottare il mondiale di rugby del 1995, che vide il trionfo del Sudafrica e l’abbattimento dell’apartheid. Il ricordo più bello di questi mondiali, che rimarrà nei cuori di tutti, è stato il sorriso di Nelson Mandela. Dopo la chiusura di Shakira, fuochi d’artificio e festeggiamenti per la vincita della Spagna, Mandela scende in campo, con gli occhi lucidi dall’emozione, per salutare gli 80mila tifosi presenti nel Soccer City Stadium di Johannesburg. Un uomo che ha richiamato l’attenzione al vero. Il Sudafrica non è vuvuzuela e delinquenza, e Mandela ricorda al mondo proprio questo. È il paese che ha sconfitto l’apartheid, un popolo straordinario pieno d’amore e di speranza. Alla resa dei conti è il calcio che ha perso. Si pubblicizzava questo mondiale come fosse l’occasione per riscattare tutti i mali inflitti al Sudafrica, forse perché noi occidentali volevamo metterci un po’ a posto con la coscienza. Pareva quasi che la Fifa si fosse trasformata in Cri!


Diritti umani
Secondo Amnesty International, poco tempo prima dell’inizio del Campionato mondiale di calcio, sono aumentate notevolmente le operazioni di polizia contro venditori ambulanti, senza tetto, rifugiati o migranti che vivono in insediamenti informali. Per mano della polizia sono state effettuate irruzioni, arresti arbitrari, maltrattamenti, estorsioni e distruzioni di baraccopoli. Tutto senza preavviso né predisposizione di un alloggio alternativo adeguato o risarcimento, in completa violazione delle leggi nazionali che proibiscono lo sgombero coatto in qualsiasi circostanza. A questo punto ci si chiede quale sia la carta che ha legittimato e legittima queste operazioni. È il regolamento derivante dalle norme Fifa, istituito per soddisfare i requisiti richiesti dalla Federazione sportiva nelle città sedi dei mondiali. Chi viola un regolamento rischia fino a sei mesi di carcere oppure, nell’ipotesi migliore, una multa di circa 1.100 euro. Gli stessi regolamenti, prevedono l’uso massiccio di risorse per garantire la protezione dei visitatori e si teme di un abuso della forza
contro presunti criminali, in modo non conforme agli standard del diritto umanitario e internazionale. Inoltre l’impiego concentrato delle forze di polizia, riduce e ridurrà di riflesso la sicurezza e l’incolumità dei cittadini sudafricani, specialmente di quelli che vivono nei quartieri più poveri dove la prevenzione del crimine costituisce già una seria sfida. Calato il sipario sui mondiali, sembra che sia in atto una vera e propria fuga di immigrati dal Sudafrica minacciati di violenze xenofobe dagli abitanti del paese. È stato detto loro: “Dovete andarvene immediatamente dopo la Coppa del Mondo” secondo quanto riportano alcuni quotidiani africani. Disoccupazione e disuguaglianze Il Sudafrica presenta un tasso di disoccupazione perennemente alto, una diseguale distribuzione del reddito, con un’elevata concentrazione della ricchezza nelle poche tasche dei più fortunati. Un altro problema strutturale del paese è la carenza di infrastrutture e servizi di base, che porta alla morte sempre più persone. Le spese sostenute dal governo per organizzare la World Cup hanno sicuramente creato alcune opportunità temporanee di lavoro e migliorato il servizio di trasporto pubblico, tuttavia dalle comunità povere continuano a denunciare che la maggioranza dei cittadini è stata ed è totalmente esclusa dai benefici derivanti dall’organizzazione dei Mondiali di calcio di quest’anno. “I requisiti stabiliti dalla normativa Fifa, che prevedono ampie zone di esclusione in cui non sono consentite attività economiche informali, – afferma Amnesty International - sono visti come particolarmente dannosi nel contesto di un paese in cui ampia parte della popolazione basa la propria sopravvivenza sui proventi dell’economia informale”. Nonostante l’impegno del governo sudafricano nella lotta alla povertà e all’Hiv, c’è bisogno della stessa determinazione mostrata nella preparazione dei Mondiali di calcio per superare le difficoltà relative ai trasporti e tutti gli altri ostacoli.

C’è bisogno inoltre di un serio impegno contro il proliferare del traffico di minori (il Sudafrica è una delle mete più ambite per il turismo sessuale). Alcune Ong locali hanno segnalato che in questi ultimi mesi il movimento di ragazzini non accompagnati lungo il confine è notevolmente aumentato. “La frontiera di Ressano Garcia è un ‘colabrodo’ dove ogni giorno i trafficanti portano dal Mozambico in Sudafrica centinaia di bambini e bambine - denunciano le Ong promotrici della campagna ‘Tutti in campo contro il traffico dei bambini’ - l’attrazione per le opportunità offerte dai Mondiali è irresistibile, specie per chi vive in condizioni precarie”. Il Sudafrica ha fatto molti passi in avanti nella legislazione per la difesa dei diritti dei bambini, ma non è ancora stata approvata la legge specifica per la prevenzione e la lotta contro il traffico di esseri umani. Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha rilasciato varie dichiarazioni sui rischi di traffico di minori durante la Coppa del Mondo, incitando genitori e tutori a non perdere di vista i bambini durante le lunghe vacanze scolastiche stabilite per il grande evento calcistico. “Le scuole sono state chiuse per ridurre il rischio di traffico – dichiara Joan van Niekerk di Childline South Africa - tuttavia il 70% dei bambini fanno affidamento sui pasti dati a scuola. In Sudafrica ci sono milioni di bambini affamati senza una famiglia alle spalle e i depliant contro il traffico non significano assolutamente niente per chi ha fame. Più importante è lavorare sul campo con interventi di prevenzione del traffico, puntando su istruzione e sviluppo”. A suon di “Waka Waka - This time for Africa” minori, sfollati, poveri ed immigrati si trovano ancora a fare i conti con il lato ignoto di questi mondiali. Non basta di certo una bella canzone e qualche bella pubblicità per cambiare la situazione africana. Conta quello che di vero c’è dietro queste azioni. È davvero tempo per l’Africa?

Eleonora PochiFonte: Solidarietà Internazionale