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16/11/11

I giovani palestinesi: “Basta all’ipocrisia delle istituzioni internazionali”

Con il riconoscimento all’Unesco, la Palestina ha raggiunto un buon risultato. Ma c’è ancora molto, anzi moltissimo, da fare
  
L’Unesco ha riconosciuto la Palestina come Stato membro ed è subito caos. A parte la perenne astensione italiana al voto sulle questioni palestinesi, è l’arrogante reazione di Usa e Israele che suscita particolare ed ulteriore indignazione. Washington, definendo “inaccettabile” l’ammissione della Palestina nell’agenzia culturale delle Nazioni Unite, ha bloccato i fondi destinati all’organizzazione, pari a 60 milioni di dollari. Dal canto suo, Israele ha stabilito di accellerare l’incessante progetto di colonizzazione, che prevede la costruzione di 2000 nuove abitazioni, tra Gerusalemme ed il sud di Betlemme, prima città che sarà proposta all’Unesco per essere riconosciuta “patrimonio dell’umanità”. Netanyahu, oltre che tagliare anch’egli i fondi destinati all’Unesco, ha sospeso il trasferimento di fondi derivanti da tasse e dazi per circa 100 milioni di dollari destinati ai Territori Palestinesi, com’è successo già in primavera, in occasione dell’accordo di riconciliazione Fatah-Hamas.

I  siti che beneficeranno del riconoscimento Unesco potranno essere tutelati e
mantenuti finanziariamente dall’agenzia internazionale. In altre parole, Israele non potrà più bombardare e distruggere alla cieca, almeno alcuni luoghi saranno “protetti” dall’Unesco. Si continuerà a bombardare villaggi, demolire abitazioni, uccidere indistintamente uomini, donne, bambini, distruggere reti elettriche, idriche e fognarie per destabilizzare la quotidianità del popolo arabo, impedire gli spostamenti di Palestinesi. Tutto questo grazie al benestare anzitutto degli Usa, che da anni fornisce tecnologie e aiuti alle forze armate israeliane, poi da gran parte d’Europa, prima tra tutte l’Italia, che sostiene economicamente, politicamente e militarmente il governo sionista. La scorsa settimana, per dire la più recente, è stato concessa in Sardegna un’esercitazione congiunta delle aviazioni italiana e israeliana.
Uno Stato canaglia, propenso all’annientamento del popolo palestinese, che agisce in piena violazione del diritto internazionale ed in palese contrasto con i diritti umani fondamentali, responsabile di un blocco criminale imposto sulla Striscia di Gaza, calorosamente accolto in casa nostra. I giovani palestinesi della West Bank, hanno dichiarato in un comunicato rivolto all’Onu: “A scuola, all’Università e attraverso le nostre organizzazioni, abbiamo appreso i diritti umani e il diritto internazionale, eppure sembra che i palestinesi rientrino in una classe di persone a cui questi diritti non si applicano – s’apprende dalla nota in rete -. Come i neri in America mezzo secolo fa, o in Sud Africa due decenni fa, siamo vittime di un’ideologia che mira all’esclusione e di quelli che la tollerano e la rendono possibile. Infatti, le voci che parlano con più vigore di diritti umani, libertà, Stato di diritto, sono le stesse che rendono possibile la sistematica violazione dei principi che professano. Siamo stanchi – continuano i giovani palestinesi – di ascoltare queste istituzioni ipocrite, che rispettano il nostro popolo solo a parole, calpestando i nostri diritti e le nostre aspirazioni. Cosa ci guadagna l’ONU a condonare questa ipocrisia, questo doppio gioco e le sistematiche violazioni delle sue stesse leggi e principi? ”.


Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura

16/09/11

Assad massacra il popolo siriano

Torture, fosse comuni, minori fucilati, repressione sempre più feroce. Damasco mobilita navi da guerra, elicotteri, carri armati e schiera l’esercito con l’obiettivo di reprimere le manifestazioni di massa che reclamano riforme 


Dal mese di marzo, secondo l’Organizzazione nazionale per i diritti umani in Siria, sarebbero state uccise dalle forze di sicurezza circa 3.100 persone. Neanche chi ha una discreta notorietà pubblica puo’ star tranquillo. Si pensi ad Ibrahim Kashoush, giovane musicista, sgozzato per aver cantato una canzone contro Assad oppure ad Ali Ferzat, noto vignettista satirico, al quale sono state rotte le mani durante un’ aggressione; “E’ un avvertimento” hanno detto lui. Un recente rapporto di Amnesty International denuncia 88 morti, tra cui dieci bambini, nelle carceri siriane. Arrestati e torturati fino alla morte per aver preso parte alle manifestazioni. Ziad Tariq Abd al-Qadr era un giovane siriano, arrestato nel governatorato di Homs il 29 aprile e spedito morto alla famiglia il 16 giugno. C’è un video del cadavere con evidenti segni di torture, nel quale “un individuo analizza le lesioni visibili sul corpo, in modo calmo e metodico mentre le sue mani, in guanti chirurgici, indicano la posizione dei vari segni di tortura, punto per punto – s’apprende tra le scure pagine del rapporto -. Indicano la testa, dalla quale sono stati strappati i capelli, il collo e il pene segnati da scariche elettriche, cicatrici di sigarette spente sulle spalle, segni di frustate, coltellate sul busto, ustioni su braccia, mani e piedi”. Come Tariq sono stati uccise migliaia di persone, di “dissidenti” ardenti di democrazia, di un futuro migliore, di “topi di fogna” che tanto fastidiano i dittatori, sfidando la repressione a mani nude. 
Secondo Adnan Bakkour, procuratore generale della Siria che secondo fonti internazionali pare si sia dimesso dopo esser stato testimone dell’uccisione di 72 prigionieri ad Hama, sarebbero oltre diecimila i “topi di fogna” arrestati. “Mi dimetto a causa del regime di Assad e delle sue bande” ha dichiarato Bakkour.

Intanto la macelleria umana siriana ha suscitato lo sdegno internazionale. Mentre gli Usa hanno deliberato l’applicazione di diverse sanzioni, anche l’Ue dichiara un embargo imminente verso Damasco, sul quale grava un colossale giro d’affari: ben il 95% del petrolio siriano esportato è destinato all’Europa. Affari che l’Italia tiene bene a mente, giacché sta ostacolando, in sede comunitaria, l’applicazione immediata delle sanzioni, dichiarando che sarebbe più adeguato posticipare il blocco a fine novembre, scadenza contrattuale delle forniture. Sempre più sfacciatamente, gli affari prima di tutto.


Non solo l’Occidente. L’Iran, storico alleato della Siria, storce la bocca davanti il sanguinario obbrobrio: “Il Medio Oriente potrebbe essere immerso nel caos se il presidente Assad continua ad ignorare le richieste di riforma – ha dichiarato Akbar Salesi, ministro degli esteri iraniano -. Sia nello Yemen, in Siria o in qualsiasi altro paese, la gente ha richieste legittime ed i governi dovrebbero rispondere nel più breve tempo possibile”. Un Paese, l’Iran, mosso dall’appetitosa fetta d’export petrolifero verso l’Europa, che con l’embargo taglierebbe gli accordi con la Siria?


Anche la Turchia ha preso le distanze dalle scelte politiche di Assad: “Tutto il mondo dovrebbe sapere che siamo al fianco del popolo siriano – ha dichiarato il presidente della repubblica turca -. Oggi nel mondo non c’è più spazio per amministrazioni autoritarie, partiti unici, regimi chiusi”. Perfino la Lega Araba condanna la Siria, raccomandandosi di “mettere fine allo spargimento di sangue”, si legge dalla nota che Damasco ha respinto nervosamente. 
Di tutte le parti in gioco, il popolo siriano appare l’unico vero amico di sé stesso, inerme contro una dispotica follia. 


Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero 

06/09/11

Settembre decisivo per la Palestina

Appuntamenti fondamentali per i territori palestinesi occupati, processo Arrigoni e proposta all’Onu per il riconoscimento dello Stato palestinese

Due date: 8 e 20 settembre. La prima dovrebbe essere, secondo indiscrezioni, il giorno dell’apertura della prima udienza del processo a carico dei presunti assassini di Vittorio Arrigoni, morto lo scorso 15 aprile.
La seconda rappresenta la data del prossimo raduno dell’Onu, in occasione del quale Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese, dovrebbe presentare la richiesta ufficiale di riconoscimento dello Stato palestinese, quindi l’adesione alle Nazioni Unite. Quale sarà il responso tratto dalle due giornate è un mistero, l’unica certezza è che, in particolare negli ultimi mesi, l’avvicendarsi di avvenimenti contrastanti ha creato confusione in entrambe le questioni. In riguardo ad Arrigoni, un gruppo di giovani salafiti del gruppo “Tawhid wal Jihad” ha rivendicato praticamente da subito la titolarità del gesto. Dopo pochi giorni, la cellula viene sgominata dai miliziani di Hamas, provocando la morte di due salafiti coinvolti nell’agguato all’italiano. Dal 15 giugno l’inchiesta aperta sul caso dalla Procura di Gaza è stata consegnata nelle mani dei giudici militari che hanno rinviato a giudizio due palestinesi che sembrerebbero coinvolti nell’assassinio del cooperante. Ai legali della famiglia Arrigoni è stato finora negato l’accesso alle indagini. Il governo Hamas non ha permesso alla magistratura gazese di consegnare il fascicolo dell’inchiesta agli avvocati italiani a causa di un’incomprensione riscontrata nella presentazione degli incartamenti necessari all’accesso ai dati.

Altro momento storico per l’intera Palestina è il prossimo 20 settembre. L’ostacolo più evidente al riconoscimento è rappresentato dagli Stati Uniti. Per l’ammissione di nuovi Paesi all’Onu è necessaria la maggioranza di due terzi all’Assamblea Generale e un voto favorevole, che gli USA hanno già annunciato di bloccare con il veto, al Consiglio di sicurezza. Posto che la Palestina è governata da due fazioni, Fatah in Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza, la recente intesa raggiunta tra le parti non è sufficiente alla comune creazione di un governo unitario. Hamas continua a giocare al gatto col topo con Israele, insistendo con la violenza contro il popolo israeliano. Non basta quella perpetuata da decenni da Israele nei confronti dei palestinesi. Gli abitanti della Striscia sono un popolo sequestrato alla propria terra, alla libertà, alla democrazia, segregato in una striscia di terreno, separato dalle armi israeliane dal resto dei propri compaesani, costretto all’isolamento come il resto dei palestinesi. La Cisgiordania è l’unica alla quale interessano realmente le sorti della Striscia di Gaza, giacché c’è la sua gente lì. Dal 1967 le forze israeliane hanno occupato, in piena violazione di trattati internazionali e diritti umani, entrambi i territori palestinesi, esercitando, sotto gli occhi del mondo, una scandalosa e violenta segregazione razziale. Nonostante l’oppressione degli occupanti, la Cisgiordania è riuscita a costruire una amministrazione pubblica ed un’economia discrete. Abu Mazen ha incontrato il console generale americano a Gerusalemme per chiedere agli Stati Uniti di non bloccare il processo di riconoscimento. Mentre già 122 Paesi al mondo appoggiano la creazione dello Stato palestinese e l’adesione all’Onu, Italia e Germania, insieme ad Usa ed altri, si oppongono a gran voce. 150 personaggi politici italiani, hanno addirittura sottoscritto una petizione, promossa dall’Associazione parlamentari di amicizia Italia-Israele, contro il riconoscimento della Palestina.
Il parlamento israeliano intanto continua ad elaborare leggi razziste. Dopo il nuovo piano di colonizzazione è la volta di contrastare con la legge l’uso e la diffusione della lingua araba. Inoltre è in atto una campagna altamente discriminatoria che raccomanda, attraverso dialogatori dislocati sulle spiagge, alle ragazze ebree di non frequentare coetanei arabi. Nonostante questo, ma anche tanto altro, l’Italia continua ad esprimere sostegno e collaborazione verso il governo Netanyahu, addirittura adoperandosi con una petizione in suo aiuto. Non resta altro che aspettare il fatidico 20 settembre.

Eleonora Pochi
Fonte: Parolibero

02/09/11

Settembre decisivo per la Palestina

Appuntamenti fondamentali per i territori palestinesi occupati, processo Arrigoni e proposta all’Onu per il riconoscimento dello Stato palestinese

Due date: 8 e 20 settembre. La prima dovrebbe essere, secondo indiscrezioni, il giorno dell’apertura della prima udienza del processo a carico dei presunti assassini di Vittorio Arrigoni, morto lo scorso 15 aprile.
La seconda rappresenta la data del prossimo raduno dell’Onu, in occasione del quale Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese, dovrebbe presentare la richiesta ufficiale di riconoscimento dello Stato palestinese, quindi l’adesione alle Nazioni Unite. Quale sarà il responso tratto dalle due giornate è un mistero, l’unica certezza è che, in particolare negli ultimi mesi, l’avvicendarsi di avvenimenti contrastanti ha creato confusione in entrambe le questioni. In riguardo ad Arrigoni, un gruppo di giovani salafiti del gruppo “Tawhid wal Jihad” ha rivendicato praticamente da subito la titolarità del gesto. Dopo pochi giorni, la cellula viene sgominata dai miliziani di Hamas, provocando la morte di due salafiti coinvolti nell’agguato all’italiano. Dal 15 giugno l’inchiesta aperta sul caso dalla Procura di Gaza è stata consegnata nelle mani dei giudici militari che hanno rinviato a giudizio due palestinesi che sembrerebbero coinvolti nell’assassinio del cooperante. Ai legali della famiglia Arrigoni è stato finora negato l’accesso alle indagini. Il governo Hamas non ha permesso alla magistratura gazese di consegnare il fascicolo dell’inchiesta agli avvocati italiani a causa di un’incomprensione riscontrata nella presentazione degli incartamenti necessari all’accesso ai dati.

Altro momento storico per l’intera Palestina è il prossimo 20 settembre. L’ostacolo più evidente al riconoscimento è rappresentato dagli Stati Uniti. Per l’ammissione di nuovi Paesi all’Onu è necessaria la maggioranza di due terzi all’Assamblea Generale e un voto favorevole, che gli USA hanno già annunciato di bloccare con il veto, al Consiglio di sicurezza. Posto che la Palestina è governata da due fazioni, Fatah in Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza, la recente intesa raggiunta tra le parti non è sufficiente alla comune creazione di un governo unitario. Hamas continua a giocare al gatto col topo con Israele, insistendo con la violenza contro il popolo israeliano. Non basta quella perpetuata da decenni da Israele nei confronti dei palestinesi. Gli abitanti della Striscia sono un popolo sequestrato alla propria terra, alla libertà, alla democrazia, segregato in una striscia di terreno, separato dalle armi israeliane dal resto dei propri compaesani, costretto all’isolamento come il resto dei palestinesi. La Cisgiordania è l’unica alla quale interessano realmente le sorti della Striscia di Gaza, giacché c’è la sua gente lì. Dal 1967 le forze israeliane hanno occupato, in piena violazione di trattati internazionali e diritti umani, entrambi i territori palestinesi, esercitando, sotto gli occhi del mondo, una scandalosa e violenta segregazione razziale. Nonostante l’oppressione degli occupanti, la Cisgiordania è riuscita a costruire una amministrazione pubblica ed un’economia discrete. Abu Mazen ha incontrato il console generale americano a Gerusalemme per chiedere agli Stati Uniti di non bloccare il processo di riconoscimento. Mentre già 122 Paesi al mondo appoggiano la creazione dello Stato palestinese e l’adesione all’Onu, Italia e Germania, insieme ad Usa ed altri, si oppongono a gran voce. 150 personaggi politici italiani, hanno addirittura sottoscritto una petizione, promossa dall’Associazione parlamentari di amicizia Italia-Israele, contro il riconoscimento della Palestina.
Il parlamento israeliano intanto continua ad elaborare leggi razziste. Dopo il nuovo piano di colonizzazione è la volta di contrastare con la legge l’uso e la diffusione della lingua araba. Inoltre è in atto una campagna altamente discriminatoria che raccomanda, attraverso dialogatori dislocati sulle spiagge, alle ragazze ebree di non frequentare coetanei arabi. Nonostante questo, ma anche tanto altro, l’Italia continua ad esprimere sostegno e collaborazione verso il governo Netanyahu, addirittura adoperandosi con una petizione in suo aiuto. Non resta altro che aspettare il fatidico 20 settembre.


Eleonora Pochi

04/02/11

Crisi umanitarie. 28 paesi, 50 milioni di persone

È emergenza record. Tra fame e conflitti, la penuria dilaga per un numero crescente di persone pari all’intera popolazione italiana. Sono 28 i paesi colpiti. Il Sudan si trova nella situazione più drammatica. Intanto la spesa militare mondiale aumenta a dismisura.

Per il 2011 l’Onu reclama ai paesi donatori 7,4 miliardi di dollari, al fine di sopperire alle quattordici crisi umanitarie attuali. È la cifra per emergenze umanitarie più alta mai chiesta nella storia delle Nazioni Unite.

Il denaro richiesto va a finanziare le operazioni d’aiuto umanitario urgenti per più di 50 milioni di persone in 28 paesi del mondo, tra cui Sudan, Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Territori palestinesi occupati, Haiti, che dopo il terremoto ancora attraversa la crisi benché non se ne dica nulla, Pakistan e altri. “Nel 2011, decine di milioni di persone avranno bisogno di aiuto per sopravvivere - afferma il sottosegretario generale per gli Affari umanitari, Valerie Amos. Conflitti e disastri naturali hanno privato queste persone delle proprie case, dei mezzi di sussistenza e dell’accesso a beni essenziali come l’acqua potabile e l’assistenza sanitaria”. Amos ha spiegato che la situazione è andata peggiorando a causa dell’aumento incessante dei prezzi di combustibili, materie prime e degli effetti della recessione economica che ha colpito la maggioranza dei paesi donatori. La capacità di affrontare situazioni di grave emergenza umanitaria da parte della popolazione locale, tende a regredire soprattutto per i paesi colpiti, tra l’altro, da catastrofi naturali. Chi sta peggio è il Sudan, bisognoso di 1,7miliardi, seguito da Haiti con 907 milioni e dalla Repubblica Democratica del Congo con 679 milioni, teatro di una sanguinosissima guerra civile.

C’era una volta Haiti, dopo il terremoto

L’isola haitiana è stata colpita, oltre che dal terremoto, passato alla ribalta dei mass-media ma del quale (quasi) nessuno conosce il seguito, da una profonda epidemia di colera che sta piegando un’intera popolazione e non sembrerebbe possa essere debellata nel breve periodo. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nei prossimi sei mesi, il numero dei contagiati potrebbe arrivare a 650mila. “L’ampia portata dell’epidemia – ha dichiarato Ban Ki-Moon - è imputabile alla tipologia della malattia, che sembrerebbe appartenere ad uno dei ceppi più aggressivi del colera, combinata ad un debole sistema sanitario nazionale, alla mancanza d’accesso all’acqua potabile e ad altri servizi di base”. I soldi richiesti dall’Onu andrebbero a coprire due priorità: ridurre al più presto il tasso di mortalità attraverso il trattamento medico immediato, quando possibile, degli infetti e informare tutta la popolazione, compresi gli abitanti delle aree più isolate, sul trattamento preventivo del colera. Nonostante il durissimo e lodevole lavoro congiunto di Ong e agenzie Onu, gli sforzi non sono sufficienti. Dei 164 milioni di dollari richiesti lo scorso 11 novembre per far fronte allo scoppio dell’epidemia, ne sono stati ricevuti solo il 20%. Ad oggi, le cifre rese note dal ministero della Salute haitiano parlano di 1.800 morti e 85.000 contagiati.

Crisi umanitaria del Darfur
Quella che si consuma in Sudan è la più grande crisi umanitaria del pianeta. Focolaio della carestia è la vasta regione del Darfur, semi-desertica ma ricca di risorse sotterranee, messa a ferro e fuoco dalle milizie ciadiane e sudanesi. La situazione geopolitica del paese è molto complessa. Agli albori di questo 2011, il tanto atteso referendum deciderà le sorti del paese: la popolazione sudanese sentenzierà la probabile secessione del Sud e la conseguente autodeterminazione di una nazione indipendente. Inoltre, già dal 2005 il protocollo CPA (Comprehnsive Peace Agreement) prevedeva disposizioni provvisorie per gli Stati di Abyei, Southern Kordofan e Blue Nile, noti come aree di transizione. Con lo stesso referendum, probabilmente sarà decisa anche l’annessione al Sud o al Nord Sudan dello Stato di Abyei. Sembrerebbe quasi una battaglia navale, nella quale si ridisegnano continuamente confini... Sembra un gioco ma non lo è affatto. Sono quasi 5 milioni le vittime dirette del conflitto e metà di esse sono bambini. Nell’arco di sei anni, il conflitto in Darfur ha provocato più di 300mila morti e costretto almeno 2 milioni di persone alla fuga, i cosiddetti sfollati sia all’interno del Sudan sia nei campi profughi ciadiani. Inoltre, circa 17mila bambini vengono arruolati forzatamente per prendere parte alle ostilità. La situazione è regredita ulteriormente con l’espulsione di 7.700 operatori umanitari rappresentanti di 16 Ong, decretata dal governo sudanese in risposta al mandato d’arresto internazionale del marzo scorso nei confronti del presidente Omar Hassan Al-Bashir da parte della Corte penale internazionale, per crimini contro l’umanità. “Al-Bashir è stato ed è tuttora il mandante dei numerosi attacchi alle popolazioni civili, sono state distrutte intere comunità – dichiara la Corte penale internazionale –. La drammatica situazione del Darfur non comprende ‘solo’ una crisi umanitaria, ma un sistematico attacco alla popolazione civile”. Nonostante ciò, il presidente Al-Bashir non è ancora stato arrestato. Per chi volesse, segnaliamo la Campagna promossa da Italians for Darfur Onlus che sta raccogliendo, tra l’altro, firme per un appello rivolto ai principali media italiani affinché si parli di più del Sudan e della relativa crisi umanitaria. L’indirizzo web di riferimento è www.italianblogsfordarfur.it. Sarebbe interessante poi, analizzare l’altra faccia della stessa medaglia, ossia come gli Stati “democratici” investano costantemente in attività di guerra, mentre il piatto degli aiuti internazionali piange.

E per la guerra quanti soldi si spendono?
Benché sia noto che la guerra è sinonimo di sottosviluppo, si spendono molti più soldi per essa che per lo sviluppo e la cooperazione tra i popoli. Il rapporto è di 10 a 1. Secondo le statistiche SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) nel 2009 ben 1.531 milioni di dollari sono stati dissipati in spese militari mondiali. A dispetto della crisi finanziaria quindi, nel bilancio mondiale la voce “spese militari” appare sempre più cospicua: dal 2000 ad oggi c’è stato un incremento del 49% in nome di una “guerra contro il terrorismo”. Nel 2009 gli Usa hanno contribuito al 54% della somma complessiva per spese militari mondiali. Se questi sono stati i “costi” imputati allo svolgimento d’attività di guerra, sembrerebbe che in contropartita ci sia un tutt’altro che modesto ritorno economico. Il 44% dei fornitori di armi a livello globale è americano e ha generato nel 2009 un flusso d’export pari a 6.795 milioni di dollari, seguiti da Europa e Russia. Occorre precisare che l’Italia, nel 2009 ha impiegato in spese militari 588 milioni di dollari (SIPRI). Per il 2010 la spesa italiana per la guerra è stata stimata in 23.500 milioni di euro. L’Italia è stata nel 2009, per il quinto anno consecutivo, il primo paese al mondo per esportazioni di armi leggere, anche dette armi di tipo non militare, intascando ben 250 milioni di dollari. I paesi in via di sviluppo continuano ad essere i principali destinatari delle esportazioni di armamenti da parte dei paesi produttori, secondo il rapporto annuale del Congressional Research Service statunitense. Tra i principali destinatari: Arabia Saudita, Brasile, Corea del Sud, Egitto, India, Israele e Pakistan. Il 60% delle armi leggere globalmente prodotte finiscono per armare civili e rendere possibili guerre interne tra gruppi etnici e d’opposizione.

* Prossimo mese prosegue l’inchiesta sulle altre crisi umanitarie, a partire dalla Repubblica Democratica del Congo.

Eleonora Pochi
Fonte: Solidarietà Intetrnazionale

25/10/10

IRAQ: WIKILEAKS DOCUMENTA GLI ORRORI, 109MILA MORTI

23 OTT 2010
(AGI) - Dubai, 23 ott. - La bomba di Wikileaks e' esplosa sull'Iraq, con la pubblicazione di 400mila documenti secretati da cui emergono torture sistematiche praticate dalle truppe di Baghdad, migliaia di casi di vittime civili, gli aiuti forniti dall'Iran alle milizie sciite. Dai 'file' anticipati da Al Jazira e apparsi subito dopo sul sito di Julian Assange, si apprende che dall'inizio del conflitto in Iraq nel 2003 fino al 2009 sono morte piu' di 109.000 persone di cui oltre la meta', 66.000, erano civili. Di questi ultimi ben 15mila hanno perso la vita in incidenti di cui finora non si sapeva nulla e che nella maggior parte dei casi sono ascrivibili ai militari iracheni, ha riferito il gruppo londinese Iraq Body Count.
 
Washington aveva sempre negato di disporre di una contabilita' delle vittime in Iraq. Nel racconto dell'orrore quotidiano della guerra emergono storie imbarazzanti per gli Usa che potrebbero avere effetti imprevedibili sulle elezioni di Mid-Term del 2 novembre.
  Anzitutto la copertura delle torture praticate dai militari iracheni, ma anche tantissime le uccisioni di civili ai posti di blocco americani, 681 tra cui donne incinte e bambini. Il Pentagono ha minimizzato osservando che molti episodi erano "stati a suo tempo ampiamente riportati in servizi di cronaca", ma il danno resta potenzialmente immenso. Da parte sua, il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha condannato "nei termini il piu' chiari possibile" la divulgazione di qualsiasi documento che metta a rischio la vita degli americani.
Nei file desecretati, c'e' il racconto delle torture inflitte ai prigionieri da parte dei soldati iracheni (abusi fisici di ogni tipo, con particolari raccapriccianti, comprovati dai referti sanitari) e sistematicamente ignorati dagli americani, tranne un intervento isolato nel 2005. Si parla di sistemi simili a quelli impiegati sotto Saddam Hussein: detenuti frustati ai piedi con cavi pesanti, altri appesi ai ganci fissati al soffitto o che ricevevano scosse elettriche sul corpo; e ancora la violenza sessuale o la sua minaccia (un detenuto ha raccontato di esser stato sodomizzato con una bottiglia d'acqua, un altro con un tubo flessibile).
  Almeno sei detenuti, se non di piu', sono morti per le percosse ricevute.
I militari Usa scoprirono migliaia di vittime di esecuzioni sommarie, senza che questo venisse denunciato. C'e' poi il caso di un elicottero Apache, quello gia' coinvolto nell'uccisione di due giornalisti della Reuters documentata da Wikileaks, che avrebbe sparato a due miliziani che volevano arrendersi. E si scopre che nel 2005 Al Qaeda voleva attaccare il carcere iracheno di Abu Ghraib, la "prigione delle torture" chiusa dall'Amministrazione Obama.

Fonte: http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201010230854-est-rt10004-iraq_wikileaks_documenta_gli_orrori_109mila_morti

01/10/10

l'arma alimentare

Alcune potenze, che siano Stati o Multinazionali, utilizzano la privazione di cibo come arma contro coloro ai quali vogliono imporre la loro volontà.
La Dichiarazione di Roma del 1996 impegna gli Stati a rispettare la seguente disposizione: “Il cibo non dovrebbe essere usato come strumento di pressione politica ed economica”. Si limita però alla necessità di astenersi dalle sole misure unilaterali.
I Protocolli aggiuntivi della Convenzione di Ginevra per la tutela delle popolazioni civili stabiliscono: “E’ proibito attaccare, distruggere, rendere inutilizzabili oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile come alimenti, colture, installazioni idriche”. Eppure la realtà appare ben diversa. Alcuni colossi multinazionali regolano il mercato alimentare dell'intero pianeta e se vogliono, insieme a governanti e finanzieri distruggono tonnellate su tonnellate di cibo, considerato un surplus, ossia una scomoda eccedenza poco gradita alle regole del mercato.
E' altresi' opportuno precisare che la maggior parte dei cereali prodotti a livello mondiale è utilizzata per la nutrizione di animali (660.000.000 di tonnellate) contro i 200.000.000 di tonnellate utilizzati per l'alimentazione umana .
Gran parte dei cereali prodotti sulla terra vengono utilizzati in Occidente per alimentare quel bestiame che viene poi consumato da noi sotto forma di carne, uova, latte.
Se l'enorme quantità di cereali destinati all'alimentazione di bestiame venisse impiegata direttamente nell'alimentazione umana, potrebbero venir nutrite ben 2.500.000.000 persone. Con la sola quantità di cereali che U.S.A. e U.R.S.S. destinano al bestiame, si potrebbero nutrire 1.000.000.000 di persone.
La fame non c'è per scarsità di cibo, ma per scarsità d'intenti.



Eleonora Pochi


30/09/10

Bambini senza voce

Lo sfruttamento minorile impiega bambini per lavoro nero, prostituzione, spaccio di droga, mafie, servaggio, adozioni illegali, traffico di organi, guerra, abusi sessuali. Anche l’Italia non ne è indenne


Chi è un bambino e che ruolo ha nella società?
Il mondo intero dovrebbe chiederselo, perché è evidente che non sa più investire sulla sua maggiore risorsa, i bambini, o forse fa finta di nulla mentre l’infanzia viene pian piano annientata. Lo scandalo della violazione dei diritti fondamentali dei bambini rappresenta  un vergognoso comune denominatore di tutte le società, povere e ricche, dai piccoli orfani haitiani, ai bambini colpiti da mille forme di violenza e abusi nei paesi industrializzati.
I soldatini di piombo
Più di due milioni di bambini ogni anno sono vittime di traffico a scopo di sfruttamento. Di questi, circa 250mila sono utilizzati nei conflitti armati. Tutti i bambini soldato porteranno nella loro vita ferite psicologiche difficili da rimarginare. Nel 1997 Susan, una ragazzina ugandese, dichiarò all’Human Right Watch: “Un ragazzo cercò di scappare dai ribelli, ma lo presero. Le sue mani erano legate e loro ci chiesero di ucciderlo. Mi sentii male. Lo conoscevo da prima. Venivamo dallo stesso villaggio. Rifiutai di ucciderlo e mi dissero che mi avrebbero sparato. Mi puntarono contro un fucile, così dovetti farlo. Il ragazzo mi chiese: ‘Perché lo fai?’, risposi che non avevo scelta. Dopo che lo uccidemmo, ci fecero bagnare le braccia nel suo sangue. Dissero che dovevamo farlo, così non avremmo più tentato di scappare. Ancora sogno quel ragazzo del mio villaggio che ho ucciso. Lo vedo nei miei sogni e lui mi parla e dice che l’ho ucciso per niente. E io piango”. A parlare è Susan, 16 anni, rapita dall’LRA (Lord’s Resistance Army, organizzazione guerrigliera ugandese). L’essere stati testimoni, o l’aver essi stessi commesso atrocità, avrà serie conseguenze non solo nella loro vita, ma nell’intero tessuto sociale in cui sono inseriti. Lo sfruttamento minorile impiega bambini per lavoro nero, prostituzione, spaccio di droga, mafie, servaggio, adozioni illegali, traffico di organi, guerra, abusi sessuali, ecc. Ogni giorno in Sudafrica sono 30mila i bambini in vendita, acquistabili dai gestori di bordello per neanche 100 euro. Le loro prestazioni hanno un valore medio di 3 euro.
Convenzione si, Convenzione no?
Lo scorso anno la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ha compiuto vent’anni. È il trattato più ratificato al mondo: sono 193 gli Stati firmatari (Stati Uniti e Somalia esclusi). “Dal 1990 ad oggi si sono registrati progressi notevoli negli ambiti della sopravvivenza dell’infanzia: il tasso di mortalità sotto i cinque anni è diminuito da 90 a 65 decessi su 1.000 nati vivi – dichiara l’Unicef - tuttavia i risultati non ci devono illudere. Si sarebbero fatti maggiori progressi se ai bambini, le bambine e gli adolescenti fosse stata data priorità nelle politiche e nei bilanci, oltre che nelle dichiarazioni d’intenti”. Se i governi non s’impegnano attivamente con politiche adeguate, la convenzione rimarrà un insieme di solenni principi. Basti pensare che in Iran, nonostante il paese abbia ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia, s’impiccano bambini per reati quasi inesistenti: presunta omosessualità, per esempio. Dal gennaio 1990 al dicembre 2007, secondo Amnesty International, il paese che ha giustiziato a morte più minori è l’Iran con 28 condanne, sorprendentemente seguito dai “democratici e civili” Stati Uniti d’America, con 19 sentenze a morte di minori. Il nostro Bel Paese non condanna a morte, ma fa la sua parte. L’Italia è al primo posto in Europa per domanda all’estero di sesso con minori. Sono circa 80mila i maschi italiani che ogni anno si recano in paesi stranieri — prima meta il Brasile — con questa finalità.
La situazione italiana
Chi credeva che l’Italia fosse un paese a misura di bambino si sbagliava. Ci sono dati statistici che dimostrano l’insuccesso della panacea. I casi d’abuso e maltrattamento di minori sono in costante aumento. La maggior parte degli abusi avviene nelle mura domestiche: 2.500 sono i casi d’abuso denunciati alla procura dagli ospedali, ed il 56% delle fratture riportate da piccoli con meno di un anno d’età non è accidentale. Per quanto riguarda la prevenzione del maltrattamento, l’Italia non ha ancora recepito la raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dello studio delle Nazioni Unite sulla violenza sui bambini, che prevede l’adozione di un piano nazionale di azione per prevenirla. Chi di voi non ricorda le immagini agghiaccianti delle maestre dell’asilo “Cip Ciop”? I piccoli erano picchiati, costretti a stare immobili, in silenzio, e addirittura a mangiare il cibo vomitato. Non è da meno il caso più recente dell’asilo di Ferrara: un bimbo di sei anni lasciato nudo in mezzo alla classe, colpito dai compagni come punizione alla sua marcata vivacità. E l’asilo di Rignano Flaminio? Quanti casi d’abusi soffocati silenziosamente dalla paura di raccontare? Troppi.
I diritti dei bambini
Per capire tutto questo è fondamentale analizzare il ruolo che un bambino riveste in una società moderna. Cominciamo col dire che i bambini non fanno parte dell’elettorato, e di conseguenza ai governi poco importa di soddisfare i loro interessi perché il non soddisfacimento degli interessi dell’infanzia non comporta loro una perdita di voti. Supponiamo che un governo si trovi a decidere se finanziare un programma d’assistenza per il recupero di minori abusati o abbellire le città con fiorellini colorati. Cosa sceglie? Opta, nella maggior parte dei casi, per le belle piantine e credo sia superfluo spiegare il perché. I minori in condizione di povertà relativa sono in Italia 1.728.000, dei quali il 61,2% ha meno di undici anni, e per il 72% si concentrano nel Mezzogiorno. Nel nostro paese mancano fondamentali misure di attuazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia (CRC), come ad esempio il Piano Nazionale dell’infanzia. Sia la CRC che la legge 451/1997 prevedono la programmazione di linee strategiche fondamentali che il governo dovrebbe perseguire al fine di sviluppare una politica per l’infanzia e l’adolescenza in linea con i principi internazionali. Molti di voi non sapevano dell’esistenza del suddetto documento? Don’t be scared, non ne sa granchè neanche la nostra classe dirigente. Dal 2004, nonostante le raccomandazioni dal comitato Onu, l’Italia è priva del Piano Nazionale dell’Infanzia. Il Cipsi ha sottoscritto il documento “Batti il Cinque!” e aderito alla campagna per sollecitare il governo affinché si arrivi in breve tempo all’approvazione del nuovo Piano nazionale Infanzia e Adolescenza, affinché i diritti e la voce dei bambini assumano quel ruolo di rilievo che dovrebbero avere. “Sono a rischio di discriminazione particolari gruppi di minori, come i minori migranti e i minori residenti in regioni meno ricche. Non adeguatamente tutelato è il diritto alla partecipazione dei bambini e l’ascolto in particolare nell’ambito dei procedimenti giudiziari dove i minori sono spesso coinvolti”, spiega il rapporto di monitoraggio sulla condizione dell’infanzia del gruppo CRC, un network di 86 Ong.
E i minori stranieri?
La discriminazione dei minori stranieri in Italia è una delle conseguenze della guerra agli extracomunitari adulti scaturita da un latente sentimento razzista annidato tanto nella società civile, quanto tra i politicanti. La tendenza all’individualismo sarà accentuata dalla crisi, come dice qualcuno, ma è alimentata pure da un’informazione insufficiente e distorta, e da una politica della paura. Alla domanda “Perché tutto questo?” Mauro Borghenzio, Lega Nord, risponde: “I padri devono capire che se vengono a procreare qui da noi, gli effetti ricadono sui figli”. Bisognerebbe ricordarsi che fino a cinquant’anni fa eravamo noi gli immigrati che, in cerca di speranze, lasciavano la loro terra e sbarcavano in quella degli “altri”. La storia ci insegna che odio e non tolleranza portano allo sfacelo. Gli italiani dovrebbero ricordare bene lo sfacelo. A qualcuno però sfugge. A Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, una bambina nigeriana di tredici mesi è stata lasciata morire in ospedale perché non aveva la tessera sanitaria. Ho sempre pensato che tutti i medici avessero la missione di salvare vite umane, invece c’è chi salva solo gli italiani. E così, Rachel muore dopo un’agonia di 28 ore. I genitori la portano al pronto soccorso perché accusa dolori fortissimi allo stomaco ed è in preda a violenti attacchi di vomito, ma una volta arrivati non vogliono né visitarla né tanto meno ricoverarla. “Non ha la tessera sanitaria” dicono. Il padre si agita ed arrivano i carabinieri che convincono i medici a ricoverare la bimba. Nessuno la visita fino al pomeriggio del giorno seguente. Rachel non si sveglierà mai dal sonno notturno. È vergognoso che accadano queste cose. Quale mondo si lascia all’infanzia?
Togli un posto a tavola che c’è un nemico in più
Il mese scorso in una scuola di Montecchio Maggiore (Vicenza) per 9 bimbi, 7 italiani e 2 stranieri, la mensa passa solo pane e acqua perché i genitori non hanno versato la retta. Un bimbo con primo, secondo e contorno seduto vicino all’altro col panino e una bottiglietta d’acqua. Tra i bambini dovrebbe sussistere un ambiente il più possibile paritario per non generare discriminazioni, ma non tutti la pensano così. Milena Cecchetto, sindaco leghista di Montecchio Maggiore, ha commentato: “Le regole sono regole per tutti e vanno rispettate. Il mondo non può essere dei furbi”. I bambini non sono furbi, ma innocenti, e in quanto tali andrebbero lasciati fuori dalla politica. Ma anche su questo, ahimè, non tutti la pensano così. Molte sono state le reazioni alla vicenda: dalla Caritas ai partiti politici, alle associazioni che chiamano alla mobilitazione “per una vicenda che viola la Costituzione e la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia”, c’è chi chiede lo scioglimento dell’amministrazione comunale, oppure una settimana a pane e acqua per il sindaco come punizione simbolica.
La vicenda di Adro
Stessa storia, anzi peggio, ad Adro, un paesino di oltre seimila abitanti in provincia di Brescia. Qui il sindaco aveva deciso di escludere dal servizio mensa di una scuola elementare 24 bambini (la maggior parte stranieri), le cui famiglie non avevano pagato la retta. Come la manna dal cielo è arrivato al municipio di Adro, accompagnato da una lettera, un assegno di 10mila euro spedito da un generoso imprenditore bresciano per saldare il debito contratto dalle famiglie in questione. Il paradosso è che contro la buona azione del nobil-cittadino è insorto un paese intero: “O pagano tutti la mensa, oppure tutti non la pagheranno!”. Pubblichiamo a seguire alcuni stralci della lettera scritta da Silvano Lancini (il caso ha voluto che l’imprenditore e il sindaco di Adro siano omonimi). “Nemmeno le bestie – replica Ousmane Condè, originario della Guinea, cittadino italiano da pochi mesi - si comportano così e affamano i loro cuccioli”. I cittadini di Adro hanno reso un’immagine dell’Italia che neanche il bicarbonato mi ha fatto digerire. Fomentati dal rispettivo sindaco, fieri della loro intolleranza, sembrava non importasse loro che si parlasse di dar da mangiare a dei bambini un tozzo di pane; erano accecati da un inspiegabile sentimento ripulsivo. Penso ai 9 bambini dalla mensa di Montecchio e ai compagni seduti vicino che, senza se e senza ma, offrivano loro forchettate di pasta. È proprio questo che noi grandi dobbiamo imparare dai bambini.


Eleonora Pochi


“Tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano”
 (Il piccolo principe di Antonine-Marie-Roger de Saint-Exupèry)