25/06/12

Vittorio Arrigoni, un vincitore


E' passato un anno dalla morte dell'attivista italiano impegnato nella striscia di Gaza. Tuttavia, il suo 'Stay Human' è e rimarrà immortale

Un anno fa, Vittorio Arrigoni è stato ucciso. Strangolato con una corda dai sui rapitori, ancora non si sa ufficialmente per quale motivo. Nelle numerose sentenze del processo, l’aula del tribunale di Gaza s’è dimostrata un ridicolo teatrino, in cui due dei quattro rapitori sopravvissuti alla sparatoria che ebbe luogo durante un blitz delle forze armate di Hamas, riescono a nascondersi grazie ad una presunta ‘mancanza di prove’ sostenuta dai loro difensori, continue ritrattazioni di quanto dichiarato ed una sostanziale indifferenza dei pm che seguono il caso, aggravata dall’incuria delle istituzioni italiane. “Il governo italiano ci ha lasciato soli” denuncia la famiglia Arrigoni.

Vittorio torna a vivere a Gaza nel 2008, dopo esser stato espulso da Israele nel 2005. Viene lui riconosciuta la cittadinanza onoraria palestinese. Da lì, oltre che adoperarsi attivamente in aiuto della popolazione gazawi, svolge il prezioso ruolo di reporter, diffondendo attraverso i reportage per Il Manifesto e il suo blog Guerrilla Radio, importanti informazioni circa la situazione della Striscia. Vittorio sarà l’unico reporter a rimanere a Gaza durante la terribile operazione militare ‘Piombo Fuso’, attacco sferrato da Israele dal 28 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009.

I suoi reportage, che raccontarono i primi momenti dell’attacco e la tragedia del popolo gazawi, sono stati la pietra miliare per la stampa estera e italiana. Arrigoni scrisse durante l’attacco: “Qualche giorno fa sono piovuti dal cielo volantini che intimavano l’evacuazione. Israele mantiene sempre le sue minacce, ora stanno piovendo bombe”. La situazione a Gaza, già grave a causa dell’assedio israeliano, in quei giorni degenerò, trasformando la Striscia nel più lugubre dei paesaggi di morte, vittima di una delle più gravi ed immediate stragi di massa della Storia. “E’ un undici settembre ogni ora, ogni minuto da queste parti”. Una pioggia radioattiva, di bombe al fosforo bianco. Tuttavia, il mondo stette a guardare.
 “Qualcuno fermi questo incubo – scrisse Arrigoni -. Rimanere immobili, in silenzio, significa sostenere il genocidio in corso. Urlate la vostra indignazione, in ogni capitale del mondo ‘civile’”.  Gli abitanti della Striscia non poterono scappare da quell’inferno, blindati da anni in una prigione a cielo aperto. Durante i bombardamenti, non ci fu per migliaia di gazawi la possibilità di mettersi al riparo in un posto sicuro. A Gaza, nessun posto è sicuro. “Passano notti a pregare un Dio che li scampi alla morte, dato che nessun uomo pare interessarsi alle loro esistenze”. Arrigoni, tuttavia, decise di rimanere lì, affermando: “Non lascerò il mio paese”, denunciando esecuzioni sommarie, barbarie e crimini umanitari commessi dalle forze israeliane. Reclamava, inoltre, diritti calpestati e denunciava l’oppressione del regime militare di Hamas. Insomma dava ‘fastidio’ un po’ a tutti nel nome dei diritti umani.

Quotidianamente Vittorio, insieme agli altri attivisti ISM, si impegnava a proteggere i pescatori palestinesi, facendo da scudo umano sia ai pescherecci che infrangevano l’assedio, andando al di la delle 3 miglia dalla costa (limite imposto da Israele, in completa violazione del diritto internazionale marittimo), sia i contadini che lavoravano le loro terre vicine al confine, cercando di proteggerli fisicamente e documentando i vari crimini perpetuati dall’esercito israeliano. Durante l’attacco ‘Piombo Fuso’ Vittorio e gli altri attivisti, si sono posti come scudi umani sulle ambulanze, nonostante i cecchini israeliani sparassero lo stesso.

In un intervista poco prima della morte, con il sorriso sulle labbra Vittorio dichiarò: “Dovessi un giorno morire – e spero fra cent’anni! -, vorrei che sulla mia lapide fosse scritto quello che diceva Nelson Mandela, ‘Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare’. Vittorio Arrigoni. Un vincitore”.

Clicca qui per vedere il videoclip realizzato dal gruppo Darg Team, di Gaza, un omaggio a Vittorio, cantato sulle note di una nota canzone popolare locale, che Arrigoni amava cantare con bambini e abitanti del posto.


Eleonora Pochi
Fonte: Fuori Le Mura 


Riportiamo questo brano, che è un omaggio a Vittorio realizzato dal gruppo Darg Team, di Gaza, cantato sulle note di una nota canzone popolare locale, che Arrigoni amava cantare con bambini e abitanti del posto.

27/03/12

A tu per tu con i Gaza Parkour

Per la prima volta, escono da Gaza. Quattro ragazzi che hanno dimostrato attitudine e passione verso il parkour, uno sport acrobatico che li ha aiutati a trovare la forza di affrontare la dura vita della Striscia

Saltando, superano barriere fisiche e psicologiche imposte nella Striscia. Il tour italiano dei Gaza Parkour è stato promosso e finanziato dalla Provincia di Roma, nell’ambito del programma di “Sostegno a spazi verdi e attività sportive a Gaza”, previsto da un progetto di supporto alla popolazione gazawi. I ragazzi si sono esibiti a Roma, Bologna, Milano, Bergamo e Palermo. Abbiamo avuto il piacere di parlare con loro, in particolare con Ibrahim, coordinatore del gruppo, che già aveva varcato i confini gazawi, in quanto allenava una squadra di pallacanestro. Ci ha raccontato un po’ della loro storia e della loro situazione di vita a Gaza. Nel viaggio di ritorno a casa Mohammed, Abdallah, Jehad e Ibrahim sono stati arrestati a El Cairo dalle autorità egiziane, che hanno rinchiuso i ragazzi per oltre quindici ore in una piccola stanza, insieme a decine di palestinesi, anch’essi bloccati in Egitto. “Ci hanno arrestato come fossimo criminali benché non avessimo fatto nulla di male – racconta Ibrahim -, ma questo è il trattamento che spetta a tutti noi palestinesi”. Dopo una lunga nottata, i quattro ragazzi sono stati trasportati dalle autorità fino al confine. Ad ogni modo, ci auspichiamo di rivederli in Italia molto presto, tanto per la talentuosa esibizione che ci hanno regalato, tanto per il loro apporto umano. Nonostante siano giovanissimi, dà subito all’occhio la loro profonda maturità, purtroppo riconducibile all’essere stati costretti a diventare uomini troppo presto.

Benvenuti in Italia ragazzi, è davvero un piacere incontrarvi. Dato che è la prima volta che siete qui, come vi sembra questo paese?
Pensavamo che la gente in Italia stesse bene e invece ci siamo resi conto che anche qui ci sono grandi difficoltà, alcune quasi paragonabili alla realtà di Gaza. La gente sta male economicamente e socialmente, soprattutto non c’è occupazione e la povertà dilaga. Però, nonostante i problemi, gli italiani ci hanno insegnato molto e quando torneremo nel nostro paese, ci ricorderemo del popolo italiano come gente per bene, che purtroppo soffre una situazione per certi versi simile alla nostra. La cosa più sorprendente è che abbiamo conosciuto persone generose ed umili, che ci hanno calorosamente accolto. Gente con un cuore grande.
Siamo molto contenti di questo. Come nasce la passione per il parkour?
Abdallah è stato il primo di noi a scoprire questo sport. Io sono un atleta, giocavo a basket ed ora mi sono dedicato al 100% a quest’attività. Parlai con Mohammed, e decidemmo insieme di creare il gruppo.

Qual è il messaggio che volete trasmettere con la vostra arte?
Non lo facciamo soltanto per sport, ma soprattutto come possibilità per uscire dall’isolamento mondiale. Come cittadini di Gaza lo facciamo perché
vogliamo dire al mondo che, nonostante tutte le difficoltà, possiamo dare un esempio migliore o ‘il’ migliore, perché no!

Quali sono le restrizioni che pesano di più per un giovane palestinese?
Prima di spiegare le restrizioni, è bene che si capisca cosa realmente abbiamo a Gaza, perché prima di tutto bisogna capire cosa significa vivere nella Striscia. E’ una cosa che dovrebbe essere ben chiarita, in generale. Le persone qui in Italia, come in altri paesi, possono usufruire di mezzi basilari, che, per quanto legittimi, possono sembrare scontati. Ciò garantisce il normale svolgimento della vita quotidiana di un individuo. Talvolta, le persone danno valore alle cose che hanno soltanto quando le perdono. La gente ha la possibilità di esprimersi e l’opportunità di migliorare. Io a Gaza sono il miglior giocatore di basket e probabilmente potrei essere il migliore del mondo, come i parkour di Gaza potrebbero essere il top a livello mondiale, ma non ci è concessa la possibilità di esprimerci, di confrontarci. Non vorrei entrare troppo nei dettagli, ma i giovani palestinesi soffrono di un grave malessere politico-militare, sociale e soprattutto devono sopportare il peso psicologico di una situazione difficilmente immaginabile, nella quale viene noi negato il diritto di vivere una vita normale come ogni altro essere umano. Chi vive al di fuori della Striscia ha un sogno, un motivo di vivere. A noi di Gaza i sogni ci sono stati strappati. Come giovani di Gaza, siamo nati nel mezzo di un conflitto del quale non siamo partecipi, non vogliamo partecipare al conflitto. Sembra un film prodotto da qualcuno che ci costringe a vederlo. Potrei dire che noi che facciamo questo sport siamo fortunati perché siamo riusciti man mano a costruire il nostro sogno anche se c’è stato negato. Però se mi guardo intorno e vedo i ragazzi di Gaza, capisco che non hanno la possibilità di sognare, facoltà che vogliono riprendersi lottando.

Secondo voi, quale salto ci vorrebbe per superare realmente le barriere?
Il bello in quello che facciamo sta proprio nel saltare gli ostacoli, è una passione quotidiana. Ogni volta che saltiamo, è per dimostrare a noi stessi e agli altri che tutti gli ostacoli possono essere superati! Basta volerlo davvero.

E’ la prima volta che uscite da Gaza?
Per me (Ibrahim, ndr) no, sono uscito più di una volta perché allenavo una squadra di pallacanestro. Purtroppo per i ragazzi è la prima volta che escono dalla Striscia, ma è stata una bellissima emozione!

Provo ad immaginare…Avete mai sentito parlare di Vittorio Arrigoni?
Per i palestinesi, quando viene ucciso un familiare, è una profonda sofferenza. Il dolore per la perdita di Vittorio è stato peggiore. Perdere un familiare per una causa comune al popolo palestinese è ‘normale’. Perdere Vittorio, italiano, nella situazione che si è creata, è stata la sofferenza peggiore che il cuore dei palestinesi abbia mai avuto.

Le vostre parole sono davvero molto belle e sopratutto sincere. Grazie ragazzi, per l’affetto dimostrato nei confronti di Vittorio. Speriamo di rivedervi presto in Italia! Ora, un messaggio libero al nostro paese.
Per un Palestinese uscire da Gaza è un sogno perché è come essere scagionati da una ingiusta prigionia. Qui abbiamo trovato la libertà e per quanto riguarda il popolo italiano, abbiamo conosciuto persone che ci hanno dimostrato un affetto vero e sincero. Per noi rappresentano una fiamma per la libertà che trasmetteremo in Palestina. A presto gente!

Eleonora Pochi

23/03/12

Grecia, agnello pasquale di un’Europa in crisi

Un piano d'aiuti mai visto prima, ma la penisola ellenica non riesce ad uscire dalla crisi, tra declassamenti continui dalle agenzie di rating ed un popolo ridotto alla stremo
 
L’Eurozona ha detto sì ad un ulteriore iniezione di liquidità nelle casse elleniche. Altri 130 miliardi, previsti dal piano di aiuti più grande della storia, sono stati destinati al salvataggio della Grecia. Non certo per altruismo, bensì per scongiurare il contagio finanziario nel resto dell’area euro. La Troika ha inoltre giudicato “sufficenti” i progressi della Grecia: “Tutte le leggi richieste a Parlamento e a Governo sono state adottate, ne restano solo alcune che saranno completate a breve”. Le agenzie di rating sembrano di tutt’altro parere. Moody’s ha dichiarato in seguito al lancio dell’operazione finalizzata al coinvolgimento di privati nella ristrutturazione del debito ellenico: “Atene affronterà’ comunque problemi di solvibilità a medio termine perché dovrà tornare sul mercato una volta esauriti i fondi del secondo pacchetto di aiuti, e le riforme annunciate avranno rischi di attuazione molto significativi”. L’agenzia ha declassato i titoli della Grecia, in seguito all’approvazione delle misure della Troika, a livello “C”, cioè spazzatura, mentre l’agenzia Fitch l’aveva ridotto a “C” da “CCC”, prevedendo un “default nel breve termine”. 
Intanto, l’economia reale del paese è al collasso. L’austerity imposta da fuori, impone il progressivo smantellamento dello Stato sociale, con ulteriori tagli alla spesa pubblica, alle pensioni, ai salari. La disoccupazione sfiora il 20% ed il 48% dei giovani non riesce a trovare un impiego. I principali sindacati, in continuo sciopero, hanno dichiarato in una nota: “La distruzione del quadro istituzionale del lavoro, i nuovi tagli alle pensioni, la rovina dello stato sociale, l’abolizione di Enti pubblici e i nuovi licenziamenti nel settore pubblico”. Nella sua storia, Piazza Syntagma, era mai stata così costantemente presidiata da decine di miglia di cittadini, contrari alle misure di Austerity e alla sempre più marcata dipendenza dalla volontà internazionale di Fmi, Bce e Ue, a cui i governi sembrano obbedire impassibili. Ci si chiede se, non sarebbe stato meglio il default e l’uscita dall’Euro, invece d’un remissivo asservimento alla volontà della politica-finanziaria internazionale.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori Le Mura

19/03/12

L’Apartheid del popolo palestinese

Quando il mondo si accorgerà della folle segregazione razziale perpetuata da Israele?

Continua il processo israeliano di colonizzazione dei territori palestinesi. L’espropriazione di terre e risorse naturali, prosegue nonostante violi clamorosamente il diritto internazionale e nonostante l’Ufficio per gli Affari Umanitari dell’Onu abbia lanciato un chiaro allarme sulla grave espulsione forzata di oltre 60 mila palestinesi. Le colonie sono localizzate in punti strategici, ricchi di risorse, come la Valle del Giordano, oppure di rilevanza geopolitica, come Gerusalemme Est, nella quale Israele sta attuando un processo di ebraicizzazione, atto a deturpare simboli e fattori culturali arabi e cristiani. L’occupazione illegale della Valle del Giordano ha origini remote e risale dal 1978, anno in cui fu creato il primo insediamento israeliano a Tomer. Attualmente, migliaia di palestinesi non riescono più a sfamare le loro famiglie, non potendo più contare sul raccolto delle loro terre. “Non solo gli Israeliani ci hanno rubato le terre – racconta un agricoltore della valle -, ma ci hanno anche costretto a lavorare per loro. Passo la giornata a raccogliere ed innaffiare le coltivazioni di peperoni e pomodori. Nel mio villaggio non ho nemmeno l’acqua corrente”(Nena News).

La regione della Valle del Giordano è particolarmente fertile e molto ampia, copre circa un terzo dell’intera Cisgiordania, ed è l’area più ricca di risorse idriche. Eppure, il 98% dell’acqua è accessibile esclusivamente agli israeliani. Il 75% della popolazione locale palestinese si è trovata quindi costretta a lasciare la valle.  Tutti gli altri sono stati incaricati da Israele a lavorare nelle colonie per pochi shekel. “Gli israeliani preferiscono i lavoratori palestinesi perché hanno una maggiore esperienza nell’agricoltura” ha dichiarato a Nena News un altro contadino impiegato nelle piantagioni di Tomer. Ai Palestinesi delle colonie è vietato di costruire case, scavare pozzi, andare a scuola e non possono neanche raccogliere l’acqua piovana.Sono inoltre sfruttati come lavoratori nelle loro terre, senza poter neanche raccoglierne i frutti.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura

05/03/12

“Con i 15 miliardi in spese militari, costruite asili e posti di lavoro”

Una raccolta firme per chiedere al governo di retrocedere dall’impegno d’acquisto miliardario di cacciabombardieri. Si chiede anche una stretta alla spesa militare, l’unica che non conosce crisi. 

Un mese di rilevanti iniziative di mobilitazione per diramare la campagna “Taglia le ali alle armi”, promossa da Sbilanciamoci!, Tavola della Pace, Rete Italiana per il disarmo e Unimondo, che mira a bloccare l’acquisto da parte del governo italiano di 131 cacciabombardieri F-35 prodotti in Usa. Un piano da 15 miliardi, l’ennesimo investimento per la guerra, l’unico business che non ha mai conosciuto crisi.

Nel bilancio di previsione per il 2012, è riservata al Ministero della Difesa una spesa di € 20.005.254.128, che a dispetto di qualsiasi altra voce di spesa pubblica, tende ad aumentare nel biennio 2013-2014. In altre parole, l’Italia ha speso e continua a sborsare oltre due miliardi di euro al mese in spese militari.

Nel biennio 2009-2010 il nostro paese ha esportato armi leggere per oltre un miliardo di euro, raggiungendo, più o meno direttamente, aree in cui l’Italia stessa ha dispiegato soldati e carri armati in nome della pace, oppure paesi in cui si registrano gravi violazioni dei diritti umani,  trasgredendo, come se niente fosse, leggi nazionali e trattati internazionali. Solo in Libia, sono arrivate armi, realizzate da aziende italiane, pari a 8 milioni di euro che sono state utilizzate tanto dai rivoluzionari quanto dal regime.

Per chiedere al governo di fare marcia indietro sulla questione degli F-35 e di ridurre le spese militari, sono già state raccolte migliaia di firme ed il 25 febbraio è prevista una giornata di mobilitazione in oltre 100 città italiane per sottoscrivere l’appello. La consegna delle firme al governo avverrà in occasione della manifestazione indetta il 1° marzo a Roma. In occasione dell’incontro-start up della fase più incisiva della campagna per il disarmo e la riduzione delle spese militari, attiva già dal 2009, il presidente dell’associazione Movimento Nonviolento, fondata da Aldo Capitini, ha sottolineato in merito al maxi acquisto bellico: “La costruzione di un avvenire di nonviolenza parte anche dalle scelte concrete di disarmo e riduzione delle spese militari ed è quindi naturale che chi lavora quotidianamente in questa prospettiva sia tra i primi a muoversi contro questo mastodontico progetto d’armamento costosissimo, contrario allo spirito della nostra Costituzione e forse anche inutile militarmente”.

I tagli al welfare e l’innalzamento delle imposte, giustificati dalla crisi, sono visibili e fin troppo tangibili per gli italiani. Occorre rendersi conto che ci sono decine di miliardi che il governo utilizza per finanziare guerre “umanitarie” per “esportare la democrazia” ed armare fino ai denti il nostro esercito. Se una cosa la Storia deve insegnarci, è che nessuna guerra ha mai portato pace, casomai ha innestato odio e disumanità sia nei soldati che uccidono per sopravvivenza, sia nelle vittime, annichilite da traumi fisici e psicologici indelebili. Tornando ai 15 miliardi di spese militari di un paese a rischio default, è opportuno considerare che potrebbero essere dirottati su voci di spesa da tempo in evidente sofferenza, quali per esempio occupazione, istruzione e ricerca, che senz’altro apporterebbero un contributo positivo per la ripresa dell’economia. “Con i 15 miliardi da spendere per gli F-35 potremmo costruire 45 mila asili nido pubblici – ha fatto notare Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! -, creando oltre 200 mila posti di lavoro oppure mettere in sicurezza le oltre 13 mila scuole italiane che non rispettano le norme antisismiche e quelle antincendio”. Oltre la campagna per gli F-35 c’è la decennale opposizione, da parte di tutte le associazioni promotrici, ad ogni investimento bellico perché il conflitto armato è “il più grave crimine contro l’umanità” ed affinché l’Onu riesca davvero a “risparmiare alle generazioni future il flagello della guerra”.


Info sulla campagna
www.sbilanciamoci.org
www.perlapace.org
www.disarmo.org


Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura 

29/02/12

Rossella Urru e Giovanni Lo Porto liberi

Due cooperanti italiani rapiti, una in Algeria, l'altro in Pakistan, sui quali istituzioni e media fanno troppa poca luce

Centoventuno giorni sono trascorsi dal rapimento di Rossella Urru, cooperante del Cisp rapita nella notte tra il 22 e il 23 ottobre scorso in un campo profughi Sarahawi, in Algeria. Di lei non si hanno notizie, fuorché voci di un probabile coinvolgimento di al-Qaeda nel sequestro. Di fatto, le nostre istituzioni e i media nazionali sembrano non attribuire ancora un’adeguata rilevanza alla questione del rapimento della ventinovenne sarda impegnata nella cooperazione internazionale in favore del popolo saharawi, tormentato da una trentennale e silente razzia perpetrata dal Marocco. Forse, nel caso la Urru si fosse trovata in uno di quei paesi nei quali ‘esportiamo la democrazia’, il caso sarebbe stato seguito molto più da vicino. Forse, se la Urru avesse fatto parte di una sfera sociale più rilevante, la sua immagine sarebbe stata diffusa in ogni dove. Quel che è certo è che Rossella è una cittadina italiana, coraggiosamente in prima linea per la pace, aiutando concretamente quei popoli in difficoltà, dei quali a malapena ne sappiamo l’esistenza.

Altro nome, stessa storia. Giovanni Lo Porto, trentaseienne palermitano, è stato rapito lo scorso 19 gennaio a Multan, in Pakistan. Il cooperante operava nel sud del Punjab, nell’ambito di un progetto che prevedeva la costruzione di alloggi per famiglie rimaste senza casa a causa di un violento alluvione. Anche di lui, non se ne sa nulla. Una vaga e poco chiara rivendicazione da parte di un presunto comandante militare talebano ha contribuito solamente ad ingarbugliare la faccenda. Giovanni è stato prelevato dalla sede dell’Ong  Welt Hunger Hife(Aiuto alla fame nel mondo) insieme ad un collega tedesco, nel distretto di Multan della provincia del nord ovest pachistano.

Sia di Giovanni sia di Rossella non ci sono notizie. Due italiani che si dedicano con cuore e cervello a chi è in difficoltà, dai quali si dovrebbe anzitutto imparare la capacità di ‘rimanere umani’, per dirla alla Vittorio Arrigoni, pur vivendo in una società emotivamente annichilita dal mercato. E’ avvilente che gli italiani riescano a fare comunità solo quando si tratta di condividere risultati tangibili oppure quando si vince una partita di calcio.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori Le Mura

17/02/12

I giovani e il miraggio di un ‘noioso’ posto fisso

In continua evoluzione, la vita lavorativa di un giovane sfuggirebbe così alla monotonia del contratto a tempo indeterminato, che, secondo il presidente del consiglio Monti, implicherebbe una vita noiosa

Contratti a tempo rinnovati per anni, lavoro intermittente, tirocini, stage e contratti a progetto. Niente di più eccitante! In continua evoluzione, la vita lavorativa di un giovane sfuggirebbe così alla noia del contratto a tempo indeterminato, che, secondo il presidente del consiglio Monti, implicherebbe una vita noiosa. Indubbiamente, vive un’altra Italia. Nell’Italia de noantri, questo sconosciuto del contratto a tempo indeterminato fa parte di una specie contrattuale che percorre mestamente la via dell’estinzione, annichilendo la sicurezza e la tranquillità garantite dal ‘posto fisso’, impedendo l’uscita dei ‘bamboccioni’ da casa (gli unici in Europa a non godere del reddito minimo garantito) e rendendo sempre più il ‘metter su famiglia’ un’epica impresa.

Con un tasso attuale di disoccupazione giovanile al 30,1%, il miraggio del ‘posto sicuro’ è dovuto senza dubbio di crisi economica, ma c’è anche dell’altro. C’è n’è per gli ‘sfigati’ laureati, che si ritrovano tra call-center di mattina e stage di pomeriggio, raccimolando di norma non più di 500 euro al mese. L’uso criminoso dello stage, sia nel settore pubblico che privato, bypassa la normativa che incardina i diritti dello stagista giustificandolo come ‘esperienza formativa’ per il candidato, precludendo da subito possibilità d’inserimento e di un, seppur esiguo, rimborso spese. Un circolo vizioso per i giovani, un circolo più che virtuoso per le aziende che godono di lavoro gratuito garantito dal ricambio degli stagisti. Qui, nel limbo dei stage, di contratto a tempo indeterminato, ma anche determinato, non se ne è mai avuta la più pallida idea.

Considerando il quinquennio 2005-2010 per le grandi imprese, quelle con oltre 500 dipendenti, l’Istat ha rilevato un crollo delle assunzioni del 12,9%. In generale, 7 contratti su 10 sono a termine e 7 su 10 terminano il rapporto lavorativo alla scadenza contrattuale. A quanto ammonti il numero di licenziamenti nel 2011 non è noto, benché siano state diffuse stime sui più disparati Paesi fuorché dell’Italia, ma se si è prestata attenzione alle vicende che hanno infuocato lo scorso anno, si percepisce, anche senza riscontri statistici, l’enorme ampiezza del fenomeno che sta ulteriormente investendo il Paese da Nord a Sud. Già dal saldo negativo tra assunti e fuoriusciti dal mercato del lavoro del biennio 2008-2010 si intuisce l’andamento verso la recessione, che si è fatta trovare inevitabilmente alle porte del 2012. E’ pur vero che dev’essere alquanto ‘noioso’ un posto fisso che garantisce uno stipendio tale possedere ed ottenere un micro-impero. Alla fine, quando si ha tutto, ci si stufa pure. Non si ha l’ebbrezza del non riuscire ad arrivare a fine mese. Il ‘posto fisso’ de noantri è ben altro. E’ la sicurezza di poter avere un tetto sopra la testa e di sfamare i propri figli.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura

07/02/12

Torna il Mein Kampf di Hitler, il manifesto nazista

Alla vigilia della Giornata della Memoria, in ricordo delle vittime dell'olocausto, sarà nelle edicole tedesche il fascicolo sul libro promotore dell'ideologia nazista

Dalla seconda guerra mondiale il Mein Kampf non era mai stato ripubblicato in Germania. La recente decisione dell’editore britannico Peter McGee, di proporre in ristampa dal 26 gennaio il manifesto hitleriano, in versione commentata e ridotta, ha suscitato non poche polemiche. C’è disapprovazione anzitutto perché il 27 gennaio è la ‘Giornata della Memoria’, in cui si commemorano le vittime dell’olocausto. Vari storici e studiosi hanno definito inopportuna l’iniziativa dell’editore britannico, che sarebbe mosso da interessi economici piuttosto che da motivazioni di sensibilizzazione e riflessione culturale, come invece quest’ultimo ha recentemente dichiarato. “Vogliamo chiarire che non c’è nulla di ‘altruistico’ nella pubblicazione di questo editore, ma solo scopi riconducibili a fini lucrativi”, ha dichiarato Elan Steinberg, vicepresidente dell’associazione American Gathering of Holocaust Survivors, che rappresenta i sopravvissuti all’olocausto e le loro famiglie.
I diritti d’autore del Mein Kampf appartengono allo Stato federale tedesco della Baviera, che dal secondo dopoguerra detiene l’esclusività editoriale dell’opera fino al 2015. Da parte sua, il governo bavarese ha minacciato di ricorrere a vie legali per impedire la pubblicazione, che secondo McGee sarebbe assolutamente lecita, giacché pubblicata in forma ridotta e commentata.

Nonostante l’iniziale opposizione governativa e intellettuale, l’inserto sul Mein Kampf sarà comunque in edicola nel giorno della vigilia della giornata che commemora le vittime dei campi di concentramento, in allegato alla rivista settimanale  Zaitungszeugen. Una serie di fascicoli da 16 pagine, che riporterà estratti del libro di Hitler, manifesto del partito nazista. Nel Mein Kampf il dittatore tedesco espose dettagliatamente l’ideologia antisemita, secondo la quale la razza ariana è pura e superiore, sottolineando come la Germania e il popolo tedesco sarebbero potuti diventare la più grande potenza mondiale conquistando, a partire dall’Europa dell’Est, nuovo spazio vitale. Il manifesto razzista per antonomasia evidenziava inoltre la figura del Führer, equiparato a Gesù, quale autorità suprema, indiscutibilmente superiore e da onorare sempre e comunque.  Il solo pensiero che la lettura del manifesto hitleriano, che dovrebbe essere un argomento di studio più che da rivista, intriso di principi razzisti, possa interessare o indurre ad una riflessione, è palesemente controproducente e regressivo, se non una vergogna verso le vittime dell’olocausto, commemorate il giorno successivo all’uscita del primo numero sul Mein Kampf.

“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente con l’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti”.
Primo Levi

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura


29/12/11

Periferia d’Europa: crisi provoca allarme suicidi e depressione

Con lo spread sale il numero di persone che si tolgono la vita e gli affetti da distimia. Inoltre, comincia ad essere evidente la tendenza all'eliminazione delle spese mediche dal sempre più ristretto budget di spesa familiare

Il lato più oscuro della crisi si evince dai dati recentemente diffusi dall’European Public Health Association e dalla terza sezione del Consiglio Superiore della Sanità. A pagare il conto più salato sono i paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), denominati dal resto d’Europa ”paesi maiali”  a causa del pessimo stato delle loro economie, rappresentano la periferia d’Europa.
La Grecia è la prima della lista nera con un aumento dei suicidi nell’ultimo anno del 40%. L’organizzazione Klimaka, che si occupa della gestione di servizi d’assistenza per la prevenzione dei suicidi, ha dichiarato: “Un tempo ricevevamo circa 10 telefonate al giorno, ora vi sono giornate in cui ne arrivano 100. A chiamare sono uomini finanziariamente rovinati, tra i 35 e i 60 anni, che hanno perso la loro identità di marito che porta il pane a casa e non si sentono più uomini secondo i nostri standard culturali”(Adnkronos).
I suicidi causati dalla crisi economica sono in aumento anche nel resto dei PIIGS. Inoltre secondo l’istituto di ricerca europeo, in Spagna la depressione è aumentata del 20% ed anche in Italia, benché manchino stime attuali, arrivano i primi segnali di un “forte incremento della depressione” e di una distimia crescente anche tra le fasce più giovani. Ciò che accomuna i paesi periferici del vecchio continente, è anche una diminuzione alle abitudini salutari, quali prevenzione, che spesso si rivela fatale, e cure mediche. Di contro, si registra un aumento dei ricoveri ospedalieri, quindi una maggiore spesa sanitaria insostenibile per le strutture ospedaliere, già colpite dai tagli alle risorse finanziarie ad esse destinate, imposti dei governi centrali. L’effetto ricade sulle fasce più deboli della popolazione che, non avendo la possibilità economica, man mano rinunciano a curarsi. Tornando alla depressione, d’altronde non è una novità che essa sia sinonimo della recessione economica. Analizzando i dati diffusi nel 2009 dall’Eures sui suicidi in Italia, emerge che ogni giorno, un disoccupato si è tolto la vita, su un totale di 2.986 suicidi. Nel nostro Paese, disturbi psicologici quali ansie, stati depressivi ed attacchi di panico, sono più diffusi nelle donne e nei giovani.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura


14/12/11

Allarme India, muore oltre un milione di bambini all’anno

Save the Children chiede al governo finanziamenti urgenti nel settore sanitario per contrastare lo tsunami di morte che si sta abbattendo sui minori indiani

Prima di leggere, guarda l’orologio del tuo computer e tieni a mente l’ora.
C’è un’India della crescita economica, della globalizzazione, dell’apertura al mercato internazionale, di un governo che a fronte di un’evidente iperinflazione apre le porte alle multinazionali, condannando la piccola e media impresa. Questa è l’India intesa come seconda potenza economica del continente asiatico.
L’altra India, con oltre un miliardo di popolazione, detiene uno dei più alti livelli al mondo di diseguaglianza sociale, sia sotto l’aspetto distributivo sia relazionale ed il più alto tasso del pianeta di mortalità infantile. Lo storico regno delle caste, conta quasi cinquecento milioni di poveri, che difficilmente riescono ad accedere a servizi di base quali l’assistenza sanitaria, un adeguato sostentamento alimentare, l’educazione. E’ allarme rosso per la strage infantile che si sta attualmente consumando nel subcontinente asiatico: almeno 1,73 milioni di bambini sotto i cinque anni muore ogni anno a causa di malattie curabili, quali la polmonite o la dissenteria, dovute da uno scarso accesso all’acqua e a servizi igenico-sanitari di base.La campagna mondiale “No child born to die”(Nessun bambino nasca per morire), indetta da Save the Children, reclama, in riguardo alla grave situazione del Paese, al governo indiano un incremento degli stanziamenti nel settore sanitario neonatale e infantile dall’1,1% al 5% e l’adozione di misure d’assistenza e previdenza verso l’infanzia.
Inoltre, sette milioni di minori, circa quattro volte l’intera popolazione della Capitale, sono gravemente malnutriti: “l’India è la patria di un terzo dei bambini malnutriti del mondo” fa notare l’organizzazione umanitaria. Ma c’è ancora dell’altro. Nel Paese che più di ogni altro fa gola a capitali esteri e multinazionali, la piaga del lavoro minorile sfiora i 12,6 milioni di bambini impiegati in attività continuative. E’ possibile firmare on-line la petizione presentata all’amministrazione indiana da Save the Children per richiedere al governo finanziamenti urgenti nel settore sanitario e contrastare lo tsunami di morte che si sta abbattendo sui minori indiani. Il destino di una Nazione dipende dai passi che si permette ai bambini di compiere verso il futuro,  ma, riprendendo Joyce Lussu, “i piedini dei bambini morti non consumano le suole”.  Sono passati circa quattro minuti da quando hai guardato l’orologio, in questo lasso di tempo dodici piccoli indiani sono morti.

Eleonora Pochi

05/12/11

L’Italia nel baratro, ma le spese militari aumentano

Un Paese martoriato da decenni di speculazioni e malgoverno, messo in ginocchio dalla crisi. Tagli ovunque: Istruzione, Casa, Sanità, Lavoro, Assistenza, Previdenza; ma la guerra non si tocca, anzi s’incentiva
  
L’Italia detiene il quarto debito pubblico mondiale che, in crescita inarrestabile da decenni, ammonta a circa 2mila miliardi di euro. Nessuna manovra finanziaria  riuscirà ad estinguerlo, almeno nel futuro di una decina di generazioni. Un debito che peserà sulle spalle dei figli dei nostri nipoti ed oltre. Un tasso di crescita pari a zero, un deficit crescente, la progressiva sfiducia finanziaria verso il nostro mercato, l’esodo dei giovani italiani. Un Paese martoriato da decenni di speculazioni e malgoverno, messo in ginocchio dalla crisi. Tagli ovunque: Istruzione, Casa, Sanità, Lavoro, Assistenza, Previdenza; ma la guerra non si tocca, anzi s’incentiva: il nostro Paese è l’ottavo al mondo per spese militari.

Nel 2011 la spesa militare italiana ammonta a 20,5 miliardi di euro, un incremento dell’8,4% rispetto al 2010. Inoltre continuano ad arrivare dagli USA velivoli “Predator”, sofisticatissimi aerei senza pilota che permettono operazioni militari d’intelligence, di sorveglianza e di contrasto all’immigrazione clandestina; armamenti che l’Italia si è impegnata ad acquistare siglando contratti, ancora in essere, risalenti al 2004.

Proprio la scorsa settimana, la commissione Difesa della Camera ha votato cinque programmi di acquisto per ulteriori armature militari per un valore di oltre 500 milioni di euro. Dunque, invece di elaborare misure volte a tassare anche l’aria, sarebbe interessante capire quale sia la dinamica che blinda la voce ‘spesa militare’ nel bilancio statale, mentre la spesa pubblica è sempre più iniqua.

Anche nell’export di armi l’Italia spicca, addirittura come secondo esportatore mondiale, dopo gli USA e secondo dati Onu sul commercio internazionale, nel 2009 l’Italia è stata, per il quinto anno consecutivo, il primo esportatore mondiale di armi leggere(ossia di tipo non militare), anche Paesi canaglia tra i destinatari. Le principali imprese italiane esportatrici sono quelle del gruppo Finmeccanica, il quale azionista di riferimento è il Ministero dell’economia ed è fra le prime dieci società mondiali per fatturato militare. La recente questione giudiziaria dell’holding, che sta facendo emergere sporche dinamiche finanziarie, mazzette e tangenti in cambio di appalti, ha contribuito insieme ad altri fattori al crollo attuale del valore azionario del gruppo, eden clientelare di poltici, mogli, ex- militari etc.

Commerciano e producono armi che nella maggioranza dei casi servono a reprimere il dissenso da parte di regimi autoritari, molto spesso sostenuti, più o meno direttamente, dalle “democrazie” occidentali, colpevoli di sistematiche violazioni dei diritti umani. Le armi leggere provocano ben 500mila morti all’anno, permettono l’uso di bambini-soldato tra le file dei combattimenti.

Eleonora Pochi

21/11/11

Francesco Azzarà e Rossella Urru, ostaggi per la pace

Dei due cooperanti rapiti in Africa non si hanno notizie. Francesco in mano ai sequestratori da tre mesi e Rossella, sequestrata da Al Queida, entrambi colpevoli di aver fatto la scelta, difficile ma onorevole, di lavorare concretamente contro la violenza

Rosella Urru
Nella notte tra il 22 e il 23 ottobre,Rossella 
Urru,ventinovenne e collaboratrice del Cisp (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli), è stata rapita in Algeria. La cooperante operava nei campi profughi Sahrawi, che accolgono le tribù in fuga dalla regione del Sahara Occidentale, loro territorio, sotto assedio marocchino da ben trentasei anni. Nonostante l’occupazione illegittima, la lotta per l’autodeterminazione condotta dal popolo Sahrawi è stata sempre pacifica ed ha ottenuto, gia dal 1966, il riconoscimento del Polisario, Fronte Popolare di Liberazione di Saguia el Hamra e Río de Oro, e l’autorizzazione dell’ONU per organizzare un referendum, che ancora deve realizzarsi a causa dell’invasione del Marocco, contrario all’autodeterminazione dei Sahrawi giacché mira al controllo delle risorse della regione. Da oltre trenta anni, non si erano mai verificati episodi di violenza da parte dei Sahrawi nei confronti di operatori umanitari che supportano la loro causa ed assistono i loro profughi. Il rapimento sembrerebbe spiegarsi con la presenza di uomini di Al Qaeda, che sono riusciti ad infiltrarsi tra i Sahrawi a causa di frange colluse del Polisario. Rossella, insieme a due cooperanti spagnoli, Ainhoa Fernandez de  Ricon dell’Associazione “Amici del popolo Sahrawi” e Enric Gonyalons, dell’organizzazione Mondobat è stata sequestrata da membri di Al Qaeda.

A parte rare note di solidarietà giunte dalle istituzioni romagnole, giacchè la Urru è nata in Sardegna e poi si è trasferita in Emilia Romagna, quasi niente è stato fatto concretamente per il rilascio dell’operatrice umanitaria. I familiari della ragazza hanno deciso di aprire un blog per  “raccogliere e condividere in un unico spazio, libero e aperto a tutti, le numerose testimonianze per l’immediata liberazione di Rossella”. Nonostante l’Unità di Crisi della Farnesina, il cui compito istituzionale è di tutelare gli interessi degli italiani all’estero in situazioni di emergenza, si dica costantemente al lavoro per ottenere la liberazione della Urru e si mantenga in costante contatto con la famiglia della ragazza, non sono stati ancora ottenuti risultati. Non poteva mancare Emergency, organizzazione umanitaria anch’essa angosciata dal rapimento di Francesco, a dare supporto al Cisp e alla famiglia di Rossella: “La nostra organizzazione in questo periodo sta subendo la stessa pressione: il 14 agosto scorso Francesco Azzarà, elogista di Emergency, è stato rapito in Sudan e ancora non si hanno notizie di una sua possibile liberazione entro breve” s’apprende da una nota della presidente Cecilia Strada. Il sequestro di Francesco ha avuto luogo a Nyala, capitale del sud Darfur, durante il viaggio in auto verso l’aeroporto. Da tre mesi il volontario è nelle mani dei rapitori, ma anche di lui, come di Rossella, i media non si occupano molto, come non si occuparono di Vittorio Arrigoni durante il seppur brevissimo rapimento, casomai  si parlo’ molto di Vittorio, per qualche giorno, dopo la sua morte e poi di nuovo il vuoto. Come fossero figure che agiscono nell’ombra di in contesto isolato, talmente lontano da noi da non sforzarci neanche di capire come e perché ci sono italiani che rischiano la vita per aiutare pacificamente persone in seria difficoltà. Questi sono gli italiani che rimandano a quell’orgoglio patriottico, ad oggi indubbiamente depredato.

Eleonora Pochi

16/11/11

I giovani palestinesi: “Basta all’ipocrisia delle istituzioni internazionali”

Con il riconoscimento all’Unesco, la Palestina ha raggiunto un buon risultato. Ma c’è ancora molto, anzi moltissimo, da fare
  
L’Unesco ha riconosciuto la Palestina come Stato membro ed è subito caos. A parte la perenne astensione italiana al voto sulle questioni palestinesi, è l’arrogante reazione di Usa e Israele che suscita particolare ed ulteriore indignazione. Washington, definendo “inaccettabile” l’ammissione della Palestina nell’agenzia culturale delle Nazioni Unite, ha bloccato i fondi destinati all’organizzazione, pari a 60 milioni di dollari. Dal canto suo, Israele ha stabilito di accellerare l’incessante progetto di colonizzazione, che prevede la costruzione di 2000 nuove abitazioni, tra Gerusalemme ed il sud di Betlemme, prima città che sarà proposta all’Unesco per essere riconosciuta “patrimonio dell’umanità”. Netanyahu, oltre che tagliare anch’egli i fondi destinati all’Unesco, ha sospeso il trasferimento di fondi derivanti da tasse e dazi per circa 100 milioni di dollari destinati ai Territori Palestinesi, com’è successo già in primavera, in occasione dell’accordo di riconciliazione Fatah-Hamas.

I  siti che beneficeranno del riconoscimento Unesco potranno essere tutelati e
mantenuti finanziariamente dall’agenzia internazionale. In altre parole, Israele non potrà più bombardare e distruggere alla cieca, almeno alcuni luoghi saranno “protetti” dall’Unesco. Si continuerà a bombardare villaggi, demolire abitazioni, uccidere indistintamente uomini, donne, bambini, distruggere reti elettriche, idriche e fognarie per destabilizzare la quotidianità del popolo arabo, impedire gli spostamenti di Palestinesi. Tutto questo grazie al benestare anzitutto degli Usa, che da anni fornisce tecnologie e aiuti alle forze armate israeliane, poi da gran parte d’Europa, prima tra tutte l’Italia, che sostiene economicamente, politicamente e militarmente il governo sionista. La scorsa settimana, per dire la più recente, è stato concessa in Sardegna un’esercitazione congiunta delle aviazioni italiana e israeliana.
Uno Stato canaglia, propenso all’annientamento del popolo palestinese, che agisce in piena violazione del diritto internazionale ed in palese contrasto con i diritti umani fondamentali, responsabile di un blocco criminale imposto sulla Striscia di Gaza, calorosamente accolto in casa nostra. I giovani palestinesi della West Bank, hanno dichiarato in un comunicato rivolto all’Onu: “A scuola, all’Università e attraverso le nostre organizzazioni, abbiamo appreso i diritti umani e il diritto internazionale, eppure sembra che i palestinesi rientrino in una classe di persone a cui questi diritti non si applicano – s’apprende dalla nota in rete -. Come i neri in America mezzo secolo fa, o in Sud Africa due decenni fa, siamo vittime di un’ideologia che mira all’esclusione e di quelli che la tollerano e la rendono possibile. Infatti, le voci che parlano con più vigore di diritti umani, libertà, Stato di diritto, sono le stesse che rendono possibile la sistematica violazione dei principi che professano. Siamo stanchi – continuano i giovani palestinesi – di ascoltare queste istituzioni ipocrite, che rispettano il nostro popolo solo a parole, calpestando i nostri diritti e le nostre aspirazioni. Cosa ci guadagna l’ONU a condonare questa ipocrisia, questo doppio gioco e le sistematiche violazioni delle sue stesse leggi e principi? ”.


Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura

08/11/11

Morti bianche in aumento, una strage nascosta

Intervista a Carlo Soricelli, fondatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna: “Anche per i caduti sul lavoro andrebbero celebrati i funerali di Stato”
  
Dal 2006 ad oggi, secondo dati Anmil, sono oltre cinque milioni gli infortuni sul posto di lavoro e di essi oltre 200.000 hanno arrecato un’invalidità permanente. Sempre negli ultimi cinque anni, oltre 7.000 morti bianche testimoniano un latente stillicidio, di cui sembrano accorgersene solo le famiglie delle vittime, che, nella maggioranza dei casi,  hanno perso un loro caro a causa dell’inadempienza dei datori di lavoro o della scarsa tutela alla sicurezza di lavoratori autonomi e informali. Sembra dunque fuori luogo, o meglio fuorviante, definirle “morti bianche”, dove bianco allude all’assenza di un diretto responsabile dell’incidente. La disattenzione verso un fenomeno cosi’ grave, ha portato alla nascita dell’Osservatorio Indipendente di Bologna, organizzazione che monitora costantemente la situazione reale dei caduti sul lavoro, analizzando il fenomeno ed includendone tutte le componenti, a differenza dell’Inail che omette dai calcoli le morti dei lavoratori in itinere, in nero ed informali. Carlo Soricelli, fondatore dell’Osservatorio di Bologna, ci ha aiutato a circoscrivere cause e conseguenze del fenomeno.

Come e perché nasce l’Osservatorio Indipendente di Bologna?

Dopo la morte dei sette operai alla Thyssenkrupp di Torino, cercavo notizie aggiornate in rete sull’ampiezza del fenomeno “morti sul lavoro” e mi accorsi che i dati riportati riguardavano periodi di tempo conclusi da mesi oppure si basavano sull’anno precedente. Decisi così di creare un Osservatorio, nato nel gennaio del 2008, per monitorare le morti sul lavoro nel nostro Paese. Attraverso un blog si informano costantemente i cittadini sulla reale situazione delle morti bianche, dietro le quali ci sono tantissimi interessi economici, politici e d’immagine. L’Osservatorio di Bologna, a differenza di altre fonti, ha la massima libertà ed indipendenza.

A differenza dei dati diffusi dall’Inail, l’Osservatorio ha recentemente sottolineato come il 2011 sia un anno all’insegna del peggioramento, in riguardo alle morti bianche. Come mai questa discrepanza nelle analisi?

Già dallo scorso anno avevamo registrato un peggioramento rispetto al 2009, pari ad un aumento delle morti bianche nel 2010 del 5,1%. Quest’anno sta andando ancora peggio, visto che siamo già allo stesso numero di morti sul lavoro del 2009(554 contro 555) ed al 27 ottobre si registrano 12 morti in più rispetto lo stesso giorno del 2010. Occorre precisare che nel presente calcolo non sono inclusi i lavoratori in itinere morti sulle strade, che farebbero raddoppiare il numero delle vittime.
L’Inail inserisce tra le vittime solo i suoi assicurati, che rappresentano una parte delle morti bianche, escludendo militari, lavoratori in nero, gli agricoltori “informali” che muoiono in tarda età schiacciati dai loro trattori, i lavoratori in itinere e potrei continuare ancora… Dalle statistiche ufficiali sfuggono almeno il 20-25% delle morti bianche. L’Osservatorio non fa questo genere di distinzioni nell’elaborazione dei dati: se una persona muore lavorando, per noi è un morto sul lavoro.

A differenza di quanto si crede, l’industria non è il primo settore nella lista nera delle morti sul posto di lavoro, bensì è l’Agricoltura. Soprattutto la cosiddetta ‘agricoltura informale’ miete il maggior numero di vittime. Può spiegarci questo fenomeno?

Sono categorie emarginate e poco sindacalizzate. La maggioranza delle morti in Agricoltura sono causate da trattori “killer”, che uccidono centinaia di coltivatori . Non è un fenomeno circoscritto ma riscontrabile in tutto il Paese, sono morti che hanno poca risonanza mediatica. Ad oggi, considerando solo il 2011, sono già 105 gli agricoltori morti perché schiacciati dal trattore. Basterebbero pochi interventi mirati per salvare tantissime vittime.

Quali misure dovrebbero essere adottate dalle istituzioni per contrastare questo fenomeno?

I vecchi trattori dovrebbero essere rottamati per permettere ai coltivatori di acquistarne altri con cabine protette. Andrebbero poi introdotti incentivi: gli anziani agricoltori, tra l’altro, dovrebbero essere sottoposti obbligatoriamente a visite mediche che attestino l’idoneità alla guida, considerando anche che il territorio italiano è in pendenza e i riflessi poco pronti non lasciano scampo in caso di manovra errata. Il 60% delle morti bianche appartiene ai settori dell’Edilizia e dell’Agricoltura. Sono lavoratori per lo più meridionali e stranieri ed anche nei cantieri del Nord, gestiti talvolta da piccole aziende, è registrato un livello di sicurezza inesistente.

Sarebbe giusto, secondo lei, celebrare funerali di Stato per i lavoratori morti sul posto di lavoro?

Certo. Sono martiri del lavoro, solo così si capirebbe cosa c’è veramente dietro ad ogni ‘morte bianca’.

Perché interessa più un delitto passionale piuttosto che un lavoratore morto mentre esercitava il suo mestiere?

Le persone che non vivono da vicino queste tragedie, percepiscono come “normale” il fatto che nel Paese ci siano morti sul posto di lavoro, ma madri, padri e fratelli delle vittime, sono costretti a vivere una tremenda disgrazia, portando dentro loro un’eterna disperazione: sanno che non è stata la fatalità a causare la morte di un loro familiare, bensì leggerezza verso l’incolumità dei lavoratori e lo sfruttamento al quale sono costretti.

Perché le istituzioni (e i media) tendono a sminuire un simile fenomeno?

Anche loro percepiscono la questione come “normalità”, tranne casi come quello della Thyssen e di Barletta che meritano le prime pagine in quanto notizioni, dimenticati il giorno dopo. Continua silenziosamente l’incessabile stillicidio che provoca oltre mille morti all’anno.


Fonte: Osservatorio Indipendente di Bologna




Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura

07/11/11

Il SIAM ai musicisti indipendenti: “Aprite gli occhi”

Per i lavoratori del mercato musicale non vita facile, specialmente in tempo di crisi. Parla Indiana Raffaelli, dal Sindacato Italiano Artisti della Musica


Svolgono un lavoro come un altro, i musicisti, ma sono da sempre stati considerati come persone che nel perseguire la loro passione, vogliono ricavarci pure profitto. In realtà, non la si può così generalizzare. Spinti, più o meno volontariamente, al margine del mercato lavorativo a causa di un’intrinseca discriminazione da parte dei più disparati attori sociali, colpevoli di scegliere di fare il lavoro che più gli piace e per il quale si dimostra maggior attitudine e, proprio per questo, vittime di chi specula sulla loro motivazione sottopagandoli o offrendo loro inammissibili accordi lavorativi. Non hanno la possibilità di essere tutelati da un contratto di categoria, ne tanto meno da tariffari.

La quasi totalità dei musicisti indipendenti non riesce a sfamarsi di musica, ma è costretta a dover associare al lavoro principale, ossia che assorbe la maggior parte dell’impegno quotidiano, almeno un altro. Qui, nel settore musicale, la crisi si sente amplificata. Mentre le major monopolizzano il mercato, decidendo chi e come deve avere l’attenzione del pubblico nazionale ed estero, i musicisti autonomi arrancano tra la pirateria informatica, la difficoltà nel riuscire a realizzare live-show e un apparato rappresentativo di categoria che fatica a far sentire la propria voce. Tra gli enti che si impegnano a preservare i diritti dei musicisti c’è il Sindacato Italiano Artisti della Musica che tiene viva la richiesta alle istituzioni di un’adeguata regolamentazione per tutti i lavoratori dello spettacolo. Abbiamo avuto il piacere di parlare con Indiana Raffaelli, sindacalista SIAM, per approfondire alcune problematiche del settore musicale.

A fronte della situazione attuale, quali sono nello specifico le richieste del sindacato alle istituzioni?

A sinistra, Indiana Raffaelli
Il SIAM nasce con l’obbiettivo di costruire un sistema welfare, attualmente inesistente nel nostro Paese, che garantisca un’adeguata tutela per i musicisti freelance. Per questo chiediamo un adeguamento dell’attuale legislazione alla realtà delle professioni sceniche e quindi il riconoscimento dei musicisti come lavoratori, pur nella ambiguità esistente fra autonomi e dipendenti. Invece, dopo che si è molto parlato della necessità di  estendere il diritto ad usufruire di ammortizzatori sociali anche per le categorie meno considerate, è giunta una sentenza della Cassazione che esclude tutti gli artisti dalla possibilità di godere dell’indennità di disoccupazione, sulla base di un regio decreto del 1935. E’ evidente che una regola scritta in un contesto sociale totalmente differente, che forse all’epoca avrebbe potuto trovare una sua ragion d’essere, oggi è totalmente inadeguata e discriminatoria, escludendo dall’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti anche quei pochi artisti che fino ad oggi, lavorando con contratti subordinati e versando gli specifici contributi, potevano richiederla. Ci uniamo insieme a molti altri enti ed artisti nel richiedere con forza l’abrogazione di questa norma.

Rispetto all’estero, quali sono gli svantaggi di essere un musicista in Italia, oltre il fatto di essere quasi sempre visti come “persone che nel perseguire la loro passione, vogliono ricavarci pure profitto”?

In primo luogo la mancanza del rispetto dovuto al musicista in quanto lavoratore. Qui, come ha giustamente detto, chi fa il musicista o viene considerato un dilettante: “Si esibisce facendo quello che gli piace e  vuole pure essere pagato”, oppure viene accomunato alla figura della “star”,  e quindi si pensa che possa godere di guadagni milionari.

Manca poi , come dicevamo, una legislazione adeguata alla  specificità del lavoro artistico, che è un lavoro atipico: i francesi ci hanno  ben definito come “lavoratori intermittenti” ed hanno approntato un efficiente sistema di ammortizzatori sociali che, riconoscendo la necessità dei periodi  trascorsi in studio e di preparazione, permette di svolgere l’attività artistica a tempo pieno. Molti altri paesi hanno approntato misure che favoriscono il lavoro artistico, con sgravi fiscali per i lavoratori o gli investitori, con una costante formazione e garantendo supporto all’inserimento nel mondo del lavoro, anche con aiuti economici.

Come l’attuale crisi ha colpito il settore musicale?

Occorre una piccola premessa. Per quanto riguarda alcuni fenomeni ad oggi evidenti in tutti i settori produttivi, noi siamo stati un terreno di sperimentazione. Ad esempio, siamo stati fra i primi a cui è stato chiesto di aprire Partita Iva benché percepissimo introiti miserrimi e nonostante si svolga un’attività che presenta tutte le caratteristiche del lavoro dipendente. La delocalizzazione ha portato all’estero una grandissima parte del lavoro di registrazione di colonne sonore e l’uso di appalti esterni per le trasmissioni televisive non ha abbassato i costi, ma ha ridotto i diritti ed i compensi dei musicisti.
Oggi la crisi ci colpisce in vari modi. Le amministrazioni locali tirano avanti con budget quasi inesistenti e quindi hanno drasticamente ridotto la loro funzione di promotori culturali, tagliando risorse ai festival e a tutte le attività delle piccole associazioni, importantissime per una diffusione capillare della cultura musicale sul territorio nazionale. I tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo hanno ridotto l’impiego di lavoratori aggiunti nelle compagini orchestrali stabili, gli sponsor privati sono più cauti nel finanziare attività musicali e quando lo fanno, preferiscono puntare sui grandi nomi, che assicurano un ritorno pubblicitario sicuro. Restano quindi escluse la maggior parte delle realtà medio-piccole, senza le quali si va sempre più verso una cultura fatta di cattedrali nel deserto e di sporadici eventi.

Come può un musicista emergente tutelarsi da solo di fronte circostanze lavorative inadeguate?

La solitudine crea debolezza e forse una delle principali cause dell’attuale mancanza di tutele per i musicisti sta proprio nella tendenza di chi fa musica ad isolarsi, a coltivare l’illusione di una specie di “meritocrazia” che dovrebbe far sfondare i più bravi, a considerare se stessi più “artisti” che lavoratori. Un musicista difficilmente ha approfondite conoscenze giuridiche, e quindi la autotutela individuale è abbastanza difficile, anche perché il mercato attuale del lavoro musicale è profondamente deregolamentato e privo di controlli, così i giovani sono facile preda di pseudoimpresari e talent-scout senza scrupoli. Il consiglio che posso dare, è quello di aprire bene gli occhi, non farsi lusingare da promesse fumose, non lavorare gratis nella speranza di ottenere in  futuro chissà cosa, e cercare di sviluppare una coscienza collettiva.

So che è una brava musicista, che messaggio vuole lasciare ai giovani  e meno giovani che quotidianamente fanno i conti con la giungla del mercato  musicale?

Diamoci da fare tutti insieme per cambiare il nostro settore: dove ci sono più tutele e maggior rispetto tutti lavorano, creano in libertà e vivono meglio. La  deregolamentazione aiuta soltanto i più potenti.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura