17/02/11

Egitto: “C’est une Révolte?” “Non, Sire, c’est une révolution”


La recente Rivoluzione tunisina del Gelsomino , piuttosto che la Rivoluzione Egiziana sono diventate l’ emblema della rivolta popolare nelle pagine della più recente storia contemporanea.
Proprio come successe al tempo della Rivoluzione francese, quando alla domanda del Re “C’est une Rèvolte?”, il duca di Liancourt replicò “Non,Sire, c’est une révolution”, Suleiman, suo malgrado, ha dovuto annunciare la vittoria degli oppressi sull’oppressore.
Il Presidente egiziano Mubarak si è ufficialmente dimesso l’11 febbraio, contrariamente da quanto annunciato superbamente in TV il giorno precedente.

Sono circa le 17.03 quando piazza Tahrir esplode “Il popolo ha battuto il regime!”. Esultano le migliaia di persone che da diciotto giorni gremivano incessantemente le strade della capitale. Negli occhi, che brillano di speranza, la consapevolezza d’un umile e povero popolo di essere riusciti a guadagnarsi la libertà, pagando anche con il sangue il prezzo della disobbedienza civile.Il popolo ha vinto perché mosso da sacrosante motivazioni e principi democratici, quali si spera l’Egitto  sia straordinario portatore e funga da catalizzatore per gli altri popoli oppressi, come si sta dimostrando per l’Algeria.
Tra i candidati alla dirigenza egiziana figura il capo della Lega Araba Amr Mussa, il quale s’è dichiarato decisamente entusiasta per il risultato ottenuto e pronto per “costruire un sistema basato sul consenso popolare”.
Tunisia, Egitto e la recente rivolta algerina, insegnano tanto e devono suscitare una profonda riflessione, specialmente in noi italiani: la battaglia intrapresa dal web, la lotta alla censura portata avanti dal coraggio dei blogger e, nel caso della Tunisia, da artisti come El General , censurato ed arrestato per i suoi testi, lo scambio immediato di informazioni grazie alla rete, la rivolta trasversale di popoli interi che non hanno più paura di nulla, stanchi del peso della  privazione di libertà e futuro che gravava sulle loro spalle da anni, come un macigno.Sarà bello quando i nostri figli studieranno a scuola queste pagine di storia. Quando arriveranno a leggere il paragrafo sull’Italia di oggi, invece, cosa penseranno?
Spero non dovremmo vergognarci di dire “Noi non abbiamo avuto il coraggio”.
Quando il cittadino si rifiuta di obbedire, e l’ufficiale dà le dimissioni dal suo incarico, allora la rivoluzione è compiuta.
         Henry David Thoreau
Eleonora Pochi
Fonte: Fuon le Mura
                                                                                                            

13/02/11

Mobilitazione nazionale “Se non ora, quando?”

Domenica 13 febbraio in tutte le principali città d’Italia e d'Europa, il gentil sesso scende in piazza. Come dire, quando è troppo, è troppo.

Nel nostro paese risiedono circa 30milioni di donne, con le più diverse ambizioni, pensieri, passioni e l’amore con cui, buona parte di loro, si dedica alla cura di casa, marito e figli.
Secondo il Global Gender Gap Report, nella classifica mondiale per la parità dei sessi, l’Italia si piazza ad un vergognoso 74esimo posto, vicino a Bangladesh , Bolivia  e Madagascar.Dati statistici rilevano che solo il 46% delle donne riesce a concludere, a fatica, un contratto di lavoro, talvolta con la paura che una gravidanza possa portare al licenziamento.
Far firmare la lettera di dimissioni in bianco per poter comodamente sbarazzarsi di lavoratrici donne nel caso aspettino un bambino, purtroppo è una deplorevole pratica sempre meno isolata.Ci sono poi, casi in cui la donna è costretta a lasciare il posto di lavoro, dopo il primo, o peggio, il secondo figlio poiché lo Stato, ora come in passato, non è in grado di garantire un’assistenza adeguata alle madri lavoratrici. Da questa grave mancanza, ne consegue la sistemazione dei piccoli in asili nido, quasi sempre privati, giacché dell’attesa d’ammissione ai pubblici, si potrebbe anche morire.

Le discriminazioni che subiscono le donne in maternità, sono diverse e quasi mai denunciate poiché talmente diffuse che rientrano nella routine della vita lavorativa femminile.
Ho potuto constatare casi di donne, che tornate al lavoro dopo aver avuto un bambino, sono state licenziate o rimpiazzate da una new entry che di figli non voleva neanche sentir parlare e che soprattutto, si concedeva alle avances del titolare. This is Italy!…
Proprio dal caso poc’anzi messo in evidenza, si evince la sciagurata situazione di un paese intero.
Il mostrarsi così disponibili nei confronti di qualcuno che economicamente o con altri mezzi puo’ facilitare l’affermazione personale, è proprio quello che traspare dalle squallide vicende pubbliche, tristemente note.Sotto questo punto di vista, l’Italia è la vergogna d’Europa ed è inaudito, soprattutto, il fatto che ci siano uomini e donne che giustificano questo modo di fare come “affari che appartengono essenzialmente alla vita privata e sessuale di singoli soggetti”.
Le donne che studiano, lavorano sodo, faticano per affermarsi nei loro campi professionali, sono molto spesso denigrate proprio da quest’accezione della donna che nel nostro paese s’è andata affermando.
La donna è rappresentata da mass-media ed alcuni personaggi pubblici, come un oggetto di scambio sessuale ed una misera porzione di donne ne approfitta per avere “vita facile”, fortuna che la maggior parte di noi non è cosi.
Ed è proprio per questo che è stata indetta per domenica 13 febbraio una manifestazione nazionale, affinché tutte noi, presa coscienza dell’assurda condizione nella quale involontariamente ci ritroviamo, potremmo manifestare il nostro dissenso.
Donne, facciamo vedere chi siamo, tutte, nessuna esclusa.

                                                                                                                                
La natura ha dato alle donne un tale potere che la legge ha giustamente deciso di dargliene poco.
  Samuel Johnson

Eleonora Pochi
Fonte : Fuori le Mura 

04/02/11

Crisi umanitarie. 28 paesi, 50 milioni di persone

È emergenza record. Tra fame e conflitti, la penuria dilaga per un numero crescente di persone pari all’intera popolazione italiana. Sono 28 i paesi colpiti. Il Sudan si trova nella situazione più drammatica. Intanto la spesa militare mondiale aumenta a dismisura.

Per il 2011 l’Onu reclama ai paesi donatori 7,4 miliardi di dollari, al fine di sopperire alle quattordici crisi umanitarie attuali. È la cifra per emergenze umanitarie più alta mai chiesta nella storia delle Nazioni Unite.

Il denaro richiesto va a finanziare le operazioni d’aiuto umanitario urgenti per più di 50 milioni di persone in 28 paesi del mondo, tra cui Sudan, Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Territori palestinesi occupati, Haiti, che dopo il terremoto ancora attraversa la crisi benché non se ne dica nulla, Pakistan e altri. “Nel 2011, decine di milioni di persone avranno bisogno di aiuto per sopravvivere - afferma il sottosegretario generale per gli Affari umanitari, Valerie Amos. Conflitti e disastri naturali hanno privato queste persone delle proprie case, dei mezzi di sussistenza e dell’accesso a beni essenziali come l’acqua potabile e l’assistenza sanitaria”. Amos ha spiegato che la situazione è andata peggiorando a causa dell’aumento incessante dei prezzi di combustibili, materie prime e degli effetti della recessione economica che ha colpito la maggioranza dei paesi donatori. La capacità di affrontare situazioni di grave emergenza umanitaria da parte della popolazione locale, tende a regredire soprattutto per i paesi colpiti, tra l’altro, da catastrofi naturali. Chi sta peggio è il Sudan, bisognoso di 1,7miliardi, seguito da Haiti con 907 milioni e dalla Repubblica Democratica del Congo con 679 milioni, teatro di una sanguinosissima guerra civile.

C’era una volta Haiti, dopo il terremoto

L’isola haitiana è stata colpita, oltre che dal terremoto, passato alla ribalta dei mass-media ma del quale (quasi) nessuno conosce il seguito, da una profonda epidemia di colera che sta piegando un’intera popolazione e non sembrerebbe possa essere debellata nel breve periodo. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nei prossimi sei mesi, il numero dei contagiati potrebbe arrivare a 650mila. “L’ampia portata dell’epidemia – ha dichiarato Ban Ki-Moon - è imputabile alla tipologia della malattia, che sembrerebbe appartenere ad uno dei ceppi più aggressivi del colera, combinata ad un debole sistema sanitario nazionale, alla mancanza d’accesso all’acqua potabile e ad altri servizi di base”. I soldi richiesti dall’Onu andrebbero a coprire due priorità: ridurre al più presto il tasso di mortalità attraverso il trattamento medico immediato, quando possibile, degli infetti e informare tutta la popolazione, compresi gli abitanti delle aree più isolate, sul trattamento preventivo del colera. Nonostante il durissimo e lodevole lavoro congiunto di Ong e agenzie Onu, gli sforzi non sono sufficienti. Dei 164 milioni di dollari richiesti lo scorso 11 novembre per far fronte allo scoppio dell’epidemia, ne sono stati ricevuti solo il 20%. Ad oggi, le cifre rese note dal ministero della Salute haitiano parlano di 1.800 morti e 85.000 contagiati.

Crisi umanitaria del Darfur
Quella che si consuma in Sudan è la più grande crisi umanitaria del pianeta. Focolaio della carestia è la vasta regione del Darfur, semi-desertica ma ricca di risorse sotterranee, messa a ferro e fuoco dalle milizie ciadiane e sudanesi. La situazione geopolitica del paese è molto complessa. Agli albori di questo 2011, il tanto atteso referendum deciderà le sorti del paese: la popolazione sudanese sentenzierà la probabile secessione del Sud e la conseguente autodeterminazione di una nazione indipendente. Inoltre, già dal 2005 il protocollo CPA (Comprehnsive Peace Agreement) prevedeva disposizioni provvisorie per gli Stati di Abyei, Southern Kordofan e Blue Nile, noti come aree di transizione. Con lo stesso referendum, probabilmente sarà decisa anche l’annessione al Sud o al Nord Sudan dello Stato di Abyei. Sembrerebbe quasi una battaglia navale, nella quale si ridisegnano continuamente confini... Sembra un gioco ma non lo è affatto. Sono quasi 5 milioni le vittime dirette del conflitto e metà di esse sono bambini. Nell’arco di sei anni, il conflitto in Darfur ha provocato più di 300mila morti e costretto almeno 2 milioni di persone alla fuga, i cosiddetti sfollati sia all’interno del Sudan sia nei campi profughi ciadiani. Inoltre, circa 17mila bambini vengono arruolati forzatamente per prendere parte alle ostilità. La situazione è regredita ulteriormente con l’espulsione di 7.700 operatori umanitari rappresentanti di 16 Ong, decretata dal governo sudanese in risposta al mandato d’arresto internazionale del marzo scorso nei confronti del presidente Omar Hassan Al-Bashir da parte della Corte penale internazionale, per crimini contro l’umanità. “Al-Bashir è stato ed è tuttora il mandante dei numerosi attacchi alle popolazioni civili, sono state distrutte intere comunità – dichiara la Corte penale internazionale –. La drammatica situazione del Darfur non comprende ‘solo’ una crisi umanitaria, ma un sistematico attacco alla popolazione civile”. Nonostante ciò, il presidente Al-Bashir non è ancora stato arrestato. Per chi volesse, segnaliamo la Campagna promossa da Italians for Darfur Onlus che sta raccogliendo, tra l’altro, firme per un appello rivolto ai principali media italiani affinché si parli di più del Sudan e della relativa crisi umanitaria. L’indirizzo web di riferimento è www.italianblogsfordarfur.it. Sarebbe interessante poi, analizzare l’altra faccia della stessa medaglia, ossia come gli Stati “democratici” investano costantemente in attività di guerra, mentre il piatto degli aiuti internazionali piange.

E per la guerra quanti soldi si spendono?
Benché sia noto che la guerra è sinonimo di sottosviluppo, si spendono molti più soldi per essa che per lo sviluppo e la cooperazione tra i popoli. Il rapporto è di 10 a 1. Secondo le statistiche SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) nel 2009 ben 1.531 milioni di dollari sono stati dissipati in spese militari mondiali. A dispetto della crisi finanziaria quindi, nel bilancio mondiale la voce “spese militari” appare sempre più cospicua: dal 2000 ad oggi c’è stato un incremento del 49% in nome di una “guerra contro il terrorismo”. Nel 2009 gli Usa hanno contribuito al 54% della somma complessiva per spese militari mondiali. Se questi sono stati i “costi” imputati allo svolgimento d’attività di guerra, sembrerebbe che in contropartita ci sia un tutt’altro che modesto ritorno economico. Il 44% dei fornitori di armi a livello globale è americano e ha generato nel 2009 un flusso d’export pari a 6.795 milioni di dollari, seguiti da Europa e Russia. Occorre precisare che l’Italia, nel 2009 ha impiegato in spese militari 588 milioni di dollari (SIPRI). Per il 2010 la spesa italiana per la guerra è stata stimata in 23.500 milioni di euro. L’Italia è stata nel 2009, per il quinto anno consecutivo, il primo paese al mondo per esportazioni di armi leggere, anche dette armi di tipo non militare, intascando ben 250 milioni di dollari. I paesi in via di sviluppo continuano ad essere i principali destinatari delle esportazioni di armamenti da parte dei paesi produttori, secondo il rapporto annuale del Congressional Research Service statunitense. Tra i principali destinatari: Arabia Saudita, Brasile, Corea del Sud, Egitto, India, Israele e Pakistan. Il 60% delle armi leggere globalmente prodotte finiscono per armare civili e rendere possibili guerre interne tra gruppi etnici e d’opposizione.

* Prossimo mese prosegue l’inchiesta sulle altre crisi umanitarie, a partire dalla Repubblica Democratica del Congo.

Eleonora Pochi
Fonte: Solidarietà Intetrnazionale

25/01/11

27 GENNAIO: Giornata della Memoria

Con il termine Shoah, che sta a significare “desolazione, catastrofe, disastro”, ci si riferisce al genocidio compiuto dal regime nazista, in particolare alla sistematica uccisione di circa 6milioni di ebrei. Nei confronti degli ebrei, il nazismo manifesta da subito un particolare accanimento, vengono identificati come il male, una presenza demoniaca e gravemente negativa per la nazione tedesca. Sebbene gli ebrei siano stati le principali vittime dell’olocausto, centinaia di migliaia di zingari, disabili, prigionieri di guerra, sovietici, polacchi, comunisti, socialisti, omosessuali e bambini vennero uccisi. Con la morte del presidente Hindenburg, Hitler salì al potere assumendo la duplice carica di Presidente della Repubblica e di cancelliere, instaurando un regime totalitario in nome della “Mein Kampf”,che tradotto significa “La mia battaglia per il riconoscimento della razza ariana”, nella quale pose gli elementi caratterizzanti della sua ideologia: la superiorità della razza ariana alla quale sarebbe stato attribuito il merito esclusivo del progresso dell’umanità, la teoria dello spazio vitale, secondo la quale i tedeschi avrebbero dovuto unirsi in un’unica grande patria germanica, la presenza di un capo Furher, ossia “condottiero”, che sarebbe dovuto essere al di sopra di qualsiasi legge o giudizio ed infine la teoria dell’antisemitismo. La situazione degenerò nel 1935 con le Leggi di Norimberga che privarono gli ebrei di qualsiasi diritto e libertà. Essi furono inoltre obbligati ad esibire sul braccio la stella di David, furono banditi dalla nazione tedesca e furono vietati legami e matrimoni tra ebrei tedeschi in nome della “protezione del sangue e dell’onore tedesco”. 

 L’atrocità nazista raggiunse il suo apice a partire dal 1942. I tedeschi si resero conto che, anche se deportati nell’Europa orientale, gli ebrei erano d’intralcio secondo la sopracitata teoria dello spazio vitale, che la Germania doveva guadagnarsi ad Est; si giunse quindi alla cosiddetta “soluzione finale”, ossia l’eliminazione fisica degli ebrei. I nazisti trasferirono così gli abitanti dei ghetti nei campi della morte. I lager, o campi di concentramento, divennero sede del genocidio più grave della storia umana. 

Le vittime arrivavano nei campi dopo estenuanti viaggi in carri bestiame, all’arrivo le SS(Schutzstaffeln) separavano gli uomini dalle donne costringendoli a spogliarsi e consegnare tutto quello che era in loro possesso. Venivano poi spinti nelle camere a gas, dall’aspetto di stanze per la doccia mentre una minoranza veniva selezionata per il lavoro forzato. Nei campi di sterminio furono provate torture atroci, gli uomini venivano usati come cavie per testare nuovi farmaci, veleni ed armi; per studiare la resistenza al dolore con il monossido di carbonio o con iniezioni di fenolo intracardiache. Lo sterminio mirava, oltre che alla distruzione fisica, anche alla distruzione morale attraverso condizioni di vita insopportabili, lavoro massacrante ed umiliazioni disumane. Le atrocità commesse nei campi di sterminio ci sono giunte anche grazie alle testimonianze dei sopravvissuti, come Primo Levi,del quale riportiamo la poesia “Se questo è un uomo”, che hanno contribuito a far luce sul periodo più buio della storia umana. 

Nonostante la verità di questi avvenimenti sia tragicamente nota, si è sviluppato nel tempo il cosiddetto Revisionismo, una minoranza di persone, spesso vicina a movimenti di estrema destra, nega la veridicità dell’olocausto. Questo atteggiamento viene giudicato molto pericoloso perché nega in modo arrogante l’evidenza con la presunzione di correggere e falsificare la storia, poiché l’olocausto deve essere ricordato, studiato, capito a fondo affinché non si ripeta mai più un evento del genere…Anche se, come noto, avvenimenti simili si ripetono tutt'oggi in varie parti del mondo. 

Se questo è un uomo 

Primo Levi 

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, 
voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: 
Considerate se questo è un uomo che lavora nel fango 
che non conosce pace che lotta per mezzo pane 
che muore per un si o per un no. 
Considerate se questa è una donna, 
senza capelli e senza nome senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d’inverno. 
Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. 
Scolpitele nel vostro cuore stando in casa 
andando per via, coricandovi, alzandovi. 
Ripetetele ai vostri figli. 
O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, 
i vostri nati torcano il viso da voi.

Eleonora Pochi
Fonte: Fuori le Mura 

21/01/11

L'Italia nella trappola dell'indebitamento

Come si evince dall’andamento della curva del grafico, il debito italiano cresce in maniera continuativa e costante da più di 30 anni, rendendo la prospettiva di bancarotta sempre più concreta.
A causa di cattive amministrazioni ed eccessivi sprechi, dal secondo dopoguerra il debito pubblico è sempre salito e continuerà l’impennata anche nel 2010, superando il 123% nel rapporto debito/Pil.Con l’anno venturo, Tremonti s’è accorto che esiste la crisi, se fino a poco tempo fa dichiarava “Crisi? L’Italia è fuori, il governo ha fronteggiato il rischio del collasso dei conti pubblici” , ora invece s’appresta a confessare “Siamo come in un videogame, vedi un mostro, lo combatti e vinci, poi ne compare un altro più forte del primo”.
In termini monetari, il debito italiano ammonta oggigiorno al suo massimo storico, 1.869.141 miliardi di euro e vi invito a cliccare sul link per osservare come sale, ogni secondo, l’inquietante “contatore del debito”. Per meglio rendere l’idea, si consideri che tra gennaio e luglio 2010 il debito è salito di 50.100.143.820 euro, più di 7 miliardi al mese, 236 milioni al giorno, circa 10 milioni di euro all’ora, 164.112 euro al minuto.


Implicito è l’aumento del deficit, semplicisticamente la differenza negativa tra entrate e spese pubbliche annuali, causa dell’indebitamento inarrestabile del nostro paese. Nel 2010 l’Italia, secondo le stime FMI, riporterebbe un saldo negativo dei conti pubblici pari a 6,3%, a differenza dell’1,5% del 2007.
Le cifre parlano da sole e questo 2011 sembrerebbe riservarci la rovina, il raggiungimento della soglia dei duemila miliardi di debito pubblico. Si, DUEMILA MILIARDI.
Il debito pubblico procapite è di 31mila euro,  in altre parole, ognuno di noi porta sul groppone il peso del debito pubblico, che prima o poi presenterà il conto, indistintamente a ricchi e poveri.
Per evitare che il debito esploda, come la situazione attuale della Grecia, l’antidoto è un buon tasso di crescita, almeno del 2%. Secondo Lodovico Pizzati, Economista Università di Venezia “La debole crescita italiana, che s’attesta ad un misero 0,2% non è abbastanza ed inoltre – spiega – se diminuisci la spesa pubblica di 25miliardi, da sola non basta perché si rischia di uccidere la crescita”.
La ricetta per l’aumento della crescita senza dubbio comprende meno corruzione in primis, meno presenza dello Stato a favore della libera iniziativa economica e non è un’opinione personale, ma lo evidenziano accurati studi Ocse.Secondo le stime dell’Organizzazione per lo Sviluppo Economico, le liberalizzazioni aumenterebbero la produttività italiana del 14% con un indiscutibile miglioramento nella qualità dei servizi erogati.
Al riguardo, Ugo Arrigo, economista Università di Milano commenta “Alcune aziende potrebbero tranquillamente stare sul mercato, comportando l’ausilio di tariffe più basse per i cittadini e una miglior gestione delle attività rispetto al capitalista falso, il sindaco, Tremonti, il capo di Governo, insomma chi fa l’imprenditore con i soldi non suoi sono sicuramente peggiori di qualunque altra persona che fa le stesse cose rischiando con i soldi propri”.
Dunque, come fossimo in un videogame, siamo invasi ed attaccati duramente dai mostri e le armi per difenderci ci vengono  tolte di mano per garantire l’interesse e la salvaguardia di quei pochi che i mostri, non li hanno mai visti pur essendo responsabili dell’invasione.


Eleonora Pochi

Fonte : Fuori le mura

07/01/11

Gaza: Natale sotto le bombe


Era il 27 dicembre 2008, quando le forze israeliane sferrarono il più brutale attacco alla popolazione palestinese. La cosiddetta operazione Piombo fuso fece cadere sulla testa di migliaia di cittadini della striscia di Gaza tonnellate d’esplosivo. Ventidue giorni di guerra provocarono 1.500 morti di cui 352 bambini, più di 5.500 feriti e sconvolsero la vita di 1.5milioni di persone sopravvissute ai bombardamenti, provocando, inoltre, un’elevata diffusione del cancro proveniente dall’inquinamento da fosforo bianco e dalle armi chimiche utilizzate dall’esercito di Netanyahu.
Sembrerebbe che Israele quasi sfrutti il periodo delle festività natalizie per agire con maggior discrezione. A due anni dal massacro, il cielo di Gaza è tornato a piovere bombe.Già dalla vigilia di Natale sono cominciati i bombardamenti, ma dal 27 dicembre si sono intensificati con bombe a gas e spari contro i civili dell’area di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.
Tra gli attacchi della zona, un carro armato ha sparato un colpo di cannone contro un gruppo di ragazzi che stavano giocando, provocando un morto e sei feriti.
A Gaza City, invece, un gruppo di soldati israeliani ha sparato contro un gruppo di palestinesi che stavano raccogliendo macerie per riciclarle come materiale edile, com’è solito fare dal 2008, dopo la distruzione di 20mila abitazioni private e la devastazione d’edifici pubblici, ospedali ed il conseguente embargo sui materiali edili decretato da Israele.
I cittadini della Striscia di Gaza, sotto assedio, hanno scritto una lettera aperta, in occasione dell’anniversario di Piombo Fuso, rivolta alla comunità internazionale con l’intento di suscitare una presa di coscienza collettiva di quanto di orribile avviene a causa dell’assedio. Abbiamo ritenuto opportuno pubblicare il testo integrale della lettera e vi invitiamo caldamente a leggerla con attenzione, affinché si possa comprendere meglio la reale situazione in quella particella di mondo, dimenticata, o meglio ignorata, dal mondo intero.
“Noi palestinesi della striscia di Gaza sotto assedio, oggi, a due anni dall’attacco genocida di Israele alle nostre famiglie, alle nostre case, alle nostre fabbriche e scuole, stiamo dicendo basta passività, basta discussione, basta aspettare – è giunto il momento di obbligare Israele a rendere conto dei suoi continui crimini contro di noi. Il 27 dicembre 2008 Israele ha iniziato un bombardamento indiscriminato della striscia di Gaza. L’attacco è durato 22 giorni, uccidendo, secondo le principali organizzazioni per i diritti umani, 1417 palestinesi di cui 352 bambini. Per 528 sconvolgenti ore, le forze di occupazione israeliane hanno scatenato i mezzi provenienti dagli Stati Uniti: F15, F16, Carri armati Merkava, il fosforo bianco proibito in tutto il mondo, hanno bombardato ed invaso la piccola enclave costiera palestinese dove risiedono 1.5 milioni di persone, tra le quali 800.000 sono bambini e oltre l’80% rifugiati registrati alle Nazioni Unite. Circa 5.300 feriti sono rimasti invalidi.
La devastazione ha superato in ferocia tutti i precedenti massacri sofferti a Gaza, come per esempio i 21 bambini ammazzati a Jabalia nel marzo 2008 o i 19 civili uccisi mentre si rifugiavano nella loro casa durante il massacro di Beit Hanoun del 2006. La carneficina ha addirittura superato gli attacchi del novembre1956 nei quali le truppe israeliane hanno indiscriminatamente radunato ed ucciso 274 palestinesi nella città di Khan Younis (sud della striscia) ed altri 111 a Rafah (nord).
Fin dal massacro di Gaza del 2009, cittadini del mondo si sono assunti la responsabilità di fare pressione su Israele perchè rispetti la legge internazionale, attraverso la strategia già collaudata del boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Come è stato fatto nel movimento globale BDS che fu così efficace nel porre un termine al regime di apartheid sudafricano, chiediamo con forza alle persone di coscienza di unirsi al movimento BDS creato da oltre 170 organizzazioni palestinesi nel 2005. Come in Sudafrica lo squilibrio di forze in campo e di rappresentazione in questa lotta può essere controbilanciata da un potente movimento di solidarietà internazionale con il BDS in testa, portando i responsabili dell’atteggiamento israeliano a rendere conto delle proprie azioni, cosa in cui la comunità internazionale ha ripetutamente fallito. Allo stesso modo, sforzi civili e fantasiosi come le navi del Free Gaza che hanno rotto l’assedio cinque volte, la Gaza Freedom March, la Gaza Freedom Flotilla, e i molti convogli via terra non devono smettere di infrangere l’assedio, evidenziando la disumanità di tenere 1,5 milioni di cittadini di Gaza in una prigione a cielo aperto.
Sono passati ora due anni dal più grave degli atti di genocidio israeliani, che dovrebbe aver lasciato la persone senza alcun dubbio sulla brutale vastità dei piani di Israele per i palestinesi. L’assalto assassino verso gli attivisti internazionali a bordo della Gaza Freedom Flotilla nel mar mediterraneo ha reso palese al mondo il poco valore che Israele ha dato alle vite palestinesi finora. Il mondo ora sa, ed adesso dopo 2 anni nulla è cambiato per i palestinesi.
Il rapporto Goldstone è arrivato e passato: nonostante il suo elencare una dopo l’altra le contravvenzioni alle legge internazionale, “crimini di guerra” israeliani e “possibili crimini contro l’umanità”, nonostante l’Unione Europea, le Nazioni Unite, la Croce Rossa, e tutte le più grosse associazioni per i diritti umani abbiano fatto una chiamata per una fine a un’assedio medievale e illegale, esso continua con la stessa violenza. L’11 novembre 2010 il capo dell’UNRWA John Ging ha dichiarato: “non ci sono stati cambiamenti concreti per la popolazione sul terreno per quanto riguarda la loro situazione, la loro dipendenza da aiuti, l’assenza di ogni risarcimento o ricostruzione, nessuna economia…le distensioni, come sono state descritte, non sono state nulla di più che una distensione politica nelle pressioni verso Israele ed Egitto”
Il 2 dicembre 22 organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty, Oxfam, Save the Children, Christian Aid, e Medical Aid for Palestinian hanno prodotto il report “Dashed Hopes, Continuation of the Gaza Blockade (Speranze in polvere, la continuazione del blocco)”, chiamando per un’azione internazionale che forzi Israele ad abbandonare incondizionatamente il blocco, descrivendo come i palestinesi di Gaza sotto l’assedio israeliano continuino a vivere nelle stesse disastrose condizioni. Solo una settimana fa l’Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto dettagliato “Separate end Unequal (separati e diseguali)” che denuncia gli atteggiamenti israeliani come pratiche di apartheid, facendo eco ad affermazioni simili da parte degli attivisti sudafricani anti-apartheid.
Noi palestinesi di Gaza vogliamo vivere in libertà e incontrare amici palestinesi o famiglie da Tulkarem, Gerusalemme o Nazaret, vogliamo avere il diritto di viaggiare e muoverci liberamente. Vogliamo vivere senza la paura di un’altra campagna di bombardamenti che lascia i nostri bambini morti e molti più feriti o con cancro proveniente dall’inquinamento da fosforo bianco israeliano ed armi chimiche. Vogliamo vivere senza essere umiliati ai check point israeliani o la vergogna di non poter provvedere alle nostre famiglie a causa della disoccupazione portata dal controllo economico e dall’assedio illegale. Chiediamo una fine del razzismo che è a fondamento di quest’oppressione.
Domandiamo: quando i Paesi del mondo si comporteranno secondo le fondamentali premesse che gli esseri umani debbano essere trattati in maniera equa, senza differenze di origine, etnia o colore – è così esagerato affermare che i bambini palestinesi abbiano gli stessi diritti di ogni altro essere umano? Sarete capaci un giorno di guardarvi indietro e dire che siete stati dalla parte giusta della storia o avrete supportato l’oppressore?
Noi, inoltre, chiamiamo la comunità internazionale ad assumersi le sue responsabilità e proteggere il popolo palestinese dalle feroci aggressioni di Israele, finire immediatamente l’assedio con un risarcimento completo della distruzione di vite ed infrastrutture di cui siamo stati afflitti da quest’esplicita pratica di punizione collettiva. Assolutamente nulla può giustificare pratiche internazionali feroci come l’accesso limitato all’acqua e all’elettricità a 1,5 milioni di persone. L’omertà internazionale nei confronti della guerra genocida che ha avuto luogo contro più di 1,5 milioni di persone rende palese la complicità in questi crimini.
Facciamo anche un’appello a tutti i gruppi di solidarietà palestinesi ed alle organizzazioni della società civile internazionale per esigere:
  • La fine dell’assedio che è stato imposto alla popolazione palestinese della West Bank e della striscia di Gaza come conseguenza dell’esercizio della loro scelta democratica.
  • La protezione delle vite civili e proprietà, come stipulato dalla legge umaitaria internazionale e dalla legge internazionale riguardo i diritti umani, come la quarta convenzione di Ginevra.-Il rilascio immediato di tutti i prigionieri politici
  • Che i rifugiati palestinesi nella striscia di Gaza siano immediatamente riforniti di supporto materiale e finanziario per affrontare le immense avversità che stanno vivendo
  • Fine dell’occupazione, apartheid ed altri crimini di guerra
  • Immediati risarcimenti e compensazioni per tutte le distruzioni portate avanti dalle forze di occupazione israeliane nella striscia di Gaza
  • Boicotta, disinvesti e sanziona, unisciti a molti sindacati in tutto il mondo, università, supermercati, artisti e scrittori che rifiutano di intrattenere l’apartheid di Israele. Parla della Palestina, per Gaza, e soprattutto AGISCI. Il tempo è adesso.
Gaza assediata, Palestina
27 dicembre 2010
List of signatories:
General Union for Public Services Workers
General Union for Health Services Workers
University Teachers’ Association
Palestinian Congregation for Lawyers
General Union for Petrochemical and Gas Workers
General Union for Agricultural Workers
Union of Women’s Work Committees
Union of Synergies—Women Unit
The One Democratic State Group
Arab Cultural Forum
Palestinian Students’ Campaign for the Academic Boycott of Israel
Association of Al-Quds Bank for Culture and Info
Palestine Sailing Federation
Palestinian Association for Fishing and Maritime
Palestinian Network of Non-Governmental Organizations
Palestinian Women Committees
Progressive Students’ Union
Medical Relief Society
The General Society for Rehabilitation
General Union of Palestinian Women
Afaq Jadeeda Cultural Centre for Women and Children
Deir Al-Balah Cultural Centre for Women and Children
Maghazi Cultural Centre for Children
Al-Sahel Centre for Women and Youth
Ghassan Kanfani Kindergartens
Rachel Corrie Centre, Rafah
Rafah Olympia City Sister
Al Awda Centre, Rafah
Al Awda Hospital, Jabaliya Camp
Ajyal Association, Gaza
General Union of Palestinian Syndicates
Al Karmel Centre, Nuseirat
Local Initiative, Beit Hanoun
Union of Health Work Committees
Red Crescent Society Gaza Strip
Beit Lahiya Cultural Centre
Al Awda Centre, Rafah


Fonte: Fuori le mura - Eleonora Pochi

La democrazia della repressione

Oramai il voler manifestare la propria opinione è diventato un fastidio da evitare, anche a costo di militarizzare città intere.
Sembrerebbe quasi si voglia iniettare nel paese un dose di tensione, d’allarmismo a mio avviso inutile e superfluo, segno evidente che l’Italia è un paese dalla memoria corta.
(Co)Protagonisti indiscussi della scena sono le forze dell’ordine, anch’esse colpite duramente dalla crisi e scese ripetutamente in piazza per ribadire che senza risorse non può esserci sicurezza e che “La sicurezza non può essere un costo per il governo, ma un investimento”.
“Nessuno si è preoccupato di interpellarci in merito alla predisposizione della Finanziaria – ha dichiarato Felice Romano, segretario generale Siulp – che nessuno poi ci indichi come i disfattisti del momento”.
Sembrerebbe paradossale rilevare che gli agenti di polizia siano scesi in piazza con le stesse motivazioni di fondo di studenti e lavoratori precari ma ciò nonostante si sia assistito a scene come quelle del 14 dicembre a Roma. Ci si rende purtroppo conto della insensatezza di quei gesti. Sembrerebbe quasi una sciocca guerra tra poveri voluta da qualcuno, tra società e forze dell’ordine che in nome del disagio si scannano mentre i lorsignori, arroccati nei palazzi, approvano riforme che porteranno alla fame un paese intero tranne loro.
“Tutto questo costringe le forze dell’ordine ad un’attività di supplenza al governo sempre più complessa e delicata” ha dichiarato il capo della Polizia Antonio Manganelli riflettendo sul 14 dicembre, aggiungendo “E’ un superlavoro richiesto a chi, tra l’altro, e’ pagato sempre meno”. Pur essendo pienamente d’accordo con le parole del Prefetto occorre precisare che molto spesso alcuni agenti si trasformano in criminali, abusando del loro potere in nome della legge, che automaticamente infrangono.
Gli scontri del 14 dicembre ne sono l’emblema (ormai tristemente note le immagini che girano in rete, di un manifestante preso a calci da più agenti di polizia). Da esse traspare non tanto la rabbia quanto una cattiveria che fa più paura dei tagli di governo. Al di là di qualsiasi pensiero ed opinione politica, la violenza è deprecabile da qualsiasi parte della barricata provenga, ma soprattutto se mossa da chi dovrebbe garantire ai cittadini l’ordine pubblico.
Abbiamo chiesto ad Alice Niffoi, presa a manganellate dalla polizia ed arrestata insieme ad altri 23 ragazzi il 14 dicembre, cosa le rimarrà delle 16 ore trascorse nel centro di identificazione di Tor Cervara “Sapevo di essere in stato d’arresto ma non sapevo di cosa ero accusata. Nonostante lo chiedessi in continuazione, sono riuscita ad incontrare il mio avvocato solo in aula. Un trattamento degradante, oltre che fuori da ogni regola! Per 14 ore non ci hanno dato la possibilità di mangiare né di bere e solo a due ragazzi è stato concesso d’andare in bagno. E’ stata un’esperienza molto dura, conserverò un ricordo orribile”.
L’indignazione di Alice, come di tanti altri, è forte, “il 14 dicembre eravamo in piazza: studenti, precari, migranti, movimenti per la difesa del territorio venuti da Chiano e dall’Aquila, lavoratori dello spettacolo e tanti altri per manifestare il nostro dissenso verso un Governo che ha adottato provvedimenti vergognosi, dalla legge finanziaria alla riforma dell’Università. Un Governo che in tutta risposta si è trincerato in una zona rossa, arrestando ed usando i manganelli delle forze dell’ordine contro chi ha provato ad avvicinarsi”.
Sarebbe opportuno invece che una società intera (forze dell’ordine comprese), accomunata dagli stessi problemi e dalle stesse motivazioni che spingono a scendere in piazza, manifestasse insieme contro i tagli imposti dal Governo. “Certo, sarebbe bello e sicuramente molto più efficace – commenta Alice, che avendo vissuto la brutta esperienza in prima persona, aggiunge – purtroppo sono estremamente scettica al riguardo. Diversi agenti ci hanno detto che non dovevamo lamentarci per essere stati arrestati e che avremmo fatto meglio a restarcene a casa”.
Non bisognerebbe permettere che per quattro esaltati, dei quali alcuni sembrerebbero infiltrati che provocano tafferugli, migliaia di lavoratori, insegnanti e ragazzi vengano bollati come criminali. E’ inconcepibile e forse fin troppo facile per chi mira a sminuire la realtà dei fatti, ossia un dissenso dilagante, di tutte le categorie, verso le misure politiche intraprese.
Alice, qualche giorno dopo l’arresto, ha dichiarato “Ho capito che per lavorare me ne devo andare”, tanti giovani purtroppo sono arrivati alla sua stessa conclusione “L’Italia investe molto meno degli altri Stati nella ricerca e nella cultura, è un dato di fatto, di conseguenza la vita è resa sempre più difficile, soprattutto per i “lavoratori della conoscenza” – continua Alice – Paradossalmente, più si ha un titolo di studio alto e ci si specializza, più è difficile trovare un’occupazione che tenga conto delle nostre capacità e conoscenze… Il Ministro Brunetta, come soluzione, ci consiglia di ripiegare sui lavori umili! Non sono convinta di trovare il paradiso o di riuscire a realizzare tutti i miei desideri fuori da questo paese, ma almeno mi riscontrerei con reali possibilità per provare a farlo, qui invece si parte già scoraggiati.”
L’Italia dimostra ogni giorno di più che non è in grado di tenersi stretta la sua più scarsa e preziosa risorsa, i giovani. soprattutto verrebbe da pensare se la democrazia della repressione persisterà fino al giorno in cui il dissenso dilagherà a macchia d’olio e tutto il paese verrà preso a manganellate.

18/12/10

Grecia: Ancora recessione

Dopo il maxi-prestito Fmi-Ue le cose non sembrano migliorare: i dati su disoccupazione, inflazione e previsioni finanziarie parlano da sé. Intanto Fmi e Ue, preoccupati, non escluderebbero l’adozione di nuove misure restrittive.
Nel maggio 2010 Fmi e Ue stanziarono un piano di aiuti da 110miliardi per salvare la Grecia dalla bancarotta ma, ad oggi, il paese sembrerebbe patire ancora il peso di una crisi che pesa sulle spalle come un macigno.
Condizione necessaria alla concessione del maxi-prestito, è stata l’applicazione di un programma di austerità varato dal governo elleno che prevedeva, come da tradizione, una drastica serie di tagli alla spesa pubblica. I cosiddetti aggiustamenti strutturali hanno disseminato e stanno disseminando tutt’ora una preoccupante crisi sociale: cresce l’Iva, aumentano le tasse, non soltanto sui beni di lusso ma su tabacchi, alcolici e carburante, tagli ai stipendi di funzionari statali, licenziamenti per migliaia di lavoratori, svuotate le casse di scuole ed università, ridotte le pensioni.


Hanno scioperato quasi la totalità delle categorie: funzionari pubblici, camionisti, assistenti di volo, ferrovieri, operai, pensionati, forze dell’ordine, imprenditori, docenti, professori e studenti. Tutti, coinvolti più o meno direttamente dalla politica adottata, contestano le manovre di governo.
Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,2% , ci sono più di 4milioni di persone senza lavoro ed i giovani sono i più colpiti, ogni 100 ce ne sono 33 a spasso.
La Rete greca per la lotta alla povertà (Eapn) stima altresì che il paese registrerà, di questo passo, fino un terzo dei suoi abitanti sotto la soglia di povertà, in altre parole il 30% dei cittadini greci dovrà tirare a fine mese con meno di 470 Euro mensili.


Le previsioni finanziarie per il 2011 non sono certo rassicuranti “La Grecia presenta rischi di bilancio molto elevati” ammette preoccupato il Fmi, mentre da Bruxelles, il commissario Ue agli affari economici e monetari Olli Rehn, al termine dell’ultima riunione dell’Eurogruppo ha dichiarato “La Grecia potrebbe dover prendere delle nuove misure di austerità di bilancio per rispettare gli obiettivi di deficit per il 2011”. Il paese è in recessione – secondo l’ultimo rapporto dedicato all’Europa del Fmi, diffuso il 19 ottobre – e non vede luce, con un tasso di crescita del – 4% per il 2010 e  – 2,6% previsto per il 2011.
Il deficit sale più di quanto previsto nella bozza della legge di bilancio per il 2011 e a fine anno dovrebbe attestarsi al 9,3% del Pil.
L’indebitamento inarrestabile è dovuto alle entrate, ancora troppo basse e ad una rettifica al rialzo del deficit 2009. L’austerity non sembrerebbe aver cambiato di molto le cose…e mentre il debito pubblico sale e il paese decresce, viene da chiedersi se sarà mai in grado la Grecia di restituire i soldi concessi “cosi generosamente” in prestito da mezzo mondo.

Eleonora PochiFonte : http://www.fuorilemura.com/

09/12/10

"Quelli che escono da casa e scendono in piazza per i loro diritti"



Non è questione d’essere di destra o di sinistra, meritevoli o facinorosi, studiosi o fannulloni, ricchi o poveri,  lustrini o centri sociali; il diritto allo studio spetta a tutti.
Detto questo, se si passano poi in rassegna le ultime modifiche apportate al sistema universitario, è inconfutabile il progressivo collasso della qualità dell’istruzione e del significato stesso di “cultura”.
Con la riforma Berlinguer-Zecchino(2001), è stato introdotto il sistema 3+2, vale a dire le lauree triennali, per adeguarci alla maggioranza dei paesi europei e per far fronte alla alta percentuale di fuoricorso e rinunciatari agli studi. Se si considera il risvolto, a distanza di circa dieci anni, possiamo dire che il modello non ha funzionato. Sono stati attivati ben 4664 corsi di studio (mancava solo un corso per dog-sitter) che hanno generato a cascata 19.625 cattedre  ordinarie ed una media di 47,1 studenti per professore.
Tuttavia, ogni anno accademico le aule delle Università sono sempre più piene, dando esplicita dimostrazione che i giovani si danno da fare, ci credono e vogliono costruirsi un futuro cogliendo la sfida d’un piano di studi massacrante, con trentasei esami nel solo triennio e per il quale basta uno starnuto che sei già fuoricorso. Una volta raccolti tutti i punti, come fossimo in un gioco a premi, si vince il diploma di laurea e si va a casa.
Non bisogna addossare tutte le colpe all’introduzione del 3+2, quanto alla speculazione parassitaria tipicamente italiana che ha fatto regredire in primis la qualità dell’istruzione, generando un’offerta lavorativa che non risponde alla domanda reale del mercato del lavoro.
Eppure, la tempesta vera e propria è arrivata con la crisi. Il Ministro Gelmini intavola, seguendo le direttive economiche di Tremonti, una riforma che implica enormi tagli, fatali per l’Università pubblica.

30 Novembre- Studenti di Napoli per M.Monicelli
30 Novembre- Studenti di Napoli per M. Monicelli

“Gli studenti veri sono a casa a studiare, quelli in giro a protestare sono dei centri sociali e fuori corso” ha dichiarato Silvio Berlusconi a fronte della rivolta nazionale studentesca dello scorso 30 novembre. Coloro che sono scesi in piazza sono migliaia di giovani, usciti di casa perché il loro futuro è in discussione. La frase del presidente del consiglio è volta alla strumentalizzazione politica com’è di suo costume, basti rammentare la questione delle toghe rosse.
Non c’è futuro per i giovani e la risposta non è restare passivamente a casa, magari incollati davanti alla dolce televisione dei reality show che fa scendere meglio la pillola amara.
Qual’è l’effetto che si vorrebbe raggiungere in tal modo?
Proverò a spiegarlo evocando un verso di G. Soriano “In nessuna cosa siamo così tolleranti come in ciò verso cui siamo indifferenti”.
La riforma ammazza-cultura prevede, per il solo 2010, una sforbiciata da 1,3miliardi di euro, ridefinisce l’amministrazione degli Atenei e rende i ricercatori eterni precari. In altre parole viene dato più potere al Consiglio d’amministrazione(Cda) rispetto al Senato accademico. Il Cda sarà composto per buona parte da privati esterni al mondo universitario e prenderà decisioni sulla ricerca insieme ai soli professori e non più anche a ricercatori e studenti.
Il posto da ricercatore sarà trasformato in incarico temporaneo di massimo sei anni.
In una lettera indirizzata a Napolitano scritta da alcuni studenti dell’Università di RomaTre viene citata anche la modifica alle assegnazioni delle borse di studio, che limiterebbero i meno abbienti a godere dei loro diritti “Un’università che con il taglio netto alle borse di studio sarà inaccessibile agli studenti aventi famiglie economicamente disagiate poiché i fondi per il merito non verranno più assegnati in base al reddito ma in base ad un test a pagamento a carico degli studenti – continuano evocando la Costituzione – Quella Carta che all’articolo 33 tutela e detta le norme generali sull’istruzione e che al suo quinto comma rende autonome le università e le accademie considerandole “istituti di alta cultura”. Ed è proprio la cultura ciò che ci preme tutelare; il sapere che ci permette di fare delle scelte e che quindi ci rende liberi.”

Migliaia di studenti e ricercatori hanno occupato strade ed autostrade, piazze, tetti, stazioni, scuole, facoltà e monumenti simbolo della cultura, tra cui il Colosseo a Roma, la Mole Antonelliana a Torino, la Torre di Pisa, e Sant’Antonio a Padova fino ad arrivare sull’arco di trionfo a Parigi.
Il testo della riforma approvato alla camera martedì 30 novembre e in attesa della discussione in Senato dopo la fatidica data del 14 dicembre, è la sentenza a morte dell’Università pubblica, che dopo esser stata per anni depauperata da baroni, speculazioni ed interessi personali e politici, si vedrà definitivamente morire a favore dell’Università privata. Queste ultime sembrerebbero inoltre le prime beneficiare dei finanziamenti elargiti dal Governo, che premierebbero solo le Università che presentano un bilancio positivo; mentre chi è indebitato, si lascia a morire nel circolo vizioso dell’indebitamento.
“Troppi sprechi nelle Università pubbliche” ha dichiarato la Gelmini. Benissimo, siamo tutti d’accordo con questo: epurare l’università è imprescindibile, ma evidentemente le priorità della riforma divergono dal cosiddetto
“principio del buon padre di famiglia”.Allo stesso modo, per dare buon esempio al paese, si dovrebbe epurare in primis la classe politica dirigente e, prodigiosamente, tutte le altre sfere pian piano si potrebbero adeguare, compreso il mondo accademico. Attendiamo con ansia, quindi, il 14 dicembre.

Eleonora Pochi

01/12/10

L'Italia dello spreco: 1,5 tonnellate di cibo buttate nel secchio.

Mentre il 3% del Pil italiano finisce nella spazzatura, le file alle mense sociali s'allungano sempre di più. Paradossalmente c'è chi ingerisce e compra troppo e chi non ce la fa a mangiare. Il prossimo anno sarà l'anno europeo dello spreco ed ognuno di noi può contribuire alla diffusione di un modello di consumo etico e sostenibile.

In Italia ci sono 8.370.000mila persone povere, di cui oltre 393.390mila vive in condizioni di povertà assoluta, cioè non è in grado di accedere a beni di primaria necessità, quali cibo ed assistenza medica di base, che consentono di vivere uno standard di vita minimamente accettabile.
D'altra parte, ben 37miliardi di euro di cibo finiscono nel secchio.
Non solo quindi si potrebbero tranquillamente sfamare i poveri di casa nostra, ma con una quantità tale, ci si potrebbe sfamare una buona parte d'Africa.
Che il caso italiano serva da riflessione quindi, per sfatare l'enorme bugia dell'insussistenza di cibo per aiutare gli affamati del mondo. Di cibo ce n'è e pure in abbondanza.
In occasione delle giornate europee contro lo sprechi, è stato presentato il 4novembre all'Università di Bologna il “Libro nero dello spreco alimentare in Italia”, un dossier curato da Luca Falasconi e Andrea Segrè che analizza quanto e come sprecano cibo gli italiani: 250chili di cibo vengono buttati via ogni giorno dai supermercati, 20tonnellate all'anno di cibo ancora buono finiscono nel secchio di casa o in giacenza sui campi agricoli. L'alimento più “cestinato” è la carne, ne vengono buttate circa 245tonnellate all'anno.
Ogni famiglia spreca cibo per 450eu
ro e, solo in occasione del Natale, finiscono in malora 52euro di cibo per casa.
Da quando è scoppiata la crisi, centinaia di persone si sono viste costrette a rivolgersi a strutture caritative per procurarsi un pasto, oppure andare a rovistare nei cassonetti.

Per contrastare il problema la soluzione è una : consumo etico.

Non andare al supermercato all'arrembaggio sarebbe già un passo avanti, ossia non riempire il carrello di cose inutili che poi fanno da soprammobile nel frigorifero con tanto di muffa. Scrive in merito Tristram Stuart, uno scrittore inglese “In Inghilterra ogni anno, finiscono in discarica 480 milioni di yogurt mai aperti”.
Una volta presa consapevolezza di questo, si potrebbero sostenere le varie campagne ed iniziative di Organizzazioni, Ong e Onlus a favore del consumo etico...tanto per citare qualcuno: Banco Alimentare, Mani Tese e Caritas sono attivamente impegnate nella lotta allo spreco alimentare.

Eleonora Pochi

Myanmar: Più di 100mila bambini affamati

A neanche due anni di distanza dall'uragano Nargis, la Birmania è tornata a patire gli effetti devastanti delle violente calamità naturali che non sembrano avere tregua. I dati raccolti parlano di quasi mezzo milione di sfollati.

Venerdì 22ottobre il ciclone Giri si è abbattuto sulla costa occidentale del Myanmar, in Birmania. Le cifre sono ancora approssimative, fino ad ora sono più di 400.000 bambini e adulti colpiti dalla catastrofe. Nello specifico, oltre 100.000 bambini sono affamati e senza casa.“Temiamo che centinaia di bambini possano esser stati feriti o smarriti – spiega Save the Children - o separati dai loro genitori. Migliaia di persone hanno perso le loro case e le nostre squadre operative sul campo riferiscono che intere isole sono state distrutte.”
Scuole, case e, in alcuni casi, interi villaggi sono stati spazzati via.
Una delle principali preoccupazioni è l'accesso all'acqua potabile perché i pozzi sono stati distrutti.
Save the Children punta a raggiungere 80.000 persone nelle prossime settimane con cibo, acqua, sali per la reidratazione orale, compresse per purificare l'acqua e coperte.

Da Ginevra l'Onu ha riferito che dal 22 al 23 ottobre, l'uragano tropicale Giri ha causato 45 morti ed almeno 10 dispersi. Secondo l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu(OCHA), la zona occidentale del Myanmar è stata la parte più gravemente colpita dall'uragano, interessando 400mila abitanti, 80mila dei quali sono rimasti senza casa. Ad oggi, si contano 15mila abitazioni distrutte dall'uragano. Il World Food Programme(PAM), la Food and Agricolture Organization(FAO), Save the Children e molte altre organizzazioni hanno iniziato da giorni la distribuzione degli alimenti e forniscono assistenza ai superstiti coinvolti nella catastrofe.L'uragano Giri, sarebbe stato classificato a 4/5 della scala Saffir-Simpson e, se fosse capitato nell'Atlantico – spiegano i meteorologi - sarebbe stato più forte dell'uragano Nargis, che nel 2008 colpì la Birmania, causando 130mila morti. Secondo l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu, invece, la tempesta sarebbe stata più forte dell'uragano Nargis, ma s'è riuscito ad evitare le migliaia di morti del 2008 grazie alla tempestiva azione preventiva d'evacuazione intrapresa dalla Croce Rossa.
A differenza della precedente catastrofe, ci sarebbe inoltre una maggiore apertura da parte del governo del Myanmar verso l'arrivo di aiuti internazionali. Agli operatori umanitari di Ong e agenzie Onu pertinenti, è stato concesso quasi da subito l'ingresso nelle aree devastate. “La popolazione birmana patirà una grave carestia alimentare – aggiunge Save the Children – in tutta l'area colpita dall'uragano, per almeno sei mesi.”

Eleonora Pochi
Fonte: http://www.vocelibera.it/
Pics: Save the Children

09/11/10

NIGERIA: il piombo stermina oltre 400 bambini

E' stata la ricerca manuale e artigianale dell'oro a provocare l'avvelenamento di interi villaggi, oltre 18.000 contagiati, i più colpiti sono donne e bambini.


Dall'inizio dell'anno, nella regione settentrionale di Zamfara, sono state contaminate – secondo dati ONU – almeno 18.000 persone, e la situazione tende ad aggravarsi. Già dal mese di Marzo era stato osservato un eccesso di decessi e malattie nello Stato di Zamfara, e le indagini condotte avevano identificato la causa nell'avvelenamento da piombo e mercurio legato all'estrazione dell'oro artigianale.
E' stato rilevato in seguito, che la maggior parte delle falde acquifere, nelle quali si lavorava per la ricerca dell'oro, sono contaminate dalla presenza di metalli pesanti che infettano ambiente ed esseri umani.
Gli uomini estraggono i minerali altamente contaminati a mani nude, li portano a casa per selezionare minuziosamente i metalli preziosi da ciò che è stato raccolto, e per pulirli dalla sabbia, e spesso quest'attività è svolta da donne e bambini. Ma i bambini hanno un sistema immunitario notevolmente più debole degli adulti, quindi sono i primi ad essere avvelenati dal materiale nocivo, che comporta anemia, debolezza muscolare, danni irreversibili al cervello e nei casi più gravi porta alla morte.
Considerando che la quasi totalità degli abitanti dei villaggi di Zamfara e dintorni praticano la ricerca dell'oro come primaria fonte, o meglio speranza di reddito, il bilancio dell'epidemia è sconcertante. Migliaia di persone sono a rischio, oltre 18.000 già contagiate in sette villaggi esaminati. Si parla di oltre 400 bambini al di sotto dei cinque anni uccisi dall'avvelenamento, 500 sarebbero tenuti sotto stretto controllo dall'intervento tempestivo di Medici senza Frontiere, che denuncia: “L' individuazione di altri due villaggi inquinati sembra indicare che la contaminazione da piombo nei villaggi dello Stato di Zamfara sia un problema molto più ampio di quanto stimato in un primo momento”. Il processo di bonifica dei luoghi contaminati non può essere portato a termine nel breve periodo. Prevede la rimozione del suolo inquinato e lo studio delle aree limitrofi, che risulterebbero essere contaminate dal piombo a macchia d'olio. L'operazione è curata dall'agenzia ambientale Terragraphics.


Fonte: http://www.vocelibera.it/


Eleonora Pochi

08/11/10

Amnesty: In Italia l'abuso di potere non è punito adeguatamente

Il rapporto annuale firmato Amnesty, evidenzia la mancanza, in Italia, di tutela di diritti umani.


Dal rapporto annuale di Amnesty International, sezione italiana, emerge che il nostro Paese è privo di uno specifico reato di tortura nel codice penale. A distanza di venti anni dalla ratifica della Convenzione ONU contro la tortura, l'Italia non ha ancora adeguato l'ordinamento giuridico nazionale all'impegno internazionale intrapreso. Di conseguenza, gli atti di tortura e i maltrattamenti commessi dai pubblici ufficiali, nell'esercizio delle loro funzioni, vengono perseguiti come forme di reato minore: lesioni, abuso d'ufficio, falso ecc. e puniti quindi con pene non adeguatamente severe.
“L'Italia non ha inoltre ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura – spiega Amnesty – che prevede l'adozione di meccanismi di prevenzione di maltrattamenti, tra cui un'istituzione indipendente di monitoraggio sui luoghi di detenzione, e non si è dotata di un'istituzione indipendente per il monitoraggio sui diritti umani, né di un organismo indipendente di denuncia degli abusi di polizia”. Sono state registrate frequenti denunce di tortura e di altri maltrattamenti commessi da agenti delle forze di polizia, nonché segnalazioni di decessi avvenuti in carcere in circostanze controverse. Amnesty ricorda i casi più recenti, tristemente noti. Nel giugno 2009, 10 agenti della polizia municipale di Parma sono stati rinviati a giudizio per lesioni, aggressione, sequestro di persona, calunnia, falsa testimonianza e altri reati minori, per il pestaggio di Emmanuel Bonsu, cittadino del Ghana, avvenuto nel settembre 2008. Bonsu è stato vittima di insulti razzisti e pestaggio, riportando danni a un occhio. Il 6 luglio 2009, quatto agenti della polizia di stato, sono stati condannati in primo grado per l'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, 18 anni, morto nel settembre 2005 a Ferrara, mentre si trovava in stato di fermo. Il 14 luglio 2009, un agente della polizia stradale, Luigi Spaccarotella, è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Arezzo per l'omicidio colposo di Gabriele Sandri, ucciso nel novembre 2007 da un colpo di pistola. Il 22 ottobre 2009, Stefano Cucchi è morto nel reparto penitenziario dell'ospedale Sandro Pertini di Roma, sette giorni dopo il suo arresto. Secondo la famiglia, le ferite rilevate sul suo corpo dopo il decesso, mostravano i maltrattamenti subiti. Nell' aprile 2010 è stata chiusa l'indagine preliminare, che ha escluso le accuse di omicidio. Restano in piedi le accuse di omissione di soccorso, aggravata dalla morte del paziente, lesioni personali e falso. Nel dicembre 2009, l'indagine per omicidio nel caso di Aldo Bianzino, morto in carcere a Perugia a ottobre 2007, si è conclusa con un'archiviazione. L'autopsia sul corpo di Bianzino aveva rivelato un'emorragia celebrale e lesioni al fegato. Ci auguriamo che la denuncia di Amnesty induca la classe dirigente a ratificare il protocollo opzionale alla Convenzione sopracitata, e ad introdurre nella nostra legislazione penale il reato di tortura.


Eleonora Pochi