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02/10/13

Hebron, il lato oscuro degli Accordi di Oslo

Shuhada Street, dal 2000 strada proibita ai palestinesi della città, nei racconti e le testimonianze dei residenti.


La strage della moschea di Hebron è una ferita ancora aperta nei cuori dei palestinesi della città. Poiché oltre al danno, hanno dovuto subire anche la beffa di vedersi ancor più discriminati per "ragioni di sicurezza" da parte dell'esercito israeliano. E poi in seguito al Protocollo di Hebron, siglato nel 1997 da Israele e OLP, in conformità con gli Accordi di Oslo del '95, la città è diventata una città fantasma, divisa in due settori: H1, governato dalle autorità palestinesi, ed H2, sotto il controllo dell'esercito israeliano.

Il protocollo prevede la riapertura di una delle vie strategiche della città, Shuhada Street, ma le autorità israeliane non stanno tuttora rispettando quanto stabilito dall'accordo. "Nonostante sia un negoziato ingiusto, noi abbiamo rispettato i patti. Israele assolutamente no", sottolinea un abitante della zona H2. I palestinesi che vivono in H2 hanno un codice identificativo e molti di loro sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni a causa dei ripetuti attacchi da parte dei coloni e dell'esercito. Le autorità israeliane hanno ordinato la chiusura di alcuni negozi gestiti da palestinesi solo perché erano vicino alle colonie.

Bilal Anwar, funzionario del Comune di Hebron, spiega: "Da quando nel 1994 Baruch Goldstein, un estremista israeliano, uccise ventinove palestinesi mentre stavano pregando nella moschea di Abramo, l'esercito israeliano temette rappresaglie contro i coloni residenti ad Hebron e dintorni. Fu così che le strade vennero chiuse ai veicoli palestinesi e poco più tardi Shuhada Street, principale via del commercio urbano, fu proibita ai palestinesi, che tuttora non possono neanche attraversarla a piedi".

"I palestinesi che vivono nella zona - sottolinea Bilal - sono costretti a passare sui tetti per raggiungere i loro vicini. Inoltre, subiscono violenze e molestie da parte dei coloni e dei soldati. E' la società civile a muoversi attivamente e pacificamente contro tutto questo, attraverso associazioni e comitati. Alcuni gruppi provenienti dalla Palestina e da Israele hanno lanciato una campagna sul web, coinvolgendo molti paesi nel mondo, per chiedere la riapertura di Shuhada Street, la tutela dei diritti civili e la fine dell'occupazione".

La scorsa settimana ha suscitato sdegno il video pubblicato su Youtube nel quale alcuni soldati israeliani, armati e in uniforme, ballavano a un matrimonio palestinese in città. Ma non va sempre così "bene" a Hebron. Ahmad Alrajabi, un ragazzo palestinese che vive nella zona H2, racconta: "Ero con la mia famiglia a casa di mio padre. Stavamo celebrando il matrimonio di mio fratello quando arrivarono un gruppo di coloni, irruppero in casa, sfondarono tutto e naturalmente fecero saltare il matrimonio. Per mio fratello quello doveva essere il giorno più bello della sua vita, ma è stato uno dei più brutti in assoluto".

Ahmad studia Comunicazione multimediale all'Università, ma per raggiungere la sua facoltà deve attraversare ogni giorno due checkpoint: "Vivo nella zona H2, l'Università dista al massimo cinque minuti a piedi da casa mia, ma Israele non permette ai palestinesi di passare per Shuhada Street. Siamo costretti a prendere il taxi, che vuol dire quasi mezzora di tragitto e due dollari per corsa, un importo molto alto per noi palestinesi che abbiamo redditi decisamente bassi".

Un altro ragazzo palestinese residente nella zona H2 - anche lui come Ahmad studente di Comunicazione e Media all'Università - fa il volontario in una radio locale, si occupa di una trasmissione per i giovani. Anche lui per andare all'Università è costretto a prendere un taxi perché gli è impedito di passare per Shuhada street. Vuole fare il giornalista e non sembra intimorito dal fatto che siano stati uccisi molti giovani cronisti in Palestina. Gli piace anche cantare, ha scritto e registrato alcune canzoni dedicate alla Palestina e alla sua città. E a Hebron questi ragazzi crescono faccia a faccia con la violenza disumana dell'esercito israeliano. 

Eleonora Pochi
Fonte: Nena News

17/05/11

L'Intifada della libertà, a Gaza il convoglio 'Restiamo Umani'

Attivisti giunti nella striscia per commemorare Vittorio Arrigoni, mostrare sostegno alla popolazione palestinese e raccogliere informazioni e testimonianze. Nel frattempo, numerose manifestazioni pacifiche in tutta la Palestina sono state represse dalle forze armate israeliane


Il 12 maggio è riuscito a giungere a Gaza, passando per il valico egiziano di Rafah, il convoglio umanitario 'Restiamo Umani', in commemorazione di Vittorio Arrigoni, cooperante brutalmente assassinato il 15 aprile scorso.
La giornata di ieri, 15 maggio, in occasione della Naqba, ha intensificato l’intifada per la libertà, coinvolgendo ogni angolo di Palestina. Rincuorati e incoraggiati dall'arrivo degli ottanta attivisti italiani e internazionali, i cittadini gazesi hanno deciso di manifestare pacificamente spingendosi fino il valico di Eretz, confine tra Gaza e Israele. Gli operatori del convoglio però, sono stati bloccati poco prima del valico dal servizio d'ordine di Hamas, che impediva in particolare ai dimostranti stranieri, di raggiungere il check-point. I palestinesi hanno continuato fino alla zona cuscinetto.
“Erez rappresenta il modo in cui Israele ci impedisce di uscire e rientrare a Gaza – racconta un manifestante gazese alle telecamere del convoglio-, a nessuno è concesso di attraversare questo valico se gli israeliani non sono d'accordo. Vogliamo rimuoverlo perché è uno degli strumenti di Israele che rende le nostre vite davvero insopportabili”. Il check-point di Erez è stato teatro di duri scontri, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco sulla folla, provocando la morte di due palestinesi, di cui un giornalista locale e quasi 70 feriti. In tutti i territori palestinesi occupati, le forze armate di Netanyahu hanno represso ferocemente le manifestazioni. Il bilancio è di 13 palestinesi uccisi, quasi duecento i feriti. Il convoglio, oltre che commemorare Vittorio Arrigoni, ha l'obiettivo di incontrare la popolazione gazese, costretta nella morsa dell'occupazione israeliana per documentare e diffondere più informazioni possibili.

Tra le prossime iniziative intraprese dagli attivisti della striscia, quella di accompagnare i pescatori gazesi oltre il limite imposto dalla marina israeliana, restrizione adottata nonostante la legge internazionale prevedesse disposizioni ben diverse. “Secondo gli accordi di Oslo i pescatori palestinesi possono utilizzare fino venti miglia di mare – spiega Mafuz Kabariti, membro della "fisherman and marine sport association" -, ma questo non è mai successo e gli israeliani hanno concesso loro solo dodici miglia, ridotte prima a dieci, poi a sette in seguito alla situazione politica. Dopo la guerra nella quale Israele ha attaccato Gaza, la linea di pesca è stata limitata a tre miglia dalla costa. Quest'area non è abbastanza per tutta la popolazione, per tutta quella gente che aveva perso il loro lavoro e si dedicava alla pesca per sfamare la propria famiglia. Non credo – continua Kabariti in una video intervista pubblicata sul sito del convoglio-, che questa sia una decisione intrapresa da Israele per motivi di sicurezza, ma sembra più una punizione collettiva per i palestinesi.
Non c'è media che racconti ciò che gli israeliani fanno ai palestinesi in mare, quando tentano di superare le tre miglia l'unico linguaggio utilizzato per impedirglielo è quello delle armi. Molte persone sono state ferite ed uccise durante gli attacchi degli israeliani. Stiamo pianificando di andare con i pescatori palestinesi per violare il limite delle 7 miglia, per permettere loro di andare oltre, fino a 10 miglia per pescare”. Conclude così l'attivista locale: “ Abbiamo perso il corpo di Vittorio, ma le sue idee vivono e vivranno sempre in noi. Eravamo molto felici quando lui era a Gaza, il suo 'Restiamo Umani' ha avuto un forte impatto sulla Palestina”.

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero